Capossela, Non è l'amore che va via. Lancinanti languori, polvere e cenere

Ma vai tu vai

Rimangono candele e vino e lampi

Sulla strada per Destino

Emiliano, ma nato in Germania, ad Hannover, da genitori irpini (si noti fin da ora la sua natura "meticcia", che sarà anche la sua "cifra" d'artista), cresciuto tra Conservatorio e serate di intrattenimento in bistrot, balere, pianobar e navi da crociera, "narratore in musica", come si definisce egli stesso, Capossela, "scoperto" da Francesco Guccini, ha scelto di abitare al riparo dalle mode, in un mondo appartato e personalissimo.

Un mondo "altro" e tutto suo, lontanissimo da quello, fasullo, della canzonetta ruffiana e preconfezionata; e inedito, anche, rispetto al mondo poetico di altri artisti in musica. Le sue canzoni ci rapiscono ad un viaggio in un universo popolato di incontri, personaggi, storie, di vite "sbronze", sregolate, precarie, di belle donne e postriboli, di profumi insinuanti di tango e di peccato, di alcol versato a fiumi, di divoranti passioni, di nostalgia, solitudine e malinconia. Di quotidianità banale, infine, riscattata sempre dal soffio della poesia, che riesce a intrappolare il tempo ladro, che sferraglia e scappa, questa vita che va via.

Il cielo è fosforo

La terra è cenere

Sferraglia celere

Il treno e va

Sui bastimenti

Va la fanfara

La terra implora

Un altro brindisi

(Polka di Warsava)

Storie di notti insonni e di sbronze, di amori perduti o di passaggio, di solitudine e malinconia.

I personaggi di Capossela, del "primo" Capossela, soprattutto, si muovono dentro un'atmosfera particolare. Tra bar e locali notturni, dove si incrociano donne-principesse, mitiche brune, in un'aria fumosa, stropicciata e sgualcita, ad alto tasso alcolico. Sempre in bilico sull'orlo della perdizione, in una linea di confine tra dolcezza, sregolatezza e non-speranza, trascinati da un'inquietudine sottile, viandanti sulla strada per Destino.

Si adagia la sera su tetti e lampioni

E sui vetri appannati dei bar

(Modì)

E ci siam poi noi musicisti

Un po' beoni un poco artisti

(...)

Per cento sacchi alla serata

Facciamo una vita sregolata

(All'una e trentacinque circa)

E ci troviamo qua tra lampioni e vetrine

Tra prezzi di scarpe, liquori e cucine

È stato forse per noia o per mancanza di vino

Siamo usciti di casa e andati incontro al destino

Destino normale fatto di punch e giornale

Di risate spremute e di parole taciute

(Una giornata senza pretese)

"(...) amo molto Simenon. (...) Di lui mi piacciono moltissimo, che poi è quasi un filo che li lega tutti, questi personaggi sull'orlo dell'abisso. È interessante questo piccolo segnale, quasi minimale, che viene proprio a disintegrare delle vite estremamente borghesi, estremamente codificate. Pensa a L'uomo che guardava passare i treni, a Lettera al mio giudice. Mi piace che i suoi personaggi si distruggono con le loro stesse passioni: c'è sempre questa chiave".

Ballate intimiste, da piano-bar, di taglio esistenziale, da poeta bohemien e un po' maudit, colme di sincerità, di passione e di sconfitta. Umori mesti, umbratili malinconie, sorvegliate dall'ironia. Lancinanti languori, polvere e cenere. Ballate ispirate dai romanzi di Pier Vittorio Tondelli, da Altri libertini a Pao pao a Rimini. Altri liberti, soprattutto. La sua opera prima, romanzo di culto per i giovani degli anni '80, quasi un manifesto della sua generazione. Con quella vena di irriverente, sfrontato (e tragico, alla luce della sua prematura morte) autobiografismo, che fa da inesauribile serbatoio alla scrittura. E quei personaggi sfigati, "scassati e scannati", che si muovono tra Modena, Reggio Emilia e Parma, vagabondando come in una prateria, in un'atmosfera di vitalità e provinciali dannazioni. Dentro l'eco letteraria di quell'America raccontata dal Jack Kerouac di Sulla strada, o da Hubert Selby, in Ultima fermata a Brooklin, o ancora da John Fante, in Chiedi alla polvere. Ballate ispirate anche dai suoi miti musicali: Luigi Tenco, Bob Dylan, ma soprattutto Tom Waits, che l'aveva già, sui banchi di scuola, letteralmente rapito e folgorato. "All'ultimo anno di superiori scoprii Tom Waits. Mi misi ad ascoltarlo in classe, con il walkman, e da quel momento terminò il mio flirt con la chitarra elettrica e i gruppi rock: il mio interesse si spostò sul contrabbasso, sul sassofono, ma non era semplice trovare gente interessata a battere questa strada, perché tutti seguivano il rock".

