E' tutta musica leggera

Battisti-Panella, genio e follia, orgetta e leccornia


Una copertina astrusa, spoglia, minimale. Con una a che sembra uno scarabocchio puerile, tracciato dalla mano incerta di un bambino, nei primi giorni di scuola. Ed è invece un disegno dell'autore, per il suo sedicesimo album, Don Giovanni.

E' il 1986 e già questo dettaglio, apparentemente marginale, segna una distanza incommensurabile, siderale, col Lucio Battisti (col se stesso) icona-pop, che sbaragliava tutti nelle hit parade. Con quelle sue canzoni memorabili, che con il loro "romanticismo un po' kitsch (...), ma in fondo così intrigante" (come ha scritto Gianni Borgna, nella sua "Storia della canzone italiana"), con quel "banalese sublime" (l'espressione è qui del grande, compianto Edmondo Berselli) avevano affascinato intere generazioni. Cullandone languori, inquietudini, sottolineandone amori, ansie, sogni, dolori. Che avevano ritmato le pulsazioni del cuore di schiere di adolescenti (e non) nei cori attorno a un falò, sulla spiaggia, o nelle promesse d'amore davanti a un tramonto. Che erano state un po', per dirla con Flaubert, la colonna sonora della nostra "educazione sentimentale".

Basta con le discese ardite e le risalite, i giardini di marzo, i fiori rosa e quegli altri di pesco, le bionde trecce, gli occhi azzurri e le calzette rosse. Distinti saluti a quel mare nero mare nero mare ne...Grido di dolore, forse, di un Battisti proto- ambientalista? E quel carretto, con quell'uomo che passava e vendeva gelati, dove sarà sprofondato?

Addio a Giulio Rapetti, in arte Mogol, alla "premiata ditta" di quell'epocale, straordinario sodalizio artistico, di quella bottega artigiana che, dagli anni '60 all'alba degli '80, aveva partorito magiche, eterne alchimie.

"Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico enorme. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l'immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare con il suo pubblico solo per mezzo del suo lavoro. L'artista non esiste. Esiste la sua arte".

Parole che annunciano (era il 1978) la sua clamorosa sparizione, un maniacale, caparbio isolamento, da Salinger nostrano. Il ritiro sdegnoso nella sua casa di campagna, a Molteno, in Brianza, fino a spegnersi, prematuramente, a 55 anni, nel 1998, dopo una malattia tenuta accuratamente nascosta, avvolta in un alone di mistero, come il resto della sua vita. Una dichiarazione che certifica la sua inquietudine artistica e prefigura la fuga solitaria dal frivolo mondo del pop e dell'apparenza. E un'accanita ostinazione a perseguire la decostruzione della sua immagine, a distruggere il suo mito, che invece enormemente si rinfocola, e ingigantisce. Una sparizione che fa il paio, nella storia della nostra musica leggera, con quella di un'altra intramontabile icona, un altro mito inossidabile, la più grande cantante italiana di sempre, Mina. Che nel '78 (all'età di 38 anni, Battisti a 35; siamo lì) si sottrae all'invadenza morbosa del successo, a un pubblico che immensamente la ama, ma il rapporto col quale le procura una segreta, profonda sofferenza, ai paparazzi che la inseguono dappertutto e frugano nella sua vita. E sceglie l'assenza, di essere invisibile, immateriale, eclissandosi in Svizzera, a Lugano, per garantire a se stessa e ai figli un minimo di privacy. Facendosi sempre più rarefatta, sfuggente, lasciando trapelare di sé soltanto qualche foto dissacrante e beffarda, che gioca, a volte, provocatoriamente, con la sua grassezza. E fa a pezzi quell'immagine elegantissima, seducente, erotica, che ci viene restituita, a volte, da qualche meravigliosa scheggia di vecchia televisione in bianco e nero. In cui la vediamo ancora, bellissima, superba, duettare magistralmente proprio con Battisti. Lui col suo inseparabile foulard, e con la sua cesta di neri capelli ricci. Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Emozioni da brivido! Regalandoci comunque, da questa eremitica lontananza, la meraviglia dei suoi dischi, cullandoci ancora ancora ancora (come il titolo della canzone che ha un po' segnato il suo congedo) con la grazia incomparabile della sua voce suprema.

Lucio Battisti: un artista "fantasma" che, all'apice del successo, si sottrae improvvisamente agli occhi del mondo. E la cui vicenda davvero si apparenta, in questo senso, enormemente (esulando ora dall'universo "leggero" della canzone) a quella di Jerome David Salinger, il grande scrittore americano, autore del mitico Il giovane Holden, romanzo cult per varie generazioni di adolescenti. Anche lui, al culmine della sua parabola creativa, sparisce dalla scena, sottraendosi al gossip e alla spettacolarizzazione della letteratura, al jet set dei salotti newyorkesi, al demone maledetto di una popolarità che detestava. Nascondendosi in provincia, ritirandosi a vivere in campagna, nel Vermont, chiudendosi in un silenzio totale, in un leggendario isolamento, durato più di mezzo secolo. Facendo così da "apripista" per altri scrittori, per altre scelte estreme e radicali, via dalla pazza folla, come quella di Thomas Pinchon (ma potremmo aggiungere, en passant, su un altro versante, il cinema, quella del regista forse più grande di tutti, Stanley Kubrick). E, da noi, per la fuga nell'anonimato della scrittrice Elena Ferrante, probabilmente uno pseudonimo, dietro cui si nasconde un volto misterioso, di cui non si riesce, ancora, a svelare l'identità.

