Racconti


Fiori bianchi

La mattina del mio cinquantesimo compleanno mi svegliai molto presto. Andai in cucina, misi la caffettiera sul fuoco e pensai che ero al mondo da mezzo secolo.

Fino a poco tempo prima avevo soltanto trent'anni, sposato da poco, una bimba di due anni e una carriera da percorrere; mi sentivo come fossi appena uscito dall'adolescenza.

Mentre sorseggiavo il mio caffè, vidi il sole spuntare all'orizzonte: era sempre lo stesso, nonostante anche lui avesse vent'anni di più.

A trent'anni mi sentivo ancora un ragazzo, a cinquanta avevo certamente più esperienza ma ero un po' smarrito per quell'improvvisa sensazione che la vita mi stesse sfuggendo.

Mia moglie venne a prendere la sua tazza di caffè: «Buon compleanno!» mi disse, e a bassa voce aggiunse: «Torniamo a letto».

A pranzo andammo al ristorante con i due figli, Ilaria e Francesco, e ordinammo un menù speciale. Ero orgoglioso della mia famiglia, e fu una bella giornata.

Il giorno dopo iniziai la seconda metà del mio secolo (chissà quanta parte ne avrei visto?) recandomi all'Istituto di Botanica. Dopo la lezione andai in laboratorio; appena il tempo di accendere la luce e mi ritrovai circondato dagli specializzandi che avevano preparato una piccola festa in mio onore.

Non posso negare che la cosa mi fece piacere: se la vita cominciava ad abbandonarmi, le persone care mi stavano vicine.

Fu Agnese, una delle mie migliori allieve, a fare il discorsetto: mi sembrò più che mai simpatica.

Soltanto verso sera mi riprese quella vaga malinconia, quel senso di leggero rammarico per non essermi accorto che la gioventù stava volando via, come spinta da un soffio di vento.

* * *

L'impegno sul lavoro può essere un'efficace medicina per le malinconie e le piccole insoddisfazioni, così mi buttai sulle mie ricerche.

In quel periodo stavamo studiando un fiore raro del monte Psiloritis, che in greco significa "monte più alto", e infatti è la montagna più alta dell'isola di Creta. I suoi boccioli erano di colore bianco, completamente chiusi come sfere compatte e i petali si differenziavano in un momento successivo. Due specializzandi avevano formulato l'ipotesi che i boccioli contenessero una quantità di ossigeno superiore al normale.

L'utilità di questa scoperta dipendeva dalla valutazione esatta di quella quantità, dall'abbondanza del fiore in natura e dalle possibilità di coltivazione in climi e terreni diversi da quelli di origine.

Agnese si stava impegnando particolarmente in quella ricerca. La ragazza era meno giovane degli altri, sulla trentina. Credo che si fosse iscritta alla specializzazione dopo aver lavorato alcuni anni. Non credo fosse fidanzata e sembrava molto dedita al lavoro.

Aveva un bellissimo viso e un sorriso stupendo, era simpatica e allegra. A me risultava piacevolissimo pranzare con lei alla mensa universitaria o alla tavola calda vicina al laboratorio.

Un giorno ci ritrovammo soltanto io e lei ad andare a pranzo. Suggerii la tavola calda e naturalmente avrei offerto io.

Agnese era una che mi dava corda, forse perché mi stimava professionalmente o forse soltanto perché voleva fare carriera.

Proprio quel giorno, uscendo dal laboratorio poco dopo le sei del pomeriggio, mentre mi dirigevo alla fermata dell'autobus, perché a me piace andare in autobus, mi permette di riflettere sulle mie cose, mi chiamò mia figlia Ilaria, che era venuta a prendermi in auto. Durante il percorso parlammo poco.

Si fermò cento metri prima della nostra villetta, proprio sotto le fronde di un platano, e mi guardava risentita.

«Tu oggi non mi hai visto, ma ero lì a pranzare con alcuni amici».

«Alla tavola calda? E' così che spendi i soldi che ti do?».

«Era il compleanno di Federico. Perché facevi il cascamorto con la tua allieva?».

Mi sentii a disagio. «Ilaria, era soltanto un pranzo di lavoro!».

«Ti conosco troppo bene, papà, quella ragazza ti piace. Ti rendi conto che potrebbe essere tua figlia?».

Alcune donne sono intransigenti fino all'ingiustizia. «Ilaria, stavamo solo pranzando! Ti assicuro che non l'ho mai sfiorata!».

«Io ho visto che te la mangiavi con gli occhi. Forse ti conosco meglio di te stesso».

«Va bene, le starò lontano, ma non ho fatto niente di male».

«Papà, lo sai che sono il tuo angelo custode...».

* * *

Da quel giorno decisi di evitare di restare solo con Agnese, sia fuori che dentro il laboratorio.

Forse era vero che la ragazza mi ricordava la mia gioventù e rispolverava sogni amorosi mai sopiti, un rimpianto sottile per la freschezza delle donne giovani e affascinanti, ma non c'era nulla di più. Ero convinto che se avessi abbandonato i miei modi gentili, la simpatia e la stima di Agnese si sarebbero dissolte come nebbia al sole.