"All'epoca avevo una fidanzata che cantava molto bene, cresciuta ascoltando arie d'opera. Assieme, come Blue Valentine, abbiamo iniziato a fare quel repertorio che nel linguaggio dei night è detto "internazionale": pezzi Gershwin, di Edith Piaf, di Tenco... Qualcosa così, da American Bar: io suonavo il piano ma cantavo poco perché lei era molto più brava. (...) Poi la vita mi diede una mano, nel senso che fui abbandonato dalla ragazza, persi la casa in cui vivevo ed ebbi un incidente stradale a piedi. Non avendo più dove abitare, comprai un furgone e venni ingaggiato da un marajà che possedeva un certo numero di locali in Riviera, lavoravo come barista... e poi c'era questo posto, si chiamava Escandalo, dove cominciai a farmi conoscere interpretando le canzoni più tristi della città. Non erano canzoni mie, ma avevo sviluppato un'inclinazione verso i brani più struggenti, tipo Burma shave e Invitation to the Blues di Tom Waits".

Questa irrequietezza e quest'aura di maledettismo, che va a scavare, e a scovare, la poesia nei bassifondi della vita, nelle zone d'ombra di se stesso, dove convivono euforia e solitudine; questa ricerca di qualcosa, di una strada, di un senso, che porta Capossela, nei testi, a esporsi in prima persona, si rispecchia nella figura del pittore livornese Amedeo Modigliani. A cui è dedicato il secondo album, Modì (1991). Dove il titolo, quasi un gioco linguistico, sta a indicare naturalmente sia il famoso pittore (Modì era il suo soprannome) dei colli affusolati e dei volti stilizzati, dallo sguardo assente; sia un richiamo al termine francese maudit, maledetto. Come era l'artista Modigliani e come è un po' il Capossela di questi primi anni '90. "Modigliani è stato per me quello che Jim Morrison è stato per altri. impersonava ai miei occhi un'idea di vita, oltre che di arte. E poi la bellezza con cui sublimava la tragicità delle figure ritratte. La bellezza in cui era sublimata la sua stessa vita".

Nella struggente canzone che porta il suo nome è una donna (la giovane Jeanne Hébuterne) a raccontare il loro tormentato amore, al ritmo di una straziante musette.

Ricordi via Roma? La luna rideva

Lì ti ho scelto e voluto per me

Mi guardavi e parlavi dei volti tuoi strani

Degli occhi a cui hai tolto l'età

E ora si scioglie la sera nei Pernod, nei caffè

Nei ricordi che abbiamo di noi

Per amore tradivi per esister morivi

Per trovarmi fuggivi fin qua

Perché Livorno dà gloria soltanto all'esilio

E ai morti la celebrità

Nel 1994 esce il suo terzo disco, Camera a sud, un album monumentale, un'autentica perla nella sua produzione. Aperto da un brano, Non è l'amore che va via, che subito rapisce per la sua disarmante bellezza e la sua struggente magia.

Vai vai

Tanto non è l'amore che va via

Vai vai

L'amore resta sveglio

Anche se è tardi e piove

Ma vai tu vai

Rimangono candele e vino e lampi

Sulla strada per Destino

Vai vai

Conosco queste sere senza te

Lo so, lo sai

Il silenzio fa il rumore

Dei tuoi passi andati

Ma vai, tu vai

Conosco le mie lettere d'amore

E il gusto amaro del mattino

Ma non è l'amore che va via

Il tempo sì

Ci ruba e poi ci asciuga il cuor

Sorridimi ancor

Non ho più niente da aspettar

Soltanto il petto da uccello di te

Soltanto un sonno di quiete domani

È ancora il Capossela confidenziale, sentimentale, un po' retrò, con quelle sue ballate melodiche, morbide, latineggianti, di piano e voce. Che racconta, in poche straordinarie pennellate, la solitudine opaca dell'ultimo bicchiere e la poesia malinconica che scandisce i passi del mesto ritorno verso casa, sulla strada per Destino. La strada che è un topos fondamentale nella sua scrittura, la metafora di un inquieto vagare senza meta. Capossela racconta la dissoluzione di un amore, la dolente amarezza che si affaccia tra le nebbie di un sogno. E lascia il posto al deserto del cuore, a un sonno di quiete, al gusto amaro del mattino, nel tempo che ruba e poi asciuga il cuor. Ma la passione è insonne, l'amore resta sveglio e continua a mandare i suoi lampi inestinguibili, i suoi meravigliosi riflessi dorati.

La sua voce "sporca", ruvida, si fa qui affilata, un sussurro. Romanticismo senza tempo, nel clima "piovoso" e "notturno" del cuore. Una canzone che fa vibrare corde profonde, emozioni sepolte, sottili inquietudini, in un clima da bossanova, al ritmo di un malinconico paso doble. E di una straziante, "vigliacca" fisarmonica. Chapeau!

La canzone d'amore si muove sempre su un terreno scivoloso, soggetta a pericolosi smottamenti verso la trita banalità, o a ruffiani ammiccamenti a sentimenti popolari. Capossela elude brillantemente ogni trappola, ogni tranello, e ci colpisce dritti al cuore.

Melodie di gusto retrò, con il piano a farla da protagonista. Ritmi lenti, ballabili, tango, swing, blues. Sono le atmosfere "fumose", "etiliche" e demodé dei suoi primi dischi: All'una e trentacinque circa (album di esordio, 1990), Modì (1991), Camera a sud. Dischi che si giovano degli arrangiamenti sapienti, curatissimi, arricchiti da archi orchestrali, di Antonio Marangolo e di altri musicisti dell'entourage di Paolo Conte. Il meglio che c'è sulla piazza. Armonie che "vestono" magnificamente canzoni ben confezionate, colme spesso di intenso lirismo.