Ora accanto a Battisti c'è un nuovo paroliere, Pasquale Panella, giovane, scontroso poeta romano, simbolista, futurista, avanguardista, maestro del nonsense, dell'assonanza e dell'allitterazione, raffinato cultore del calembour, funambolico, acrobatico giocoliere del linguaggio. Che aveva già collaborato con Enzo Carella e Adriano Pappalardo. E scriverà parecchi testi per altri artisti, tra cui Amedeo Minghi. Suo, tra l'altro, il celeberrimo tormentone dei tormentoni. Quel caramelloso, sdolcinato, Vattene amore. Col suo trottolino amoroso, dududù dadadà..., e quel corredo felino di gattini annaffiati e gattoni arruffati. Che Minghi, nel 1990, interpretò a Sanremo, duettando con Mietta. E che è riuscito a cantare, recentemente, nell'Aula del Senato della Repubblica italiana (le vie della canzone, come quelle del Signore, sono infinite), stregando ed entusiasmando la Presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati Vien Dal Mare. Panella, un dadaista e nichilista che si applica metodicamente, pervicacemente, alla distruzione della forma-canzone, ad azzerarne i significati e i contenuti, ad eluderli, frammentandoli in un vortice mirabolante ma elusivo, fondamentalmente insensato.

Una costruzione a spirale, che viene dal nulla e al nulla fa tranquillamente ritorno. Che fa a pezzi la canzonetta, nella sua secolare, tradizionale e canonica scansione, strofa-ritornello-inciso.

Una ricerca "folle" e temeraria, estrema, a dar vita, dopo Don Giovanni, album capolavoro, dove ancora resistono un'eco di suono e, forse, di senso tradizionali, ad altri quattro album, usciti con cadenza rigorosamente biennale, sempre più alieni, ostici, esoterici, "assurdi". La discografia "bianca", come lo sfondo delle copertine, chiare e stilizzate, disegnate dall'autore, dove campeggiano semplici, elementari, quasi infantili tratti: L'apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza, Hegel. Album dove i testi enigmatici, vertiginosi di Panella si sposano a un linguaggio musicale che rompe ogni schema melodico precostituito, e che, sotto una glaciale patina techno e house, si fa estremamente innovativo, raffinato, complesso. E inafferrabile.

Dai vertici del popolare (un popolare, è da dire, sempre anticipato da Battisti, mai stancamente rifritto) all'estremismo ermetico. Come un Pascoli che cambi improvvisamente d'abito e si trasformi in Sanguineti, o un Corot in Pollock.

Don Giovanni è un album che arriva dopo quattro anni di silenzio. Dopo il non memorabile, piuttosto deludente E già, verseggiato dalla moglie, Grazia Letizia Veronese, alias Velezia. Un disco shock, già sperimentale, "destabilizzante", che, in qualche maniera, preannunciava la svolta, disegnava il futuro. Appoggiamo l'album e la voce di Lucio, non più afona, lievemente stridula, "negra", in falsetto, come la conoscevamo, ed avevamo imparato ad amarla, ma "educata", "curata", cristallina, una voce inedita, dall'impeccabile pronuncia, da "fine dicitore" (come ambiva ad essere), inizia, dopo uno scintillio di note che vengono giù, a cascata, da un piano elettronico, a snocciolare parole. E sono parole cangianti e "spiazzanti", enigmatiche, indecifrabili:

In nessun luogo andai

Per niente ti pensai

E nulla ti mandai

Per mio ricordo

Sul bordo m'affacciai

D'abissi belli assai

Su un dolce tedio a sdraio

Amore ti ignorai

Invece costeggiai

I lungomai

M'estasiai, ti spensierai

M'estasiai, e si spostò

La tua testa estranea

Che rotolò

Cadere la guardai

Riflessa tra ghiacciai

Sessanta volte che

Cacciava fuori

La lingua e t'abbracciai

Di sangue m'inguaiai

Tu quindi come stai

Se è lecito che fai

In quell'attualità

Che pare vera

Come stai, ti smemorai

Ti stemperai e come sta

La straniera, lei come sta

Son le cose

Che pensano ed hanno di te

Sentimento, esse t'amano e non io

Come assente rimpiangono te

Son le cose prolungano te

La vista l'angolai

Di modo che tu mai

Entrassi col viavai

Di quando sei

Dolcezza e liturgia

Orgetta e leccornia

La prima volta che

Ti vidi non guardai

Da allora non t'amai

Tu come stai (ah come stai)

Rimpiangono te

Son le cose, prolungano te

Certe cose

Le cose che pensano, uno straniante, imprevedibile labirinto di parole. Di versi diversi, verrebbe da dire, scimmiottando Panella. Una canzone destrutturata, quasi una non- canzone. La parola come suono, finzione, sberleffo, pura affabulazione. I superstiti strumenti musicali tradizionali, relitti di un'epoca ormai estinta, "coperti" da timbri sintetici, elettronici, artificiali.

