Scritture scriteriate

Coi piedi in tasca

Abituato alla sfrontatezza a volte arrogante della gente di costa, mi colpì questo tipo che sembrava aver fatto della riservatezza uno stile di vita ed una filosofia sia pure spicciola. Anzi proprio gli spiccioli mi colpirono. Ero entrato in un bar dell'antica città per un caffè e al momento di pagare lo vedo seduto ad un tavolinetto appartato. Mi incuriosisce. Malvestito, o meglio con abiti puliti e ben stirati ma logori ai polsi, pantaloni lucidi di consunzione e sottoposti da anni a lavaggi e stiraggi che ne facevano un residuato d'anni sessanta. Avvicinandomi con la scusa di osservare un pessimo quadro alla parte dietro di lui, verifico lo stato del colletto della camicia. Altro residuato che ogni giorno faceva lo sforzo di sopravvivere come capo un tempo d'ottima fattura che s'indovinava artigianale, ma ora tenuto in piedi a colpi di appretto e certosina stiratura, probabilmente in economia, come si dice per i lavori non appaltati ad esterni.

La curiosità cresceva. Immaginavo un nobile decaduto dei tanti dell'antica stanca e ignava città un tempo fulgida di vescovi, principi, avvocati, medici, notari. Un professionista caduto in disgrazia. Per dirla breve, m'incuriosiva, stuzzicando non certo un mio troppo acceso senso di pietà ma solo un interesse, come dire, sociologico o, piuttosto, culturale. Allontanatomi dal tizio, con la scusa di parlare dell'orrendo quadro con la barista che, potevi sbagliarti, non ne sapeva alcunché e si mostrò scocciata delle domande, attesi che il tizio si alzasse. Avevo deciso di seguirlo, di indagare su di lui. Ma il tizio non si alza, non ha ancora terminato il suo caffè. Si rigira la tazzina, dà un'occhiata ad un giornale gualcito che nel frattempo ha recuperato dal tavolo vicino, insomma traccheggia. Quel caffè deve durare, quel giornale deve essere sorbito tutto.

Al momento di pagare il conto si accosta alla cassa trascinando i piedi e curvo d'andatura. Tira fuori un miserando borsellino per monetine e inizia a contarne una alla volta. Mi ricorda quel prete nel film sulla contestazione che le scrutava una alla volta temendo di sbagliare e intanto prendeva tempo, magari per ottenere uno sconticino, che so, novantacinque centesimi invece di un euro intero. Una, due, tre, fino al sospiro finale, suo e del cassiere. Mi dava una sensazione commista di pena e, non so perché, di rabbia.

Uscito dal caffè me ne vado per la mia strada. Gironzolo un poco per le antiche strade. Dopo un po' mi fermo davanti a un altro bar che espone macchine e confezioni per il caffè. Ripenso allo strano personaggio incontrato poco prima e che avevo spiato con interesse. Mi chiedo perché non l'avessi seguito. Avrei potuto proseguire l'indagine indiscreta, saperne di più o almeno carpirne ancora qualche altro comportamento bislacco. Invece avevo cambiato strada.

Giro ancora per la città. Saranno passate due o tre mezzorette e lo intravedo in lontananza, lungo la passeggiata che dà sulla vista panoramica dell'ampia vallata chiusa a sud est dalle montagne, quel giorno ben visibili, scure e al solito pacificanti. Ho modo di studiarne ancora i movimenti di lontano e poi sino al momento di incrociarlo, facendo finta di imbattermi in lui casualmente per non insospettirlo.

Il suo modo di camminare altero e goffo al contempo, il suo modo di scansare chi incontra, il sottoscritto in quel caso, i passi misurati, incerti, felpati quasi. Sembrava camminasse coi piedi in tasca.