Ma questa "cifra" musicale, a metà strada tra Conte e Waits, tra la poesia cupa e "notturna", cruda, biascicata di Tom Waits e le atmosfere raffinate, eleganti e demodé alla Paolo Conte, gli si appiccicherà un po' addosso. Come un'etichetta sbrigativa e definitoria, che lo "ingabbiava" e limitava: la copia giovane di Conte, o la versione italiana di Waits.

E allora Capossela scarterà di lato e diventerà, per sua stessa definizione un "rabdomante senza requie". Il musicista "spiazzante", istrionico, visionario, globale, che conosciamo. Onnivoro, "goloso", insaziabile divoratore di suoni e culture antiche e moderne, da ogni angolo del mondo. Dalle feste e danze paesane alle morne capoverdiane. Dalla taranta alle canzonette italiane di inizio Novecento. Dalle marcette militari e dalle bande popolari alla canzone francese e alle citazioni colte; dalle orchestrine zigane e dalle filastrocche stralunate (di un grande innamorato del Tempo dei gitani di Kusturica e del Fellini de La strada), al rebetico (il "blues dei greci", cui dedicherà un intero album), a soffici e melodiche armonie jazz. Dalle travolgenti sonorità balcaniche ai vivaci ritmi sudamericani, latini e caraibici, con echi di Fred Buscaglione (sempre più grande, nel ricordo), sprazzi di esotismo, swing, ritmi di tempi lontani. E poi marce, marcette, mambo, rumba, cha cha cha. "Amo troppe cose. Sono un infedele, nella musica".

La sua musica meticcia e visionaria, saporosa, evocativa, è una specie di circo mariachi, un carrozzone di suoni, immagini, suggestioni, che coniuga mirabilmente passato e presente, cultura popolare e cultura cosiddetta "alta". Una musica, quella di Capossela, che potrebbe animare indifferentemente, una colorita sagra paesana, una fumosa bettola di periferia, un night club o un festival jazz, senza smarrire niente della sua magia, e della sua malia. Una musica che possiede un timbro inconfondibile e il sigillo di uno stile, dettato dall'emozione, prima di tutto, soprattutto.

Un cantautore che si muove in un universo "euforico", eccentrico, curioso, "contaminato". Meglio forse, allora, definirlo un cantattore, per sottolineare, nel rito dei concerti, la sua sciamanica teatralità, la sua dissacrante vena ironica e affabulatoria, i clowneschi travestimenti per entrare nell'anima dei personaggi delle sue canzoni.

Scrive Elisabetta Cucco: "L'occasione del concerto diventa un rito. Capossela pronuncia frasi che sembrano formule magiche, propiziatorie. A volte inserisce brani tratti da racconti autografi. Gioca con le parole, con i doppi sensi, con i calembours. Il concerto è una sorta di abbuffata affabulatoria ricca di ironia, di travestimenti un po' improbabili. Capossela ama i travestimenti. Cappelli innanzitutto, un po' logori, magari, ali di corvo che fanno ripensare a quelle vistosamente posticce del personaggio del Matto nel film La strada di Fellini. Abiti che cambia sul palcoscenico, a vista. Scafandri, giacche e mantelli. Nei suoi spettacoli sembra che tutto sia imprevisto e artigianale. Dal vivo ripropone tanghi argentini tradotti in italiano, canzoni napoletane, canzoni rom, "brani mai incisi, o almeno non da me". Anche i brani autografi durante i concerti vengono stravolti, strapazzati".

Un musicista-poeta inclassificabile, straripante. Sempre "oltre". Fin dal disco successivo, Il ballo di San Vito (1996), l'album della sua consacrazione, colmo di suoni, di vita e testi di alta levatura. Un inno a "chi non può stare fermo e si muove per la penisola come un rabdomante senza tregua e senza requie", dirà Capossela. I suoi personaggi sono Sulla strada, come Sal Paradise e Dean Moriarty, nel leggendario romanzo di Jack Kerouac, "Bibbia" della Beat Generation. Inno alla mistica della strada, resoconto di un viaggio che è metafora di libertà, di sfrenata, selvaggia vitalità, di un'esistenza come fuga, esplorazione di paesaggi immensi, su strade infinite. E insieme ricerca di autenticità (attraverso la sperimentazione delle droghe e della sessualità), introspezione religiosa, scoperta di un più profondo sé interiore. Ma anche manifesto di rivolta contro un'America borghese, bigotta e intollerante, nell'ombra cupa della sconfitta e del disfacimento, dell'inadeguatezza al vivere e della morte. Anche i personaggi di Capossela viaggiano randagi, inquieti, come degli hobos, dei volontari homeless, degli impenitenti vagabondi. Tra sogno, rabbia e deriva esistenziale. Sempre sull'orlo del deragliamento, inseguiti da un'oscura maledizione. E sulla strada, in quel periodo è Capossela stesso, artista sregolato, un po' maudit. Che vive (proprio abita, a tempo pieno) nella sua Volvo, nel suo "Lamierone", a cui dedica, nel booklet, alcuni versi:

Siamo migratori

E sverniamo a bordo

Fumiamo a bordo

Chiacchieriamo a bordo

Facciamo l'amore a bordo

E ci innamoriamo della musica

A bordo

Sempre la stessa

Perché è difficile portarsi dietro molte cassette

All'insegna del randagismo (e, come detto, del meticciato) è anche la vita di Vinicio. Una vita da "migratore", tra la Germania, dove è nato, Reggio Emilia, dove vive, e l'Irpinia delle sue radici familiari.

