E' tutta musica leggera

CSI, densamente spopolata è la felicità. Bagliori di poesia sulla via della seta

"Dopo quindici anni di palco ci sentivamo svuotati. Avevamo poche idee e soprattutto confuse. Da qui il desiderio irresistibile di scaricare l'inutile e il superfluo dalle nostre vite e di guardarci intorno per cogliere ciò che gira a un altro ritmo. Era arrivato il momento della Mongolia".

Così Giovanni Lindo Ferretti, carismatico leader dei CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti), musicisti risorti dalle ceneri dei CCCP-Fedeli alla Linea, racconta la nascita, nel 1996, di Tabula rasa elettrificata. Quarto album del gruppo. Si noti il gioco delle sigle. La più vecchia presa a prestito da uno Stato, l'URSS, e poi estintasi con esso; e l'altra, CSI, che evoca, dopo la dissoluzione dell'impero sovietico, la nuova Comunità degli Stati Indipendenti. Ancora Ferretti, a proposito della fascinazione della band per il mondo sovietico: "La scelta della Russia è stata da una parte una scelta molto contingente, molto legata a quegli anni in cui veniva considerata l'Impero del male. Reagan l'aveva decretato: noi siamo l'impero del bene e dall'altra parte c'è un impero del male. E allora noi abbiamo detto subito: benissimo, allora noi facciamo propaganda per l'impero del male. Se il mondo deve essere diviso, noi restiamo per quelli che stanno dall'altra parte, sempre coscienti che se noi fossimo stati in Russia, saremmo stati filoamericani. Per un problema sostanzialmente di equilibrio. In realtà, la Russia ha avuto un peso incredibile in tutta questa storia, perché noi, come CCCP, abbiamo sempre visto, nella storia che ha dato origine all'Unione Sovietica, il meglio e il peggio di tutte le speranze e le utopie che hanno sbattuto l'Europa negli ultimi due secoli. Per cui ci riconoscevamo assolutamente figli di quelle tensioni, al di là del fatto che noi saremmo assolutamente finiti nei gulag. Però, in qualche modo, ci siamo sempre sentiti parte di quel mondo. Assolutamente. Con tutte le sfighe e tutti gli orrori che quel mondo aveva determinato. Non avevamo nessuna voglia di chiamarcene fuori, nel senso che tutto il male e quel po' di bene che lì si è verificato, è successo anche per colpa nostra. Noi siamo colpevoli".

L'album è il diario di un viaggio lungo la Via della seta, in un mondo lontano, remoto, misterioso, la Mongolia. Diario, e insieme sogno realizzato di un viaggio fantasticato fin da bambino, sfogliando con emozione e avidità le pagine dell'atlante. "Immaginavo", racconta Ferretti, "un cielo enorme su una terra sterminata, dove la natura stabilisce una diversa percezione dell'esistenza".

Gli occhi sgranati del bambino si sono così colmati di "tinte" inedite, di bagliori, e lo sguardo si è saziato nell'inseguire un orizzonte senza limiti, un confine d'aria e luce:

D'oro giada bordeaux si tinge il mondo

Bagliori d'amaranto viola la fine

Segue lo sguardo il montare della sera dal fondo delle valli

Oscura arresa al buio

La terra penetra il cielo

Il disco è un viaggio insieme geografico e interiore, un'avventura nello spazio e un percorso a ritroso nel tempo. Un ritorno ai miti dell'infanzia, Brace, fuoco che arde sotto la cenere.

Così all'anima fiammeggiante che soffoca, "attonita", nel tempo atono e grigio dei giorni spremuti, squarciato il velo della cecità, appare la bellezza.

Anima fiammeggiante soffoca

Smaniosa d'aria non ce la fa

Giorni spremuti e notti

Attinti a un pozzo profondo millenni

Il somigliare agli altri non la salva

(...)