Per l'esigua quantità a disposizione, i fiori che stavamo studiando finirono presto. Ne conoscevamo soltanto la provenienza: la cima di un monte dell'isola di Creta a circa 2400 metri di altezza.

I risultati scientifici erano stati incoraggianti: il bocciolo accumulava ossigeno al suo interno per poi aprirsi in cinque petali. In quel momento l'ossigeno contenuto superava il 50 % dell'aria complessiva.

Sfruttando il piccolo fondo che ci avevano assegnato per questa ricerca, decisi di andare insieme a un paio di specializzandi a prenderli sul luogo di origine. Mia figlia Ilaria si apprestava a partire per lo stage che le spettava e decise di unirsi al nostro gruppo.

«Non sei una specializzanda» obiettai.

«Farò domanda scritta al Rettore, motivandola».

«Io non ti posso raccomandare...».

«Basterà il cognome» rispose con un sorriso.

Qualche settimana dopo il Rettore m'invitò a prendere un caffè. Ci conoscevamo abbastanza da darci del tu.

«Non mi hai parlato della richiesta di tua figlia».

«Non volevo influire sulla tua decisione».

«Hai qualcosa in contrario sulla sua partecipazione?».

«No, anzi, mi farebbe piacere».

«Ha un ottimo curriculum universitario, quindi l'autorizzerò. Quanti sarete in tutto?».

«Tre o quattro. Vorrei portare anche Giorgio Gregori, che è il migliore».

«E quella ragazza più grande?».

«Anche lei, se vorrà».

«Se vogliono andare, li autorizzerò tutti e tre».

«Benissimo».

Poiché mia figlia socializzava con facilità, pensai che saremmo stati un gruppo molto affiatato.

* * *

Per motivi di famiglia, all'ultimo momento Giorgio diede forfait. Un po' mi dispiacque, anche perché non avevo un'esatta cognizione del territorio dell'isola e Giorgio conosceva quei luoghi in quanto c'era stato diverse volte in vacanza. Per questo mi feci assegnare anche una guida locale.

Sull'isola trovammo un freddo inatteso, che ci costrinse a comprare un po'di coperte. Il mattino del giorno stabilito partimmo per scalare il monte. Le due ragazze mi sembrarono piuttosto emozionate.

La guida ci aveva avvertito che quella era una montagna sacra e raggiungere la cima portava sfortuna, pertanto ci avrebbe accompagnati fino a cinquecento metri dalla vetta e poi sarebbe rientrato.

Mi confermò che i fiori bianchi, così li chiamavano da quelle parti, amavano la frescura persistente di quella cima e che altrove non ne avremmo trovati.

Dopo tre ore di cammino la guida ci salutò. Approfittammo per bere del tè caldo e camminammo per un'altra ora prima di raggiungere la vetta, e lì trovammo una grande abbondanza di fiori bianchi e splendide vedute.

Le due ragazze guardavano estasiate, coprendosi il capo con i cappucci dei loro giubbotti, per ripararsi dal vento che soffiava freddo e teso.

Facemmo rapidamente la nostra raccolta, un paio di chili a testa, imballati accuratamente per evitare che i boccioli si rompessero, quindi un rapido pasto asciutto, caffè caldo, poi cominciammo la discesa.

Scendere per un sentiero ripido a volte è più difficile che salirlo: Ilaria era piuttosto agile, io avevo una certa esperienza di escursioni in montagna ma Agnese risultava impacciata.

Allora presi io il suo carico di fiori, un po'per proteggere lei e un po'per proteggere i fiori.

Poiché non c'era un vero e proprio sentiero, dissi a mia figlia di fare da retroguardia, mentre io facevo da apripista: «Seguite i miei passi».

Il dirupo era molto scosceso e il percorso a tratti era stretto. Mentre scendevo, pensavo che i membri di una spedizione non dovrebbero essere scelti in base ai rispettivi curriculum scientifici, ma con altri criteri.

Per incoraggiare le mie compagne di viaggio, indicai loro un piccolo pianoro più a valle, il punto in cui la nostra guida ci aveva lasciati, dopo aver incassato il lauto compenso.

«Dove?» chiese Agnese, facendo qualche altro passo verso di me senza osservare il terreno. Il suo piede destro scivolò a causa del terriccio e cadde rotolando per il pendio. Cinque o sei metri più sotto si fermò gridando di paura e di dolore.

Ilaria ed io cercammo di rassicurarla: «Ti tireremo su! Hai ferite?».

«La caviglia!».

Muoveva entrambe le braccia. Le chiesi di muovere la gamba non dolorante e lo fece; aveva rannicchiato l'altra e la teneva con le braccia.

«Niente di grave» pensai.

«Dobbiamo tirarla su» dissi a Ilaria.

Presi la corda che avevamo con noi, feci un grosso cappio e gliela calammo, dicendole di mettere il cappio sotto le braccia.

