Fernando Romagnoli risiede a Fermo. Laureato in Filosofia all’Università di Macerata, in Sociologia e in Lettere all’Università di Urbino, si interessa di musica e letteratura. Collaboratore delle Edizioni De Agostini e bibliotecario, da molti anni è insegnante di Lettere. Si è dedicato alla scrittura poetica e critica, partecipando al dibattito culturale con interventi e saggi. Collabora con la rivista on-line MusiCultura.

Ha pubblicato, per la poesia, "Il tempo e i giorni" (Pescara, 1989), "Di sangue e d’oro" (Pescara, 2010), "La bellezza quieta" (Pescara, 2015), "Luce, cenere" (Pescara, 2019). E i saggi "L’inarrivabile vita – Lettura di Pavese" (Bologna, 1991-Premio Bontempelli-Marinetti), "Una luna in fondo al blu – Poesia e ironia nelle canzoni di Paolo Conte" (Foggia, 2008), "Un’invincibile estatePassione di vivere in Albert Camus" (Pescara, 2017).

 

 

Diavolo rosso, come una proustiana madeleine

 

“Nutro un affetto speciale per Diavolo rosso”, ha detto Paolo Conte, perché parla del nostro paesaggio, delle nostra terra, dei sogni che ci porta l’epoca del fieno [...]. Al tempo del fieno senti anche la presenza della montagna e, come in Diavolo rosso, puoi respirare la Francia, la misteriosa vicina al di là delle oscurità verticali. Anche per questa canzone”, ha aggiunto, “meglio che non conti le ore passate a scriverla”.

Diavolo rosso è un po’ una “ricerca contiana” del tempo perduto, ha la dolcezza struggente delle memorie d’infanzia, rivissute da una mente adulta che si china su di esse come su un paesaggio interiore, su un’oasi antica di pace e serenità.

Una suggestiva evocazione poetica di una campagna che sa di fieno e di lontano, in un valzer di vento e di paglia, isolata e scolpita nel ricordo, con le sue voci e i suoi abissi di luce / e di terra e di anima, dove controluce tutto il tempo se ne va.

Questo orizzonte terragno, questo paesaggio privilegiato dell’anima, si colora improvvisamente, come la famosa madeleine proustiana (basta un sapore, un suono, un profumo attizzato dal vento) di empiti visionari e immagini antiche, di moti del cuore, di sogni perduti:

…voci dal sole e altre voci, / da questa campagna altri abissi di luce / e di terra e di anima / [...] / Girano le lucciole nei cerchi della notte / questo buio sa di fieno e di lontano / e la canzone forse sa di ratafià...

Su questo fondale agreste ingiallito dal tempo si stagliano eroi leggendari, figure e figurette, vite in erba incanalate sulle rotaie di un destino già tracciato, dentro un mondo contadino rituale e immobile, affondato nella terra, legato, come gli alberi, al ritmo eterno delle stagioni:

Quelle bambine bionde / con quegli anellini alle orecchie / tutte spose che partoriranno / uomini grossi come alberi / che quando cercherai di convincerli / allora lo vedi che sono proprio di legno...

E il ricordo di un’umanità che vive con la libera immediatezza della natura:

e voci e bisbigli d’albergo / amanti di pianura / regine di corriere e paracarri / la loro, la loro discrezione antica / è acqua e miele...

E poi il sognare e il fantasticare in quelle notti più alte / di questo Nord - Ovest bardato di stelle; o seguendo, con gli occhi sgranati, la scia luminosa delle pedalate del leggendario Diavolo Rosso:

Diavolo Rosso, dimentica la strada, / vieni qui con noi a bere un’aranciata, / controluce tutto il tempo se ne va...

“Era un corridore ciclista piemontese, più conosciuto col suo vero nome di Giovanni Gerbi. Era soprannominato Diavolo Rosso perché si vestiva tutto di rosso e rossa era la sua bici. Tutto era rosso in lui... tranne la catena che lo diventava in corsa.

Era un figlio di Asti. Lo chiamavano anche Piciotu. Un giorno entrò nel negozio di mio nonno per comprare un berretto. Mio nonno gli mostrò vari modelli, ma Gerbi montò su tutte le furie: “Come, non hai riconosciuto Piciotu?! Il berretto di Piciotu deve avere la visiera!”

Era cafone, rude, come la gente delle mie parti. Un contadino. Si era nella preistoria del ciclismo e lui, pur di vincere una corsa, se ne fregava del percorso ufficiale. E neppure esitava di fronte a un invito a bere, o a mollare uno spintone, o a gettare sulla sua scia una manciata di chiodi. Una volta, in piena gara, è caduto. L’hanno portato all’ospedale e ne è uscito bendato come una mummia. E’ risalito sulla bici... e ha finito la corsa!”

Una musica che corre, corre, galoppante, sferragliante, un ritmo vorticoso, infuocato, come le pedalate indiavolate di Piciotu. Un incedere incalzante, frenetico, da foxtrot rusticano, da western langarolo.

A ricreare un’idea sognante e futuribile di velocità, di effervescente modernità, nella cornice di un’immobile campagna (come canterà in Genova per noi); e dentro la leggenda di un ciclismo primigenio, epico ed eroico, mitico.

Dal punto di vista linguistico, il testo si segnala per una particolare sapienza stilistica e finezza compositiva, per un linguaggio molto ricco ed elaborato.

Si leggano ad esempio questi versi:

La morte contadina / che risale le risaie e fa il verso alle rane / e puntuale / arriva sulle aie bianche / come le falciatrici a cottimo.

C’è qui un gioco verbale che scarta il ricorso all’effetto - rima, ai miseri, abusati e stantii espedienti dei parolieri, alle soluzioni più facili e scontate (uno sberleffo alla retorica!) e si affida alla tessitura sotterranea di immagini tramate dalle assonanze (risale, risaie, rane) o alle rimalmezzo (risale / puntuale; risaie / aie).

Versi densi, parole calibratissime. E poi altri richiami sottili di suoni, metafore, allitterazioni, ambiguità di significato e immagini simboliche e polisense.

L’uso insistito dell’allitterazione, che ripete la vocale a e la consonante r, e nell’ultimo verso la t, creano un’armonia, un’eufonia e una continuità interna.

Da sottolineare anche l’uso della metafora, che unisce immagini e significati diversi, oltrepassando il piano della razionalità e facendo appello all’inconscio: la morte è contadina perché colpisce i contadini e perché ha la falce (come le falciatrici a cottimo).

Sul piano sintattico, possiamo rilevare, infine, un’altra caratteristica dello stile di Conte, che si farà via via più marcata negli anni: il gusto di giustapporre le frasi, di semplicemente accostarle, affiancarle, senza “legarle”, una tecnica che, frammentando il discorso e rompendo la superficialità e la linearità della comunicazione, ne potenzia l’espressività, l’allusività, la suggestività, l’indefinitezza, le risonanze insomma simboliche ed evocative.