Appare la bellezza mai assillante né oziosa

Languida quando è ora e forte e lieve e austera

L'aria serena e di sostanza sferzante

(Brace)

Un album ispiratissimo, di rapinosa forza e fascinazione, intenso, lirico, evocativo. Un disco di ardori descrittivi e di incanti narrativi, che disegna (i testi sono di Ferretti) persone, paesaggi, idealità, densi di suggestione, di spiritualità, di poesia. E, dopo le precedenti esperienze del gruppo, un disco rock leggero, "energetico", con la sua freschezza melodica e le sue sonorità nuove, levitanti e robuste d'aria e luce, ma anche profonde e lancinanti di carne e sangue.

Mai i CSI sono stati così affiatati, così in perfetta sintonia, un solo fuoco: "Prima ci accapigliavamo, in sala di registrazione, e succedeva sempre che almeno una canzone o due facessero schifo a qualcuno di noi. Stavolta ci siamo sorpresi di noi stessi, dell'equilibrio, dell'armonia, ciò che ci ha portati diritti a questi 57 minuti di musica".

Giorgio Canali e Massimo Zamboni alle chitarre, Gianni Maroccolo (ex Litfiba) al basso, Francesco Magnelli alle tastiere (o magnellophoni, come suggerisce divertita la nota nel disco), Gigi Cavalli Cocchi alla batteria. E poi le voci, straordinarie, di Giovanni Lindo Ferretti e di Ginevra di Marco, magistralmente vibranti, perfettamente fuse nel canto (ad esempio in Bolormaa, in Accade, o nel coro di Gobi, ma anche, soprattutto, in concerto), una sola anima fiammeggiante.

Dieci canzoni, sette delle quali costituiscono altrettanti momenti del viaggio. Dalla partenza da Mosca, raccontata, insieme alla loro visione politica in Unità di produzione, a Bolormaa.

La Mongolia, una terra che ci viene incontro dalla copertina del disco e dalle immagini, suggestive, che troviamo all'interno, ispirate al documentario Viaggio in Mongolia, di Marco Preti e Giacomo Baroni. Volti, simboli, costumi, architetture, cavalli in libertà, su distese dove l'occhio si perde, sotto cieli altissimi e vorticosi. Un orizzonte di "profondità", di spiritualità, di libertà.

Quanto è alto l'universo

Quanto è profondo l'universo

Mille i nomi di Budda

Mille diecimila e quello che verrà

Una tappa in questo percorso è Ongii, la "città fantasma", sede di un antico monastero perduto, simbolo della religiosità di quel popolo, della sua incessante preghiera "mormorata" al cielo. Un'intensa sinuosa ballata, con la sua pittorica, vibrante malinconia e una coda musicale molto suggestiva.

Raccontami Ongii che scorri

Incessante preghiera che mormora al cielo

Del tuo monastero perduto, dimmi la bellezza dei gesti e dei colori

Che ti hanno traversato e hai riflesso

Dei bagliori dell'oro, dei fuochi, dei fumi e dei profumi d'incenso

Tra l'eco di conchiglie, trombe, campane, fragore di tamburi di piatti

Lo sgretolarsi tremolante dei gong

Ed ecco Bolormaa, uno dei momenti più alti dell'album, e uno dei vertici assoluti dell'intera loro discografia. Una ballata evocativa e struggente, dall'atmosfera introspettiva e rarefatta. Ricca di pathos, di intensa spiritualità, di profonda poesia. Bolormaa (in mongolo, "madre di cristallo") è il nome di una popstar adolescente, di una contorsionista bambina che esemplifica, nel suo sinuoso movimento, nel suo esercizio teso, concentrato, spasmodico, la peculiarità del pensiero mongolo. La linea retta, che congiunge nella maniera più semplice i due punti di un ragionamento, è anche il percorso più ovvio e scontato, più banale. Come tale da scartare, per privilegiare invece una strada più contorta e impervia, dove dubbi, ripensamenti, lacerazioni, costituiscono un'esperienza più ricca, profonda, illuminante.

"Lo show della contorsionista davanti al pubblico dello spettacolo imperiale dura appena dodici minuti, ma sono talmente intensi di sforzo fisico da lasciare sconcertati. Quell'esercizio è la proiezione fisica della fatica mentale".

Bolormaa (canzone dedicata a Mara Redeghieri, cantante degli Üstmamò) che lascia fluire il dolore e si arrende all'amore, insegna la via dell'emozione viscerale e della conoscenza più alta.

