E' tutta musica leggera

a cura di Fernando Romagnoli

Fernando Romagnoli risiede a Fermo. Laureato in Filosofia all'Università di Macerata, in Sociologia e in Lettere all'Università di Urbino, si interessa di musica e letteratura. Collaboratore delle Edizioni De Agostini e bibliotecario, da molti anni è insegnante di Lettere. Si è dedicato alla scrittura poetica e critica, partecipando al dibattito culturale con interventi e saggi. Collabora con la rivista on-line MusiCultura

Ha ottenuto affermazioni e segnalazioni in numerosi concorsi di poesia e premi letterari a carattere nazionale . Suoi versi sono apparsi in antologie e riviste. 

Ha pubblicato, per la poesia, "Il tempo e i giorni" (Pescara, 1989), "Di sangue e d'oro" (Pescara, 2010), "La bellezza quieta" (Pescara, 2015), "Luce, cenere" (Pescara, 2019). E i saggi "L'inarrivabile vita - Lettura di Pavese" (Bologna, 1991-Premio Bontempelli-Marinetti), "Una luna in fondo al blu - Poesia e ironia nelle canzoni di Paolo Conte" (Foggia, 2008), "Un'invincibile estate - Passione di vivere in Albert Camus" (Pescara, 2017).

Con Cristina Donà, dentro una vertigine che danza

"Mi ha affascinato la teoria secondo la quale nella medicina tradizionale cinese la" Quinta Stagione" è il periodo intermedio tra l'estate e l'autunno ed il momento propizio per preparare corpo e spirito all'arrivo del freddo. Partendo quindi da appunti musicali e scritti, il disco è nato e si è sviluppato quasi del tutto attorno al concetto di "preparazione" ad un eventuale momento "duro", dove verificare le forze del tuo essere persona; una prova per le strategie di sopravvivenza che ognuno di noi cerca di sviluppare ogni giorno.

Tuttavia La quinta stagione è per me soprattutto un cesto pieno di gioia e gratitudine per la vita; i suoi misteri di luce o di ombra, la bellezza e il suo scorrere nonostante tutto, e nonostante noi."

Così Cristina Donà racconta la genesi, la gestazione e il senso profondo del suo quarto album(2007), uno dei suoi più belli. Che prende appunto nome e ispirazione da un'antica tradizione cinese, secondo la quale, in sintonia con le energie universali del cosmo, ogni stagione ci suggerisce cosa fare qui, ora, sulla Terra, per comporre un equilibrio, un accordo, una consonanza con le leggi eterne del cielo. E approntare strategie di sopravvivenza, di attraversamento e superamento del dolore (nel caso di Cristina, la ferita della morte del padre), per non farsi travolgere dalle cose, e rigenerarsi, in una riconquistata, superiore armonia.

La "Quinta Stagione" è, nel pensiero orientale, il segmento temporale che va dal 15 agosto al 21 settembre. Un periodo di transizione, di mutamento, la cosiddetta "stagione di mezzo", "Centro" e crocevia di ogni rigenerazione spirituale, di ogni interiore trasformazione.

Una stagione dell'anima sospesa, un tempo di passaggio, una dimensione cosmica e intima inafferrabile, da cogliere attraverso una musica sempre più "atmosferica", sensitiva, sensoriale:

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora

Leggera

Il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa

Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno

rumore

Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle

Entrare

E' tempo di imparare a guardare

E' tempo di ripulire il pensiero

E' tempo di dominare il fuoco

E' tempo di ascoltare davvero...

Così nella splendida Settembre, in apertura del disco. Un valzer palpitante, quasi un manifesto poetico dell'album, che si apre e si spalanca come uno squarcio di luminoso azzurro, dopo il suggestivo fruscio di un soffio di vento, ad annunciare l'autunno. Dentro un arrangiamento esile, minimale, impreziosito da un elegante contrabbasso, da delicate vibrazioni di synt, e da sottili trame di chitarre elettriche, Cristina canta i suoi buoni propositi, le sue segrete inquietudini, la sua voglia di leggerezza, il suo bisogno di ripulire il pensiero, la sua sete di verità e bellezza.