Aleggia, in questo periodo, sulla sua esistenza e sulle sue canzoni, insieme al fantasma "deragliato" di Kerouac, lo spirito dello scrittore italoamericano John Fante (il padre, di origine italiana, era nato a Torricella Peligna, in Abruzzo). Uno scrittore di culto, adorato da Capossela, che è stato anche, in Italia, uno dei suoi primi estimatori. Ha realizzato, tra l'altro alcuni reading della sua opera. "Di John Fante mi piace soprattutto l'umorismo. Il suo cinismo molto americano è mitigato dalla capacità di rendere grottesche certe situazioni che potremmo definire italo-balcaniche".

John Fante, un autore "minore", di nicchia, sottostimato per larga parte della sua vita, raggiunto dalla fama solo sul finire dei suoi giorni. Lanciato da un giovane, squattrinato e perennemente sbronzo Charles Bukowski, altra ideale parentela letteraria di Capossela (in Italia sarà invece Elio Vittorini a scoprirlo; saranno poi, soprattutto, Pier Vittorio Tondelli e Sandro Veronesi ad adorarlo). Bukowski che, nella biblioteca comunale di Los Angeles, dove, finito "in rosso", andava spesso a cercare un rifugio (e un gabinetto) perché inseguito dalla padrona di casa a causa dei suoi affitti arretrati, si imbattè per caso, pescando tra gli scaffali, in una copia impolverata (sembra quasi un gioco di parole) di Ask the dust, Chiedi alla polvere. Dette un'occhiata qua e là alle pagine e subito cercò un tavolo, per continuare la lettura, "con l'aria di uno che ha trovato l'oro nell'immondezzaio cittadino". Qualche anno dopo definirà Fante lo scrittore più maledetto d'America, il suo "Dio".

John Fante e il suo alter ego letterario Arturo Bandini, ingenuo, spaccone, megalomane, donnaiolo, sognatore. Il protagonista di una strepitosa saga familiare italoamericana: Chiedi alla polvere, Aspetta primavera, Bandini, Un anno terribile e vari altri romanzi. Uno dei grandi personaggi della narrativa contemporanea di quel Paese, circonfuso da un alone mitico, come il grande Jay Gatsby o il giovane Holden Coulfield.

Il mito, nel caso di Bandini, è quello della scrittura, della creazione, della fama letteraria. E questo motivo, questo sogno da inseguire, tra entusiasmi e frustrazioni, attese e speranze, è già presente, nella sua "torsione musicale", in quella ballata, All'una e trentacinque circa, che chiude il primo, omonimo album di Capossela. Era l'ora in cui, mentre le cameriere risistemavano, Vinicio cantava e si esibiva nei fumosi bar padani, fino alla chiusura dei locali. In un clima etilico e "insonne", tra camionisti, avventori e bionde da sogno. Insieme a musicisti un po' beoni un poco artisti, compagnoni e nati tristi, sempre afflitti dal danaro, perché la roba costa caro, ma l'arte è cosa sacra e seria da salvar. Per cento sacchi alla serata facciamo una vita sregolata, ma il grande mito ci ha fregato, che sei un eroe se sei suonato.

Un altro romanzo amatissimo da Capossela è La confraternita dell'Uva (la prima edizione si intitolava La confraternita del Chianti), uno dei più belli di Fante. Toccante e dolente, lirico, divertente. Dove il protagonista, Nick Molise, italoamericano di prima generazione, cafone e alcolizzato, burbero e dispotico, erotomane, un muratore che si vanta di essere il primo scalpellino d'America, ammazza le giornate bighellonando in città e tracannando vino e liquori insieme alla sua allegra confraternita di paesani gretti e attaccabrighe. A casa una moglie timorata di Dio e una famiglia numerosa, come nello stereotipo accreditato di quelle italiane. Con i figli che preferiscono però evitarlo e soprattutto, i maschi, non ne vogliono sapere di intraprendere il suo mestiere. Un'autentica passione che egli cerca, invano (il suo vero cruccio!) di tramandare. E i personaggi di questo libro, proprio i Compagni di sbronze (per dirla con Bukowski) di Nick Molise, Musso, Zarlingo e Cavallaro, torneranno (tra i solchi del Ballo di San Vito) a popolare una ballata di Capossela, L'accolita di rancorosi.

Camminan di bolina

Al freddo di prima mattina

Legnosi nei pastrani

Come talpe dentro

Brache di fustagno

Occhi crepati, vene aguzze

Maculati

Denti neri di tabacco

Barbe di setola e allumina

Anche l'alba che li coglie

Livida di bardolino

Porta rispetto e fa un inchino

La scrittura di Capossela, come anche, sempre, quella di Fante, scarta, qui, dal dramma, dalla tragedia, preferendo spingere sul pedale dell'ironia e di una dolorosa tenerezza.