Osservo con timore Bolormaa la Contorta

Concetto fatto carne nervi viscere legamenti

Sinuoso movimento

Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta

Non conosce pendenze smottamenti rimonte

Densamente spopolata è la felicità

Preziosa

La felicità è senza limite e viene e va

Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta: parole potenti e penetranti. Splendido richiamo, altissimo ammonimento. Condanna della fretta, della frenesia, dell'impazienza, che, tiranniche, distruttive, bruciano i passaggi, non permettono di sostare presso le cose, di dimorare in esse, di averne cura, di patire insieme a loro. Di abitare quietamente e compiutamente il mondo, di trovare un senso in questo cieco, folle andare. Condanna delle facili scorciatoie, delle banali semplificazioni, delle fragili certezze. Di un tempo (il nostro) segnato dalla velocità, dalla concitazione dei gesti, spasmodico, accelerato, patologico. Premuti dall'immediato e dal contingente, dal perituro, dall'effimero, schiacciati su un egemonico, arrogante presente, che cancella passato e futuro, azzera la memoria, strangola la speranza, navighiamo in un oceano insostenibile di scampoli di notizie, dati frammentari, immagini e rumori. Un ritmo convulso, divorante, di riflessi fugaci, di impressioni fulminee. Dentro un mondo (il nostro, ancora, l'Occidente) sovraccarico, guasto, che consuma la vita in un logorante sfinimento. Vita a perdere, spossessata, spoglia di noi, condannata alla pesantezza. Ostaggio di una temporalità colonizzata e contratta, incalzante, ossessiva, insensata.

Elogio, invece, (quel verso magnifico) della pazienza, del dubbio, della riflessione, del continuo profondo interrogarsi, di quel pensoso chinarsi su se stessi che ci libera dalla presunzione, idiota e soddisfatta, di sentirsi onnipotenti e infallibili. E ci pone al cospetto della vulnerabilità del limite, della finitezza dentro cui è inscritta la nostra esistenza.

Ammoniva Montale, in Non chiederci la parola:

Ah!, l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro

"La pazienza è tutto", scriveva Rilke nelle intensissime pagine di Lettere a un giovane poeta, prezioso breviario spirituale sull'esistenza, sull'essere al mondo. Scrigno di saggezza e profondità, di infinita umanità e universalità. Un carteggio, all'alba del Novecento, con un giovane militare, aspirante poeta: "Aspettate con umiltà e con pazienza l'ora della nascita di un nuovo chiarore. (...) Il tempo, qui, non è una misura. Un anno non conta. Dieci anni non sono niente. Essere artisti non vuol dire contare, vuol dire crescere come l'albero che non sollecita la sua linfa, che resiste fiducioso ai grandi venti della primavera, senza temere che l'estate possa non venire. L'estate viene. Ma non viene che per quelli che sanno attendere, tanto tranquilli e aperti che se avessero l'eternità davanti a loro. Lo imparo tutti i giorni a prezzo di sofferenze che benedico: la pazienza è tutto".