Mi guardai intorno ma non c'era neanche un alberello sul quale far girare la corda: «Dobbiamo sollevarla di peso».

Non avevamo esperienza per quel tipo di operazione, avevamo soltanto la forza delle nostre braccia e le mani protette da guanti robusti, così, un palmo alla volta, la portammo su.

Tolta la scarpa e il calzettone, si notava una brutta distorsione, forse una frattura, che stava gonfiando la caviglia paurosamente.

Vidi che c'era una rientranza sul costone della montagna alla nostra sinistra, appena più avanti. Un po' di peso, un po' facendola saltellare sul piede buono mentre la sostenevamo sui due lati, la portammo in quel riparo. Ilaria le spalmò una crema sulla caviglia e le diede dell'aspirina. Intanto io riflettevo sui soccorsi, anche perché i cellulari non avevano campo.

Ilaria le disinfettò i graffi. Al termine dissi: «Il paese dista poche ore: scenderò a chiedere aiuto e tornerò prima di sera con i soccorsi».

Ilaria si mostrò incerta: «Sono le due del pomeriggio, forse è meglio che vada io, che posso essere più svelta. Inoltre, se tardassi a tornare, tu hai più esperienza di montagna».

Pensai che quella era anche la scelta più sicura per mia figlia e accettai.

«Non correre» le raccomandai.

Prima di scendere, mi aiutò a sistemare Agnese su una coperta e a coprirla con un'altra.

«Abbiamo viveri e bevande in quantità» dissi alla mia allieva. Poi incoraggiai Ilaria a partire subito.

Mi alzai in piedi e la seguii con lo sguardo fino a quando fu visibile. Poi diedi del caffè ad Agnese. Le fece bene e mi ringraziò con un sorriso: «Quello del bar è un po' meglio...».

«Te ne prometto un centinaio dopo il ritorno a casa. Il piede fa male?».

«Sì, ma la paura è passata».

Notai che il calore delle coperte e il rilassamento dopo il salvataggio le fecero chiudere gli occhi, e la invitai a fare un pisolino.

Devo confessare che dopo un po', riparato dalla mia coperta, mi addormentai anch'io.

Mi svegliò il pianto di Agnese.

«Ti fa male la caviglia?».

«Ho mal di testa».

Le toccai la fronte. Scottava. Forse aveva una brutta frattura. Le feci prendere una compressa di antidolorifico, che avevamo portato per prudenza, e la coprii anche con la mia coperta, sistemandomi accanto a lei. Continuava a piangere come una bambina, come mia figlia da piccola, e io tentai di distrarla con discorsi leggeri, sulla mia vita universitaria, quando mi bocciarono all'esame di Botanica, sui primi lavoretti dopo la laurea...

Si addormentò di nuovo, forse più per il malessere e la febbre che per la voglia di riposare. Restai in silenzio per non svegliarla.

Si udiva il soffio forte del vento, come quell'inverno di tantissimi anni prima, quando abitavamo in montagna e i bambini erano spesso raffreddati, e Mara ed io vegliavamo a turno il loro sonno finché il loro respiro regolare era il segnale che si erano addormentati profondamente.

Agnese mi appariva in quel momento una bambina, un'altra figlia, e mi vergognai del fatto che qualche volta mi aveva sfiorato un desiderio che era in contraddizione con la nostra differenza d'età.

Feci scorrere i ricordi di una vita: i miei studi, l'incontro con Mara, l'innamoramento, il fidanzamento, la vita di coppia, i successi professionali, la crescita dei figli, i momenti belli della mia vita.

Poi mi prese una smania, una sorta di rimpianto e di consolazione, la consapevolezza di aver vissuto e di poter ancora vivere in un ruolo nuovo, come un attore che interpreta personaggi sempre diversi.

La luce del giorno stava diminuendo e lentamente mi alzai; a occidente un grande sole arancione scendeva verso un orizzonte fatto di mare e di cielo, mentre il vento accennava a placarsi.

Dov'era Mara in quel momento? Dov'era la compagna dei miei sacrifici, dei momenti di gioia e di quelli difficili? Dov'era la donna che avevo sempre amato?

Gli animali diurni si apprestavano a riposare, quelli notturni attendevano il buio. In cielo stormi di uccelli in lontananza andavano per la loro strada, compatti, gli uni seguendo gli altri. Uno solo rallentava, quasi fermo nel cielo, poi restava isolato, poi sembrava avvicinarsi lentamente a noi.

Guardai meglio e vidi una grossa libellula che cercava un punto idoneo per posarsi. Si posò dolcemente sul pianoro. Scesero in quattro e la figura più piccola mi salutò col braccio.

«Ilaria!» gridai.

* * *

Agnese impiegò tre giorni per rimettersi abbastanza da poter ripartire. Io e mia figlia ci riposammo e apprezzammo i paesaggi e la cucina locale.

Tornammo con un aereo militare messo a disposizione dal Ministero della Difesa, interessato alla nostra ricerca sui fiori bianchi. Ad attenderci all'aeroporto c'era Mara, sorridente come sempre.