John Fante, e non solo. Nelle canzoni di Capossela frequenti i riferimenti letterari, le suggestioni romanzesche. Come nel suo quinto album, Canzoni a manovella, uscito proprio all'alba del millennio, vincitore nel 2000 del premio della critica al PIM (Premio Italiano delle Musica). Forse la sua opera più bella, partorita da una laboriosa gestazione di quattro anni. Un grande calderone, in cui troviamo Verne, Jarry, Céline...

Un episodio chiave della raccolta è Decervellamento (Capossela sostiene che "il disco gli è cresciuto intorno"). Il brano, che si snoda su un ritmo da marcetta, è adattato da Chanson du decervelage, di "Padre Ubu", Alfred Jarry appunto, quasi un suo fratello spirituale ("apprezzo il suo amore per il revolver e la bicicletta da corsa" ). Jarry, lo scrittore francese fine-Ottocento dalla vita eccentrica e sregolata, come quella dei suoi personaggi, e dalla ricerca espressiva che intreccia comicità, provocazione, lirismo.

Quando la domenica era bella

Ci vestivamo a festa per andar

In via dell'Euchadé tanto per fare

Contenti di veder decervellare

(...)

Venite, vedete la macchina girar

Dal ricco ammirate la testa via volar

Ma a sorvegliare idealmente su tutta l'operazione, sulla gestazione e "costruzione" dell'album, è però lo spirito visionario, ulcerato, buffonesco di Louis-Ferdinand Céline. "Che a me", confessa Capossela, "piace soprattutto nella fase finale della sua produzione, quando lascia le frasi a metà, Céline in viaggio sulle spiagge del Baltico, Céline che ha raccontato in Novecento come nessun altro".

Céline o dello stile. Una scrittura prodigiosa, inimitabile, che si fa visione allucinata ed esplosiva, ma soprattutto, "al prezzo di una fatica, di una pazienza incredibile", emozione. Uno stile basso, ibridato, ansimante, dal ritmo ribollente, sincopato, spezzato, che sembra afferrare la storia per insultarla, decomporla, violarla, travolgerla nel fuoco di un'incandescente mimica verbale. E che intanto, in un fluire lirico, limpido, ardente, benedice la vita che si offre innocente, con la sua "musica" e la sua "bellezza", tra il fulgore della luce e la magia del sogno. È lui l'inventore del romanzo moderno, con la sua ineguagliabile petite musique. Lui che ne ha vivificato la prosa, rendendola "rigorosa, voltairiana, crepitante, sferzante, cattiva" (è Céline stesso a parlare; non gli faceva difetto una buona dose di narcisismo). Scriveva nella lingua dei poveri e degli oppressi. L'istinto lo portava verso di loro. Céline, il cantore della vita offesa, dell'uomo nudo, senza potere e senza armi, della miseria.

La prima canzone a manovella, uno dei momenti più alti dell'album, è dedicata a lui. Meglio, al suo alter ego, Bardamù (su cui Vinicio mette l'accento) indimenticabile protagonista del Viaggio al termine della notte. "È come se il disco appartenesse a quel modo di raccontare, perciò Bardamù ne è la bandiera: vado fiero di quella canzone. Rappresenta una specie di rivincita: Céline è l'autore che mi ha fatto sempre più male e adesso spero a mia volta di fare male a qualcun altro con quella canzone". "È la più bella canzone del secolo. Un'unione tra la poesia del più grande scrittore del Novecento, Céline, l'aria italiana e il colpo di cannone. Io non sono più la stessa persona da quando l'ho scritta".

Bardamù è un brano insieme divertente e struggente, colmo di strazio e disillusione, di una sottile, divorante tenerezza, di diffidenza a lasciarsi andare agli slanci del cuore, dell'incanto della purezza e della bellezza, ("la bellezza salverà il mondo", sembra esclamare Bardamù-Capossela, sulle orme di Dostoevskij). Qui, a soccorrere l'artista, arriva anche, tra gli altri strumenti (archi, grancassa, piano a rullo), un cannone, per il coupe de théâtre finale; pardon, per il coupe de canon, con tanto di fuochi d'artificio!

Per quanto scura

La notte è passata

E non lascia che schiuma

Di birra slavata

E una spiaggia

E una linea di sabbia

È il fronte di un addio

Gli altri si cambino l'anima

Per meglio tradire

Per meglio scordare

Bum Bum Bum

Bardamù

Corazzieri Trapanati!

All'armi in fila! Agli aerostati!

Dirigibili all'idrogeno

Nell'aria si involano

E le ballerine in fila

Danzano

Danzano

Leggere, leggere in tutù

Leggere, leggere di più

Della mia porcheria

Sparato tra gli astri in pallone

Rigonfio di musica

Solo al richiamo più lontano

Voglio la notte

E la voglio senza luna

Ma niente canzoni d'amor

Mai più mi prendano il cuor

La notte è passata e le nuvole

Gonfiano schiuma di Baltico e cenere

E cenere avrò...