E, a ribadire, ad esemplificare meglio questo concetto, ancora Rilke, in una pagina meravigliosa da I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910), romanzo-diario "esistenzialista" ante-litteram, di enorme complessità e abissale profondità. Fitte righe di inchiostro e di vita vissuta. Un magma rovente di immagini, impressioni, paure, emozioni, reminiscenze infantili, meditazioni sulla morte. Una prosa poetica, una scrittura introspettiva, reclinata sulla propria interiorità, nell'auscultazione della propria anima. "(...) i versi significano così poco, quando li si scrive in troppo giovine età! Bisognerebbe avere la forza di attendere: raccogliere in sé per tutta una vita - per tutta una lunga vita, possibilmente - i succhi più dolci; e solo allora, solo alla fine, riusciremmo forse a scrivere non più che dieci righe di poesia. Perché i versi non sono - come tutti ritengono - sentimenti. Di questi, si giunge rapidi a un precoce possesso. I versi, sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, molti uomini, molte cose. Occorre conoscere a fondo gli animali; sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori, quando si schiudono all'alba. Occorre poter ripensare a sentieri dispersi in contrade sconosciute; a incontri inattesi; a partenze da lungo presentite imminenti; a lontani tempi d'infanzia ravvolti tutt'ora nel mistero; al padre e alla madre, che eravamo costretti a ferire, quando ci porgevano una gioia incompresa da noi perché fatta per altri; alle malattie di puerizia, che così stranamente si manifestavano, con tante e sì profonde e gravi metamorfosi; a giorni trascorsi in stanze silenziose e raccolte; a mattini su la riva del mare; al mare; a tutti gli oceani; a notti di viaggio che scorrevano altissime via, volando sonore con tutte le stelle. E non basta. Occorre poter ricordare molte notti d'amore, sofferte e godute: e l'una, dall'altra, diversa; grida di partorienti; lievi e bianche puerpere che risarcivano in sonno la ferita. Occorre aver assistito dei moribondi; aver vegliato lunghe ore accanto ai morti, nelle camere ardenti, con le finestre schiuse e i rumori che v'entravano a flutti. E anche ricordare, non basta. Occorre saper dimenticarli i ricordi, quando siano numerosi; possedere la grande pazienza d'attendere che ritornino. Perché i ricordi, in sé, non sono ancora poesia. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo, gesto; quando non hanno più nome e più non si distinguono dell'essere nostro - solo allora può avvenire che in un attimo rarissimo di grazia dal loro folto prorompa e si levi la prima parola di un verso".

E ora Kafka, in due brevi frammenti dagli Aforismi di Zürau. Due folgoranti aforismi, due inesorabili sentenze:

"Tutti gli errori umani sono impazienza. Una prematura interruzione delle metodicità, una recinzione apparente della cosa apparente"; "Ci sono due peccati capitali dell'uomo, da cui derivano tutti gli altri: impazienza e inerzia. A causa dell'impazienza sono stati cacciati dal paradiso, a causa dell'inerzia non vi tornano. Forse però c'è un solo peccato capitale: l'impazienza. A causa dell'impazienza sono stati cacciati, a causa dell'impazienza non tornano".

E sembra qui di ascoltare un'altra voce. Quella potente, gonfia, dilatata, di Ivano Fossati. Il suo richiamo a una pensosa, feconda "lentezza", il suo Battito:

Dateci parole poco chiare

Quelle che gli italiani non amano capire

(...)

Ora davvero basta con la trasparenza

Voglio una cultura davvero sottostante

Davvero inapparente

E soprattutto per sempre

Densamente spopolata è la felicità: altro verso memorabile, da incorniciare. Una dichiarazione d'amore per una cultura remota e millenaria e una terra affascinante e misteriosa. La seconda più vasta del mondo, ma anche quella con minore densità di popolazione. Una terra dove l'immaginazione è un cavallo lanciato in un galoppo furioso, a inseguire la vastità degli orizzonti, e l'infinito si fa quasi concetto tangibile. Dove lo sguardo si colma di intensità, di vuoto e di silenzio. Di una solitudine che riconduce a sé stessi, al confronto ineludibile con la propria persona e la propria anima.

Ma anche un verso che, più in profondità, rinviene la felicità nel sostare in giornate più scarne, pacificate, animate di senso. Nel mettere dimora in una vita più sobria, densamente spopolata. Lontano dal nostro paesaggio mutilato di orizzonte, fatto di cemento, asfalto, rumore. E da uno sciame anonimo e supino di clienti e replicanti, estraniati e soli, che girano in tondo, intruppati e intrappolati in gabbie di latta, in un ronzio petulante, sfibrante, di mosche impazzite. Ruminando e rimestando un pulviscolo di parole stantie, usurate, sfinite. Scriveva Pascal: "Tutta l'infelicità dell'uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo".

Tabula rasa elettrificata è un disco sorprendente, innovativo, di fragrante e rara bellezza, un'altra magnifica prova. Dopo il plumbeo, sofferto e lacerante Linea gotica (1996), dedicato all'epopea partigiana e alla memoria di Beppe Fenoglio. Un album che era anche manifesto di resistenza culturale in "un Paese", ha sottolineato Ferretti, "osceno e meraviglioso".

