Il quaderno di Grenouille

Appunti ai tempi del coronavirus


Distanza sociale. Non c'è espressione più impropria e infelice per richiamare la necessità di tenersi a debita distanza. Perché si dovrebbe dire distanza fisica, essendo indispensabile, oggi più che mai, la vicinanza sociale. Certo non possiamo stringerci la mano, abbracciarci, trovarci in gruppo, ma socialmente è il momento di stare insieme, uniti, e con le nostre tecnologie è possibile. C'è la Messa su Youtube, il flash mob musicale che ha coinvolto tutte le radio italiane, i giochi in rete fra più giocatori e addirittura con un pubblico. In pratica stiamo sperimentando tutte le potenzialità sociali e socializzanti della rete.

Suona male dire che senza la pandemia saremmo ancora lì a utilizzare Skype per salutare mamma, papà, il figlio o la fidanzata in occasione delle vacanze o perché è all'estero. Però è la verità. Senza l'impossibilità di fare lezioni dal vivo anche all'università, che dovrebbe essere il luogo tecnologicamente più avanzato, le video lezioni non sarebbero cominciate su larga scala. Ma anche qui ci sono le cosiddette "resistenze al cambiamento", incarnate nel modo peggiore dai nostri parlamentari, che nemmeno prendono in considerazione la possibilità di continuare a lavorare in connessione, partecipando alle sessioni parlamentari online, attivando procedure di votazione per via telematica. D'altra parte se si gioca al lotto e si pagano le bollette online non si capisce perché, in emergenza, non ci possano essere le video conferenze parlamentari. O meglio si capisce che la gran parte dei deputati e senatori non sarebbero in grado di farlo, ma potrebbero tentare con un aiuto, diciamo una sorta di badante tecnologico.

Gran parte di noi fatica a convincersi che la pandemia non comporta solo un rottura traumatica con il presente, ma è un acceleratore e in qualche modo un giustiziere di comportamenti che terminata la pandemia non avranno quasi più luoghi e occasioni per manifestarsi. In altre parole il post coronavirus inaugurerà una nuova fase sociale, che ci chiede di sovrapporre la nostra vita fisica, reale, dal vivo, a quella virtuale, online, connessa. In una parola, non più mondi separati ma intrecciati.

Se qualcuno avesse dubbi sul fatto che Covid-19 sia espressione di un sistema che ha finito il suo ciclo, pensi quanto in quest'ultimo decennio il termine "virale" sia entrato nel linguaggio quotidiano: un video su Youtube, una moda, un tormentone, un comportamento cretino in grado di diffondersi in pochissimo tempo in tutto il pianeta. Voglio dire che il coronavirus è l'espressione patologica del nostro tempo, del nostro sistema (ammalato) di vita: frenetico, eccessivo, distruttivo. Perché anche nel caso del coronavirus la metafora del nemico subdolo e invisibile, velocissimo e impietoso si impone su tutto, generando anche altre mitologie, molte delle quali hanno come protagonisti gli eroi e gli angeli, incarnati da infermieri, medici e personale paramedico. Nel caso degli eroi è evidente la derivazione cinematografica e pubblicitaria, due ambiti pieni di supereroi, dove l'eroismo è messo al servizio anche di merendine e semplici e banalissime azioni quotidiane. Invece il riferimento agli angeli è un retaggio di una moda che ha imperversato a partire dalla fine degli Anni 90. Credo basterebbe chiamarli coraggiosi e ottimi professionisti, ricordandosi però che negli ultimi dieci anni sono state tagliate decine di miliardi alla sanità pubblica, sono stati chiusi quasi tutti gli ospedali minori e infermieri, tecnici di laboratorio e di radiologia italiani sono i peggio pagati d'Europa.

Dobbiamo avere consapevolezza che stiamo chiedendo a tutti noi di fare ciò che fino a ieri era impossibile, ovvero non muoversi e stare chiusi in casa, dedicandosi a passatempi e attività, come la lettura, normalmente disdegnati dalla maggioranza degli italiani. Ciò per dire che se la situazione non dovesse allentarsi un po', presto sorgerebbero anche grossi problemi di ordine pubblico, che solo mettendoli in conto e considerandoli seriamente riusciremo a scongiurare. Allo stesso modo farebbero bene a ricordare e ripetere, con la stessa insistenza con cui siamo invitati a lavarci spesso le mani, che il post coronavirus sarà ancora più drammatico, come ogni dopoguerra. Dobbiamo essere pronti a un periodo di grande instabilità, perché questa emergenza, in pieno corso, ne lascia intravvedere un'altra, quella economica e finanziaria, e a seguire quella del lavoro che sta sparendo. Insomma sfide epocali che dobbiamo affrontare con coraggio e ottimismo, ma soprattutto ritrovando e praticando quell'umanità e socialità che da parecchi decenni sono sciaguratamente finite in fondo alla lista dei valori e dei sentimenti.