C'è, nella canzone, sottolineato da un'orchestra d'archi ("molto particolari, aerostatici: sembrano cariche di cavalleria, leggeri e d'attacco", ammette l'autore) , arrangiati da Tommaso Vittorini, quel richiamo così tipicamente celiniano alla danza, alle ballerine che danzano leggere. Figure simboliche, in Céline, oggetto di ditirambica, voluttuosa esaltazione, motivo di infatuazione e religione. Sono esse, divinità eteree, in tutù, "la vera aristocrazia umana", la possibilità di "ricreare sulla terra una specie di paradiso artificiale".

In questa canzone, come in altre, più che in altre, il tono inconfondibilmente celiniano dell'evocazione visionaria, dell'emozione cruda, della spontaneità che si ubriaca. C'è, soprattutto, il furore di vivere, l'ostinazione a voler vivere intensamente la vita, prima che (come leggiamo nel Voyage) ci minacci il peggio" e sopravvenga traditora l'età. Prima della sclerosi del cuore, quando del necessario capitale di delirio non resta niente più, dentro di noi. La vita, nella sua miseria e nel suo splendore, benedetta e inseguita fino al termine della notte.

E c'è, in questo album strepitoso, un incredibile armamentario con il quale, nel suo laboratorio di artigiano, "una specie di officina di strumenti meccanici", Vinicio smonta e rimonta incessantemente i linguaggi della musica. Proverò ad elencarli questi strumenti, così alla rinfusa, dando un'occhiata alle note di copertina del disco: pianoforte, contrabbasso, cannone, piano a rullo, grancassa, orchestra d'archi, fisarmonica, piano, piatti, batteria, woodblock, banjo, glonkespiel, clarino, clarone, tromba, trombone, tuba, granchivella, chitarra elettrica, chitarra solista, cymbalon, violino solista, ottoni, bottiglie. E poi ancora: rotopiano, chitarra sirena, sonar, fischio, banjolino, cassa a pedale, mandolino, armonio, bottigliofono, frusta, piano a muro, organo, pianofoni, rullo di Edison, piano giocattolo, tamburi, chitarra rumorista, bass stick, chitarra ritmica, clarino basso, coperchio, maracas, violino, violomba, conga, cineserie.

"Vi basta? Con questo per oggi termino", avrebbe detto Bohumil Hrabal, il grande scrittore ceco, saggio e "sbruffone", che, con queste parole, regolarmente chiudeva i vari capitoli del suo memorabile romanzo Una solitudine troppo rumorosa (libro molto amato da Capossela, come anche dal sottoscritto). E li apriva, invece, invariabilmente, con un personalissimo incipit, un'altra frase delle sue, che potrebbe benissimo stare in bocca al Nostro: "Fate attenzione a quello che ora vi racconto". Hrabal, un folletto, un outsider, uno sproloquiante, logorroico "stramparlone", in quel bizzarro, immaginifico circo felliniano che sono le sue opere.

Nel disco, diciassette brani che danno vita a un racconto affascinante, neorealista, romantico, struggente, malinconico, poetico, divertente. Con l'artista che si affaccia dalla copertina incapsulato in uno scafandro, una "citazione" dal Jules Verne di Ventimila leghe sotto i mari. Ciò che colpisce e rapisce, già dallo srotolarsi delle prime note, è soprattutto l'atmosfera generale, il clima, la "temperatura" dell'album. E poi la caleidoscopica ricchezza di riferimenti, citazioni, suggestioni, il gusto di raccontare manovrando sapientemente e sapidamente le parole, le immagini, i suoni. La ricerca dei vocaboli è accurata e rigorosa. Molti sono i rimandi interni, le corrispondenze, le assonanze, i giochi fonici e linguistici, spesso al limite del funambolico, del mirabolante. Come ad esempio in Marajà, brano divertente, scoppiettante, trascinante, dal piglio circense e dalle sonorità balcaniche, sul ritmo frenetico, incalzante di una marcetta.

È arrivato sul pallone con il botto del cannone

È arrivato sul treruote con la gotta sulle gote

È arrivato in aereostato coi forzuti del Caucaso

Sul Mercedes cabinato è arrivato il Marajà

Col monocolo e il ciclofono

Va in rivista il Marajà

S'alza l'asta del ginnasta

Quando passa il Marajà

Si sollevano i manubri

Dei sollevatori bulgari

Si spara l'uomo cannone

Quando passa il faraone

Apre il mazzo anche il pavone

Se lo chiede il Marajà

Nel disco, a voler completare una doverosa ricognizione "letteraria" tra i solchi di un album formidabile, un altro momento altissimo, Suona Rosamunda. Intarsiata dalle note del violino di Edoardo De Angelis (vecchia conoscenza della canzone d'autore) che graffiano l'anima, e stupenda nel crescendo del suo andamento ritmico, nel suo clima cupo, ingannevolmente festoso, nel tono accorato, appassionato e insieme amaro e struggente. Una canzone ispirata a Se questo è un uomo, il romanzo-testimonianza in cui Primo Levi racconta l'inferno di Auschwitz. In particolare ad alcune righe di esso, alla costrizione a suonare e danzare dentro quell'orrore: "(...) ci mettono ancora una volta in fila, ci conducono in un vasto piazzale ‎che occupa il centro del campo, e ci dispongono meticolosamente inquadrati. Poi non accade più ‎nulla per un'altra ora: sembra che si aspetti qualcuno‎

Una fanfara incomincia a suonare, accanto alla porta del campo: suona Rosamunda, la ‎ben nota canzonetta sentimentale, e questo ci appare talmente strano che ci guardiamo l'un l'altro ‎sogghignando; nasce in noi un'ombra di sollievo, forse tutte queste cerimonie non costituiscono che ‎una colossale buffonata di gusto teutonico. Ma la fanfara, finita Rosamunda, continua a ‎suonare altre marce, una dopo l'altra, ed ecco apparire i drappelli dei nostri compagni, che ritornano ‎dal lavoro. Camminano in colonna per cinque: camminano con un'andatura strana, innaturale, dura, ‎come fantocci rigidi fatti solo di ossa: ma camminano seguendo scrupolosamente il tempo della ‎fanfara".