"Nelle pagine di Fenoglio", ha detto Massimo Zamboni, "nel modo in cui racconta la vita quotidiana dei partigiani, la retorica della Resistenza viene triturata". E ancora: "In Fenoglio c'è di più, nel senso che lui "parla" al di là delle cose che racconta, una lingua incantevole, che non si legge da nessun'altra parte. È stato, ed è tutt'ora, l'unico scrittore moderno che questo Paese abbia avuto. Non c'è modo di liberarsi di Fenoglio, e Fenoglio è duro: anche lui fa della musica pesante, pesantissima, al di là dell'immaginabile, perché espone il lato faticoso della vita (...). Uno non legge Fenoglio al cesso e quando ha cinque minuti liberi: ci si deve dedicare, perché la lettura di Fenoglio è un "tempo sacro". Vorremmo fosse così anche per la nostra musica".

Tabula rasa elettrificata fa seguito al memorabile Ko de mondo (1994), uno degli album più significativi e rivoluzionari degli anni '90 ("replicato", nella versione unplugged e live, dall'ottimo In quiete), un disco dalla poesia cupa e violenta, dai versi minacciosi, epocali, dalle metafore folgoranti. Dove spicca, tra altri brani di assoluto livello, Fuochi nella notte, una ondulante, emozionante ballata, leggera, acustica, distesa in un melodioso flusso narrativo. Che racconta quel momento particolare, dopo il solstizio d'estate, nella notte di San Giovanni (tra il 23 e il 24 giugno), quando il sole inizia a declinare, in cui i falò accesi simboleggiano, secondo un'antica, ancestrale tradizione, il tentativo di arrestarne il crepuscolo, il disfacimento, di sostenerne la potenza, di restituire forza e vigore alla sua bellezza sfiorita. Scacciando le forze avverse del male, incenerendo i vecchi, brutti, dolenti ricordi. Un rito secolare di fertilità, di morte e resurrezione (come non riandare qui, con la memoria , a quel capolavoro, contenutistico e stilistico, del nostro Novecento letterario, che è La luna e i falò di Cesare Pavese?) che incarna e mima l'eterno rinnovamento della natura, nella perenne, immutabile giostra delle stagioni. E che invita, in questa notte di mezza estate gonfia di miti, di magia, di prodigi, a una rinascita interiore, alla purificazione dell'anima, a pacificare il cuore. Nell'accettazione piena e cosciente dell'esistenza, luce e tenebre, gioia e dolore, bellezza e tristezza. Perchè, come sottolinea la voce quasi recitante di Lindo, voce che è incanto, rapimento, fascinazione, così vanno le cose, così devono andare.

Parlano piano al sole le ombre stanche

Di rumorose rabbie e infinite menzogne

Lunghe di sterminati fili in lunga fila

Sorde ai tonfi di corpi che vengono abbattuti

Tra poco arrossa il cielo della sera

Sospeso tra azzurri spazi gelidi e lande desolate

Quietami i pensieri e le mani

E in questa veglia pacificami il cuore

Così vanno le cose, così devono andare

S'alzano sotto cieli spenti i canti

Di chi è nato alla terra ora

Di volontà focose speranze

E da energie costretto e si muove alla danza, danza, danza...

Muoiono i preti rinsecchiti e vecchi

E muoiono i pastori senza mandrie

Spaventati i guerrieri, persi alla meta i viaggiatori

La saggezza è impazzita, non sa l'intelligenza

La ragione è nel torto, conscia l'ingenuità

Ma non tacciono i canti e si muove la danza...

Un disco, Ko de mondo (grande, nella musica italiana la sua impronta e la sua scia luminosa) che faceva pensare, più che alla cultura rock, ai canti anarchici e ad autori estremi, "apocalittici", come Céline e Majakovskij.

"Majakovskij, in qualche modo, è stato un santino per noi. Fin da quando dice: sono nato sotto il vento di un valico. Anch'io sono nato sotto il vento di un valico, e allora se uno comincia la propria autobiografia dicendo queste parole, io riscontro che ci troviamo già sulla stessa barca. Perché se per te diventa essenziale l'essere nato sotto il vento di un valico, allora (...) si ha il vento nelle orecchie per tutta la vita. È come chi nasce con davanti agli occhi il golfo di Sorrento".