E subito dopo ecco la magia di Universo, una ballata fuori dal tempo, incantata, elegante, struggente, di irresistibile grazia. In meraviglioso equilibrio tra raffinata canzone d'autore e calda, solare melodia pop.

Parlami dell'universo

Di un codice stellare che morire non può

Di anime in continuo mutamento

E abbracci nucleari estesi nell'immensità

Dove tu mi stai aspettando adesso

Dentro una vertigine che danza

E ci porta al di là del tempo

Sino a ritornare sulle labbra

L'incanto è lo stesso

Perché niente è cambiato

Anche se tutto è diverso

Cantami dell'universo

Di un codice stellare che mentire non può

Cadono nel vuoto in un momento

Miliardi di segnali

Che accendono l'immensità

Dove tu lo sai che poi mi perdo

Dentro a una vertigine che danza...

"La consapevolezza di appartenere a una realtà più grande, infinitamente più grande di ciò che è la nostra percezione, la proprietà della mente di allungarsi sino a raggiungere luoghi lontanissimi, il nostro essere immersi nello spazio, ha da sempre influenzato la mia scrittura. Da Stelle buone a Universo a molte altre canzoni. Universo è stata scritta con questi propositi, ovvero con il desiderio di provare a guardare la nostra esistenza come il risultato di una combinazione di eventi, dove tutto è collegato."

Una melodia di classica solennità, con tanto di quartetto d'archi, e insieme, semplice, orecchiabile, senza essere banale. Un suono carezzevole, avvolgente, molto lontano rispetto a quelli sperimentali, obliqui, "distorti" e spigolosi del passato.

Che si avvale del "tocco" magico del produttore inglese Peter Walsh; al suo attivo prestigiose collaborazioni, con artisti e gruppi del calibro di Peter Gabriel e Simple Minds. Musica ariosa, lieve, morbida, leggera. Come i cieli limpidi e tersi, adagiati sulla bellezza schiva, appartata, non patinata, di quei paesaggi montani della Val Seriana, dove Cristina Trombini, in arte Donà, sulle orme desideranti del marito, Davide Sapienza, giornalista, scrittore, viaggiatore, creatore dei cammini geopoetici, ha scelto di vivere. A un'altitudine di oltre mille metri, nel piccolo borgo di Colere, nel bergamasco. Lei originaria di Rho, nell'hinterland milanese.

"Camminare in montagna, con il silenzio e la solitudine di cui tutti dovremmo poter disporre per qualche ora durante la settimana, deve aver liberato molti canali di pensiero. Questo ha permesso alla mia immaginazione di fluire in modo più armonico".

Un testo bellissimo, ispirato, intimo, elegiaco, di enorme suggestione poetica. Insieme cullante canto d'amore e quieta, commossa preghiera. Emozionalmente intenso, toccante, romantico, colmo di sentimento, senza essere sdolcinato e sentimentale.

Nevrosi, tormenti e dolori che si stemperano nella serenità e nell' incanto di una contemplazione gioiosa, traboccante di passione e innocenza. Triturando vischiose malinconie, soffiando via dall'anima ogni peso. Nell'atmosfera pacificata, delicatamente onirica, di un'ammirazione stupefatta del creato.

Un lenitivo, un balsamo del corpo e dell'anima; e un viaggio vibrante e commovente nell'interiorità. E ci si sente lievemente sospesi, in una sensuale levitazione, dentro una vertigine che danza, ad ascoltare la melodia del mondo, ad osservare le cose da un'altra dimensione. Fluttuando dentro una sensazione di meravigliosa pienezza e serenità.

"Sono un'appassionata, anche se in fase assolutamente iniziale, di astronomia. Mi piace moltissimo l'argomento. Spesso navigo in internet per questo. La vertigine che danza è un'immagine che mi è stata ispirata anche da un dvd che ho visto sulla" teoria delle stringhe", una teoria sviluppata da alcuni fisici: dovrebbe riuscire a spiegare che tutto ha una connessione, dalle cose infinitesimamente piccole a quelle infinitamente grandi...Mi riferisco alla meccanica quantistica che studia, appunto, sia i fenomeni invisibili che l'Universo."