Suona la banda prigioniera

Suona per me e per te

Eppure è dolce nella sera

Il suono aguzzo sul nostro cuor

Cade la neve senza rumore

Sulle parole cadute già

Fino nel fondo della notte

Che qui ci inghiotte e non tornerà

Il passo d'oca che mai riposa

Spinge la giostra, spinge la ruota

Con i bottoni e coi maniconi

Marciano i suoni, vengon per noi

Suona Rosamunda

Suona che mi piaci

Suonano i tuoi baci

Nella cenere ancor

(...)

Si bruci il circo e si bruci il ballo

E le divise ubriache d'amor

Che non ritorni più a luce il sole

Che non ritorni più luce per noi

Le marionette marciano strette

Dentro la notte tornan per noi

Altri richiami, poetici e letterari, altre suggestioni, altre citazioni. Come, ad esempio, tra i solchi di Ballate per uomini e bestie (2019), la bellissima, ispiratissima Ballata del carcere di Reading, di Oscar Wilde, in una splendida traduzione. E come non riandare, qui, con la mente, a quel testo di altissima poesia, una poesia dolente e visionaria, struggente, traboccante di amaro amore, di redenzione e perdono, di fraterna pietà per l'uomo infangato, calpestato, oltraggiato. Un'opera colma di intensità e autenticità, e di irredimibile pena, sull'esperienza del carcere che, accusato di "atti osceni" (come dire, allora, nell'Inghilterra di fine Ottocento, di sodomia, di omosessualità), Wilde dolorosamente sperimentò, per due anni (dal novembre 1895 al maggio 1897), in una tetra prigione vittoriana. E sentì e patì profondamente, nella carne e nell'anima, nella convivenza forzata con un compagno di detenzione, fino al momento dell'esecuzione capitale. Un inno solenne alla bellezza e un lamento accorato sull'assurda, atroce, barbara ritualità di una condanna a morte.

Un'opera, la Ballata, che, come Lo straniero di Albert Camus, non risparmia la feroce, sferzante denuncia della penosa viltà e malafede di cui si ammantano i custodi della morale e della Legge. E l'ipocrisia di una società che, per preservare la propria sterile, agiata tranquillità, calpesta brutalmente la dignità dell'uomo e nasconde a se stessa la nuda verità della vita e della morte.