Emerge con forza, nei dischi e nei concerti, la dimensione mistica dei CSI. Un mix di religiosità laica, di spiritualità, di temi "altri", inediti, elevati, rispetto a quelli correnti nella nostra canzone; di rigore e semplicità (di frugalità), di libertà. Una dimensione di autenticità, che si fa esperienza catartica, a fotografare bene la quale può contribuire questa confessione di Ferretti: "Io possiedo una vena apocalittica al di là della mia volontà. Da questo punto di vista, i miei canali della visione apocalittica si sono riaperti quando ho rifatto i conti con la religione, perché c'è stato l'incontro, la grossa frequentazione, tutta letteraria, con due personalità che sono state fondamentali in questa storia. Innanzitutto Simone Weil, con i suoi Quaderni e poi tutta la sua vita che è stata per me un'occasione per fare i conti con la religione e di conseguenza ripensare alle mie scelte politiche. Simone Weil è certamente il personaggio che è stato più importante nel mio pensare e nel mio scrivere. L'altro è Sergio Quinzio".

Nel 2006, in una lettera al "Foglio", racconterà la sua conversione al cattolicesimo: "Per ciò che riguarda la difesa della Chiesa, delle sue posizioni, della necessità di ponderazione nel suo operare, rifuggo ogni polemica. Per troppo tempo sono stato succube, seppur volontario, di una falsificazione della Storia che la identifica come controparte reazionaria alla libertà umana. Quel tempo è finito, Dio sia lodato, non lascio ai suoi nemici dichiarati, occulti, anche compartecipi e ben posizionati, l'ordine del giorno dei miei interessi, del mio impegno, delle mie priorità. Sono ogni giorno più cattolico, cattolico bambino, felice di addormentarmi stanco e nell'aprire gli occhi contento di questo dono che è vivere. Un dono vero, non facile, non ovvio, sempre a rischio e sorprendente. Sono così bambino nel mio essere cattolico da essere fermo, inchiodato nel mistero dell'Incarnazione".

E, poco dopo, lui, ex operatore psichiatrico ed ex militante di Lotta Continua, ai tempi del punk filosovietico dei CCCP, quando era "nato" incendiario e rivoluzionario, si dichiarerà contrario all'aborto e filo-berlusconiano. Intruppandosi nell'esercito dei neo-con e dei fans di Ratzinger. Da cantore dei soviet a icona della destra. Una capriola ideologica e culturale che lascia piuttosto basiti e sconcertati. Per arrivare, con L'imbrunire (2020), una canzone della sua ultima metamorfosi cantautorale, a lanciare quasi un manifesto destrorso e "terrigno", sovranista, identitario, salviniano:

Sogno ponti levatoi e mura a protezione

Piccole patrie sempre sul chi vive

Risate cristalline in gelide mattine

Poi mi sveglio

Giovanni Lindo Ferretti è un personaggio fondamentale della musica italiana a cavallo tra i due secoli. Vive appartato e isolato tra le sue montagne, sulla cresta dell'Appennino Emiliano, allevando cavalli. Una voce senza tempo, dura, affilata, dal timbro grave e intenso, che esalta ogni interpretazione e si dipana su ritmi ossessivi, cantilenanti. A volte in un assorto, ieratico recitativo, con quella sua tipica, incalzante, massimalista, ipnotica declamazione da muezzin. Una voce che evoca dissonanze, disagi, malesseri assortiti, senza redenzione, senza consolazione. La sua stessa presenza scenica, la sua figura di ascetico chansonnier, con quel portamento da derviscio, quella magrezza allampanata, il volto scavato e sofferto che suggerisce abissi di interiorità, tutto contribuisce a creare, in concerto, un'aura solenne, un silenzio attento, abbacinato, e un'atmosfera intensa e quasi sacrale di magnetica teatralità, così densa che si potrebbe tagliare con il coltello.