Dolcezza cantante, sotto il sorriso splendente e il mistero vertiginoso del cielo. Che invoca l'amore, la sua sete di immensità, di spazi infiniti, di assoluto, sino a ritornare sulle labbra. Pulsanti meccaniche celesti, inscritte in un codice stellare che morire non può. Un roteare lento e solenne, un lucente canto perenne che fa vacillare, piegare la fronte e inginocchiare. Miliardi di segnali...L'anima esposta, ospitale, aperta, che si fa eco riverberante alla melodia sottesa del mondo, della bellezza radiosa e fragile della Terra che scorre e flotta nell'etere, quasi alla deriva, e ci canta.

E poi la voce mozzafiato di Cristina, nitida, duttile, seducente. Una voce di soffice, raffinata eleganza, sempre impreziosita da sottili sfumature. Non più strillata, sperimentale. Modulata, qui, su registri più bassi, dalle tonalità più calde e "rassicuranti"( come ha confessato lei stessa). Perchè la verità e la bellezza non fanno rumore. Una voce che si distende su una struttura ritmica di solida semplicità, che le permette meravigliosamente di "uscire" e "arrivare", e che conferisce luce e grazia alle parole della canzone, alla poesia del testo. Che "stacca l'ombra da terra", volando leggera a sud, come canta in un altro bellissimo brano dello stesso album (quasi un album concept), Migrazioni:

E volare sopra campi sconfinati puntando a sud

Poi toccare con le ali le tue ali senza andare giù

Devi credere che al mondo non c'è niente di

Impossibile

Se atterri nell'ombra ricorda luce anche s'è

Nascosta

Pensa leggero, come un foglio leggero,

assecondando anche le curve violente

Vola leggero su di un foglio leggero, la paura

Appesantisce la mente...

Una voce, che come il pensiero, si libra, anche qui, in un canto limpido, quasi cosmico, su un morbido tappeto di chitarre e archi. In una esplorazione introspettiva, nel ricordo e nel rispetto della luce, alla ricerca di una stagione dell'anima, La quinta stagione, che non è contemplata sul calendario.

Scrive Claudio Fabretti, a proposito dell'album: "Rock e pop, buone e cattive maniere. E' la forza, semplice e irresistibile, di una sensibilità che diventa canzone contemporanea senza il minimo sforzo. (...) Ogni nota è appropriata, ogni inflessione è magicamente al suo posto. (...) La voce, poi, non è mai stata così vibrante, in perfetto equilibrio fra testa e cuore, capace di assecondare ritornelli elettrizzanti e sfumature di chiaroscurale bellezza."

Cristina Donà, diplomata all'Accademia di Belle Arti di Brera, già scenografa nel mondo delle produzioni musicali, talentuosa cantautrice, forse la migliore, da sempre, della scena tricolore. Artista di rara eleganza, con una sua personale, inconfondibile cifra stilistica, plasmata su icone del rock del calibro di Tom Waits, Suzanne Vega, Sinead O' Connor, Joni Mitchell. Poliedrica, versatile, sempre aperta a stimolanti collaborazioni, sempre abitata dall'esigenza di rinnovarsi. E sempre in punta di piedi, schiva, riservata, lontana dalle furbe scorciatoie del successo "facile", dalle tentazioni commerciali del mainstream. L'immagine più originale e raffinata della canzone d'autore al femminile. Una delle poche artiste italiane con una dimensione e un prestigio internazionali.

Sorprendente il suo debutto, nel 1997, con un album, Tregua, prodotto dal suo autentico scopritore e mentore, Manuel Agnelli, il leader degli Afterhours, che si aggiudicò la "Targa Tenco" e vari altri prestigiosi riconoscimenti. Che la consacrò, improvvisamente, reginetta dell'indie-rock nazionale, le assicurò un enorme consenso di critica e gli apprezzamenti entusiastici di mostri sacri del rock, come Robert Wyatt e David Byrne.

Rock tagliente e spigoloso, elettrico, viscerale. Ballate raffinate, dolci e grintose, emozionanti. Come Stelle buone. Con un codice stellare, qui, acceso, sulla pelle, dall'amore e dalla passione. Solcando, di notte, il mare calmo del cuore. Mentre fuggono veloci le ore e il tempo cade dal cielo, come acqua su un muro.