Non indossava la giubba rossa

Che rosso il sangue più rosso il vino

E sangue e vino aveva addosso

Quando lo trovarono a lei vicino

A lei vicino che aveva amato

E assassinato in un letto di vino

Con altri in pena, io camminavo

Un altro cerchio lo vidi ruotare

Che colpa avesse da espiare

Mi chiedevo fosse lieve o grave

Quando sentì una voce

Una voce sentì mormorare

Quel tipo appeso dovrà dondolare

Mai vidi un uomo così guardare

Con occhi languidi il cielo vivo

Beveva l'aria, beveva il sole

E con gli occhi colmi di compassione

Quell'uomo uccise quel che amava

Ora la morte era la sua ossessione

Ma ogni uomo uccide quello che ama

Questo sia bene udito

Alcuni con sguardo amaro, altri con parlar forbito

Il codardo lo fa con un bacio, con la spada lo fa l'ardito

Alcuni lo uccidono da giovani, altri quando sono anziani

Con la lussuria lo uccidono oppure con l'oro nelle mani

I pietosi impugnano il coltello

Che più in fretta diventi freddo il cadavere l'indomani

C'è chi ama poco, chi troppo a lungo

C'è chi lo dona, c'è chi lo insozza

Alcuni lo annegano in lacrime, altri senza un singhiozzo

Ognuno uccide quel che ama

Ma non ognuno per questo muore

Non muore di morte infame

In un giorno di vergogna nera

Non un nodo gli spezza il collo

Non lo acceca un cencio di tela

Non una botola lo solleva

E da sotto i piedi la vita gli leva

O addirittura (sempre nell'ambito di un discorso sulle influenze letterarie nella sua poetica) quell'opera "omerica", "ciclopedica" (un doppio disco) che è Marinai, profeti e balene. Una "marina commedia" (la definizione è di Claudio Fabretti), letteraria e metafisica. Un album stipato di miti, poesie, ma ispirato soprattutto dal Moby Dick di Herman Melville. Con un testo, il Grande Leviatano, tratto da un passo del famoso romanzo, nella magistrale traduzione di Cesare Pavese. Melville, che fu per Pavese l'esempio più alto e suggestivo di come arte vera, arte grande, sia quella che assomma in sé cultura, poesia, letteratura, esperienza reale, concreta, quotidiana, fantasia e intelligenza. Quella, per dirla con Melville stesso, che unisce, nel suo corpo, "meditazione e acqua". Di come, inoltre, tutto ciò non significhi affatto amore dei paradisi artificiali, fuga dalla società, dalla civiltà, dalla storia. Scrive Pavese:"Un greco veramente è Melville. Voi leggete le evasioni europee dalla letteratura e vi sentite più letterato che mai, vi sentite piccino, cerebrale, effeminato: leggete Melville, che non si vergona di cominciare Moby Dick, il poema della vita barbara, con otto pagine di citazioni, e di andare innanzi discutendo, citando ancora, facendo il letterato e vi si allargano i polmoni, vi si magnifica il cervello, vi sentite più vivo e più uomo. E come nei greci, la tragedia (Moby Dick) ha un bell'essere fosca, è tanta la serenità e la schiettezza del coro (Ismaele) che dal teatro si esce sempre soltanto esaltati nella propria capacità vitale".

Capossela ha anche sviluppato, insieme alla sua produzione discografica, un'interessante, "parallela" carriera di scrittore. Tra i suoi libri, Non si muore tutte le mattine. Un fluire ininterrotto di pensieri, la propria vita raccontata senza schemi, come fosse un viaggio. Un vortice narrativo che ammucchia impressioni, sentimenti, ricordi, luoghi, personaggi, ossessioni, visioni. Con uno stile personalissimo, in cui si avvertono echi di grandi scrittori, suoi numi tutelari: Fante, Bukowski, Kerouac, Céline, Gadda. "Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, a ognuno la parte che gli serve, come dal macellaio".

E Il paese dei coppoloni: un epos visionario dell'Alta Irpinia, uno scavo nella memoria popolare e nella cultura contadina, con un lessico "infangato con la terra delle origini".

Capossela, un artista che, pur continuamente mutando, evolvendosi nel corso degli anni, non ha mai smarrito la vena delle origini, quella vena malinconica, stropicciata e "sgualcita" che gli ha dettato capolavori come Non è l'amore che va via. Quelle atmosfere da chansonnier maudit e da folksinger intimista, voce rauca e strozzata, lievemente "etilica". Una gamma timbrica ed emozionale intensa, ricca e variegata:

Persa nel cielo

Lungo la notte del mio cammino

Sono due luci

Che mi accompagnan

Dovunque sto

Una nel sole

Per quando il sole

Mi copre d'oro

Una nel nero

Per quando il gelo

Mi vuole a sé

Signora luna che mi accompagni

Per tutto il mondo

Puoi tu spiegarmi

Dov'è la strada che porta a me

Forse nel sole

Forse nell'ombra

Così par esser

Ombra nel sole

Luce nell'ombra

Sempre per me

(Signora luna)

Non ha mai abdicato, Capossela, a quella temperie emotiva, più sfumata e raccolta, più giocata sui toni melanconici della lontananza, della privazione, dell'assenza, che il poeta maudit avverte tra sé, la sua voce supplice e indifesa, e il "mistero" della donna, incomprensibile e irraggiungibile. In Solo mia, ad esempio. Un ammaliante canto tradizionale zigano, da lui riarrangiato sulle note accattivanti e nostalgiche di chitarre, tromba, violino, maracas e del contrabbasso di sua maestà Ares Tavolazzi:

Guardo il cielo che risplende

E mi chiedo dove sei

Cerco te ma dove sei

Dove sei, dove sei

E anche il cielo che risplende

Non mi dice dove sei

Cerco te ma tu chi sei

Pioggia, vento, triste gioia

Anche in cielo vedo

Cerco te ma tu chi sei

La donna, idolo insaziabile e adorato, è sempre là, in un magico e remoto altrove, come la vita. E l'anima, ebbra e torturata, nel suo cammino bagnato di lacrime e vino, si abbandona a una naturale, struggente, delicatezza da trovatore, da poeta popolare, nel farle omaggio di un fiore. Al ritmo di una vecchia rumba, dentro una magnifica, grandiosa melodia.

Con una rosa hai detto

Vienimi a cercare

Tutta la sera io resterò da sola

Ed io per te

Muoio per te

Con una rosa sono venuto a te

(...)

Come la porpora che infiamma il mattino

Come la lama che scalda il tuo cuscino

Come la spina che al cuore si avvicina

Rossa così è la rosa che porto a te

Lacrime di cristallo l'hanno bagnata

Lacrime e vino versate nel cammino

Goccia su goccia perdute nella pioggia

Goccia su goccia le hanno asciugato il cuor

(Con una rosa)

Vinicio Capossela, un artista "totale", di straripante creatività. Poliedrico, geniale e irrefrenabile. Il migliore della sua generazione. "Vorrei che la mia musica fosse come un acquario, che a ognuno faccia affiorare a galla qualcosa che dentro di sé conosce già, che ha intravisto e forse desiderato. A volte è nostalgia, oppure euforia o ancora, semplicemente un proposito".

Un artista "esagerato", come pure una volta ha ammesso di essere. Avendo però pronto, in tasca, un alibi di ferro: "Ma la vita non esagera forse?".