Gli ultimi tre brani di Tabula rasa elettrificata (Accade, Matrilineare, Mimporta 'nasega) corrispondono, a differenza di quasi tutti gli altri, che, come detto, hanno per teatro la Mongolia, a considerazioni e riflessioni sul viaggio, formulate a margine. C'è uno scarto rispetto ai dischi precedenti. L'album gronda vita e vitalità ed è lontanissimo dal senso di morte e di desolazione di altri lavori. Traspare anche il desiderio, fortissimo, di buttare dalla finestra, come un vecchio arnese inservibile, quel fardello ingombrante di santone e predicatore che gli era rimasto appiccicato, incollato addosso, fastidioso e pesante come un macigno. In questo senso il brano più emblematico e programmatico è Mimporta 'nasega, che è anche stato il titolo scanzonato di un loro tour.

"Con Tabula rasa", afferma Lindo, "abbiamo fatto nuovamente piazza pulita del nostro passato e delle nostre contraddizioni. (...) Mimporta 'nasega riassume il senso complessivo del disco: è un invito alla gioiosità, alla tolleranza, alla vitalità, il contrario esatto del menefreghismo. Con il titolo", aggiunge, "chiariamo il nostro disinteresse per i falsi valori che ci circondano, e il minimo comune denominatore per la possibile ricostruzione. Come a dire, ripartiamo dai bisogni veri, quelli dei bambini, gli stessi della gente di Mongolia".

Schizza la mente quando la si tende

Si contorce, si espande

Se risucchiata ruggisce di dolore, di piacere

Calore che irradia in onde rotonde

Gelo verticale, cunei sparati giù a frantumare

Del resto mimporta 'nasega sai

Ma fatta bene

L'album, come i suoi autori, viaggia alla grande, conquista sorprendentemente i vertici assoluti delle classifiche nazionali. Appena un mese dall'uscita, ed è già disco di platino. E i CSI confessano (quasi inorriditi) di essere stati corteggiati persino dal festival di Sanremo. Così, sull'onda di questo successo imprevisto e travolgente, proprio all'alba del secolo, il gruppo si scioglie. Dopo un ventennale sodalizio artistico con Ferretti, Massimo Zamboni lascia la band. "Eravamo tornati in Germania per festeggiare una sorta di compleanno, la nostra maggiore età. Invece, quando ormai il muro fisico era caduto, ci siamo guardati in faccia e abbiamo capito che un altro muro era sorto, ma stavolta fra noi due, alto e invalicabile. Forse questa rottura è stata l'ultima onda di rimando del nostro tour fra i nomadi della Mongolia. Quello è stato un viaggio dentro noi stessi: c'eravamo andati appunto per far fare tabula rasa di tutte le scorie, la paccottiglia ormai inutile e nociva che avevamo accumulato in tanti anni di vita occidentale. È stata come una seduta psicanalitica, solo che stavolta il lettino eravamo noi stessi".

"Tutto quel successo non ci ha fatto bene: troppa pressione addosso, ci ha allontanato dal nostro habitat naturale e spedito di fronte al pubblico dei palasport, come un jukebox vivente. Era davvero il caso di fermarsi un attimo".

D'altra parte la voce potente e sentenziosa di Lindo, quella voce modulante e salmodiante, da monaco buddista, ci aveva già ammoniti, ce l'aveva già "cantata": Se tu pensi di fare di me un idolo, lo brucerò; trasformami in megafono, mi incepperò. Detto, fatto.

Come l'araba fenice, il gruppo, nel 2002 rinascerà ancora dalle sue ceneri, sotto un'ennesima sigla, PGR, acronimo del nuovo album, Per grazia ricevuta. Che sancisce l'abbandono del rock, del loro sound e una svolta verso la sperimentazione elettronica. Nel 2009 si arriverà al definitivo scioglimento. Alla cessata attività di una band che, con il suo rock vigoroso ed energico, col suo punk rabbioso e decadente, il suo spiritualismo e misticismo, e con quella poesia ironica e goliardica, ma anche dolente, inquieta, "estrema", ha aperto nuove frontiere nel rock italiano ed è stata, costantemente, una porta spalancata sul futuro.