Un brano sottilmente ipnotico, per l'uso ripetuto, martellante, del dittongo -ai, in una serie, piuttosto originale, di verbi al passato remoto, affastellati, con giocosa impudenza, dall'io narrante. Tra essi un singolare, inedito, spensierai, da un improbabile verbo di nuovo conio, spensierare. E un altrettanto, curioso, angolai. E termini ad essi intrecciati (lungomai, ghiacciai, viavai) in un'insistita trama di rime e assonanze. Un lungo catalogo di suoni sibilanti, dovuti alla presenza della s, disseminata a profusione in tutto il testo, contribuisce a dar vita ad un suggestivo effetto fonosimbolico. E poi altre rime (spostò-rotolò, attualità-sta, liturgia-leccornia), allitterazioni (abissi belli assai) e stravaganze assortite.

Uno stordente, abbagliante fuoco d'artificio di giochi verbali, di figure retoriche, di rime insolite e versi criptici. Un vertiginoso gioco di specchi, un'ipertrofia di parole-suoni autonome e sovrane, senza logica, senza costrutto, inintelligibili. Un ostentato, mirabolante (e "terroristico") esercizio manieristico, che, a bella posta, occulta il contenuto, il significato, sopraffatto e "demolito" dal significante. Che irride il senso comune, e se ne fa allegramente beffe. E persegue soltanto la maraviglia, come un novello, impenitente Giambattista Marino ("Il re del secolo, il gran maestro della parola", come lo definì il grande critico Francesco De Sanctis), sbucato fuori, riesumato dal Seicento, dall'epoca barocca, per suscitare un ammirato stupore: "E' del poeta il fin la maraviglia: chi non sa far stupir, vada alla striglia!"

Avrebbe potuto, Lucio Battisti, vivacchiare tranquillamente sugli allori, continuare infinitamente a rimirare e "pettinare" il suo mito, davanti allo specchio. Scelse invece di avventurarsi su terre incognite, verso orizzonti impervi, inesplorati. Affidando i testi delle sue canzoni non più al pacato, quieto Mogol, ispirato paroliere nonché poeta in proprio ("adesso sono pago, come un'anatra sul lago", verseggiava in una sua lirica). Ma a un "provocatore linguistico", un virtuosistico "incantautore".

E le canzoni allora mutano pelle. E il discorso prende una piega architettonica nell'aria con le mani, come canterà in un altro brano, A portata di mano, di un altro album "bianco", L'apparenza.

Il discorso... Ma quale discorso? Arduo da rintracciare, tra teste estranee che rotolano, sanguinanti, riflesse tra ghiacciai (perverso indizio, forse, di un efferato femminicidio?), una non meglio identificata straniera e lungomai da costeggiare. E quelle cose che pensano...Bella questa! Ma non aveva teorizzato, Heidegger, delle cose come "nulle e annientate"? Che hanno (addirittura) sentimento, amano, rimpiangono e prolungano te. Labile memoria, forse, il brano, di un amore defunto? Di cui solo le cose pensanti (certe cose) conservano ancora traccia, vibrando intensamente (esse e non io) di emozione e nostalgia?

Ma l'incipit della canzone, la prima di un album, Don Giovanni, che inaugura il nuovo corso del "secondo Battisti", con quel suo subito proferito (e strategicamente collocato) nulla ti mandai per mio ricordo, mi fa irresistibilmente pensare a un messaggio cifrato, incastonato nel testo. A un saluto beffardo che Lucio, personaggio schivo, ritroso, sfuggente, "invisibile" e autentico genio visionario della musica italiana, avrà voluto indirizzare ,da nessun luogo, a qualche vecchio fan, basito e sconcertato da questo suo nuovo corso cantautorale.

Da una canzone-sfinge, enigmatica, difficile da decifrare; che, per dirla col Paolo Conte di Boogie (altro capolavoro!) diceva e non diceva. Una canzone algebrica, direbbe ancora l'Avvocato, come la sua Donna d'inverno.

Ma forse direbbe meglio, e chiuderebbe definitivamente il discorso, il Principe del cantautorato nazionale, Francesco De Gregori, quando agli esordi, negli anni '70, alle noiose, ripetute accuse di ermetismo, di chi pretendeva, in canzone, il "messaggio", l'impegno, e la chiarezza cartesiana del testo, orientata alla lotta politica e alla "rivoluzione", rispose, in musica, anche lui beffardamente, alla sua maniera: Non c'è niente da capire.