Mio amore, ripiegate le labbra

E tornati al colore di prima

Guardo fuori ed è l'alba

Come fuggono le ore da qui

E ci dobbiamo salutare

C'è un'altra giornata d'amore da preparare

Ho visto solo stelle buone

Sulla tua pelle

Se tornerai domani

Saprò darti quelle perse...

Un esordio felicissimo, quasi miracoloso (Io credo nei miracoli che la gente può fare, canterà, e "chiarirà", più avanti, in un altro brano). Che trova conferma nel successivo Nido, album più solare, ricco, variegato e complesso. Dove convivono ironia, profondità, atmosfere stravaganti, intense e sognanti. E una moltitudine di suoni. "Sono affascinata dal contrasto tra liriche pesanti e cupe e musica solare, e viceversa". Qui infatti, come altrove, l'energia primigenia del rock si coniuga con sonorità più lievi, impalpabili, romantiche. Quelle, ad esempio (con l'arrangiamento di Robert Wyatt) del suggestivo, malinconico acquerello di Goccia, una delle vette più alte in assoluto della sua produzione:

Specchio di pioggia e asfalto

Ci naviga dentro il cielo

Grigio, bianco

Acqua e cielo

Ma tu sei una goccia che non cade

E ritarda la mia guarigione

Come l'ultima frase da terminare...

Un'artista curiosa, rigorosa, mai appagata, in continua evoluzione e in costante maturazione, come testimonieranno, via via, negli anni, altre ottime prove, altri album di pregevole fattura.

Sempre più orientata (senza mai smarrire la sua spontanea energia rock, la sua originalità e sensibilità, i suoi guizzi creativi, il suo variegato registro espressivo), verso una forma canzone classicamente intesa, e una melodia più morbida e accattivante. Una ricerca che trova in Universo il suo acme, il suo vertice elegiaco e musicale. Un'armoniosa compiutezza, che sposa, mirabilmente, cura e lirismo del testo, purezza e limpidezza della voce e danzante, rapinosa melodia.

Che ci strappa, per un attimo, al ritmo frenetico, vorticoso, delle nostre vite, saturate dalla fretta e dall'impazienza, colme di vuoto, di vacua banalità e cinica futilità. Consumate nella vibrazione del denaro, nella vertigine dell'accumulo, nella contabilità del profitto, sotto un cielo basso, dentro un universo (questo sì, il nostro, quello che fa da teatro alle nostre giornate) stretto, angusto, soffocante. Un paesaggio mutilato di orizzonte, fatto di cemento, asfalto e rumore. Facendoci dolcemente cadere, felicemente precipitare, e "risuonare", nella Grande Armonia del Tutto.

Bellezza che raggia e splende, lontano dallo strepito assordante del mondo, nella pura presenza al cospetto del Cosmo, al di là del tempo, in un tempo dilatato, sospeso e senza tempo. E al di là di noi, "nonostante noi", come diceva Cristina, del nostro "esserci" ingombrante, perturbante, disarmonico. Della nostra hybris, tronfia, muscolare tracotanza e bulimica furia distruttiva. In un mondo usa e getta, da divorare, da rottamare, da buttar via, e in un paesaggio plastificato e sordo, palestrato, bruttato dallo sviluppo, siliconato, gommoso, senz'aria, senza vie di scampo.

Quanta bellezza

Aggredita sciupata

Eterna sete di potere

Mai appagata

L'orizzonte scappa

Se non hai meta

Lontano da te

L'uomo mangia l'uomo

Succhia la preda

E dimentica

Così canta, su una morbida, soffusa aria jazz, nell'essenzialità lirica della struggente Mangialuomo.

Bellezza urgente, necessaria e nutriente. Fuggevole eternità, nel transito terrestre (per dirla con Franco Battiato) delle nostre vite mortali. Bellezza che "scorre" e chiama, nell'infinita trascorrenza delle cose, avvolte dalla polvere, perse nel tempo sempre perduto.

E' ancora pieno inverno qui

E l'unica cosa calda

E' la mia voce che rimbalza.