Francesco Sorana

 

 

Francesco Sorana (1992, San Severino Marche) 

Cresco conoscendo la meraviglia quanto la noia  tra le  montagne dell’appennino marchigiano, a Visso (MC) finché non mi trasferisco a Bologna per laurearmi alla triennale in Antropologia Sociale con una tesi sul consumo di droghe sintetiche nell’area di Bologna e attualmente sto per conseguire la laurea magistrale in Sviluppo Locale e Globale con una tesi che analizza il populismo latinoamericano e i processi di sacralizzazione della politica, focalizzando lo studio attorno alla figura di Hugo Chávez in Venezuela.

Nel 2016, a seguito del sisma il paese è distrutto, la mia famiglia perde la casa ed è costretta a traferirsi sulla costa, a Porto Potenza Picena. Leggo e scrivo da quando sono piccolo per immaginare altre realtà, o per riuscire a dire quelle che ho sulla punta delle dita. In futuro spero di riuscire a diventare giornalista di reportage. Ho partecipato in forma anonima per qualche anno alle attività del MEP (Movimento per l’Emancipazione della Poesia), e seguito corsi di scrittura creativa e collettiva, tra i quali il corso organizzato nel 2017 da Eks&Tra e WuMing2 che ha portato alla pubblicazione della raccolta di racconti “Dall’altra parte del mare”.

 

 

 

QUALCOSA DI CUI NON SO PARLARE

 

La notte del 24 agosto 2016 avevamo detto che era una notte strana. Guardavamo le stelle appoggiati alla macchina, nascosti a fumare per le strade degli allevatori che salgono sulla montagna divenendo sentieri di terra battuta, e le stelle ci erano parse strane. Quella notte noi ci svegliavamo vivi nella fuga per le scale, negli occhi smarriti, nel cercarci a vicenda le mani. Appena più in là, altri uguali a noi affondavano nelle loro stanze. Da allora abbiamo fatto per qualche tempo del disastro un gioco di società, di tende e notti enormi sulla nostra testa, il giorno passando in rassegna i danni di ogni nuova scossa. È arrivato ottobre e con lui un autunno più severo degli altri. I tetti delle nostre case hanno retto il vento e la neve, ma non il terremoto. Le donne e gli uomini, gli anziani hanno retto anche quello. E in pochi istanti eterni si è stati profughi e di nuovo tutti bambini di un paese sbranato. I mesi lontani da casa, appesi a domicili dove ogni stare è transitorio, sono divenuti anni e alcune parole del mio lessico sono mutate nel valore e nel significato. Cosa significa tornare. Cos’è una casa. Quando finisce un terremoto. Che succede alle persone. Questo è Qualcosa di cui non so parlare.

 

 

 

Dicono le strade di casa

sanno essere vene

e io ad essa confluisco

e la vedo ancora.

Era appena un ventre di piazza

un monumento ai caduti

da cui respirare l’estate,

le torri a badarci da lassù,

l’amore in un belvedere,

intorno una roccia appresa

e croste di mura,

la pelliccia dei boschi

a temprarci lo sguardo,

le notti di Natale,

con il cioccolato caldo.

E anch’io la penso pentita,

laggiù dove sta,

arruffata e nuda

ora che appena

è rimasto più nessuno,

la montagna

ci guarda alle case

alle nostre mute,

e sola guaisce.

 

 

 

Casa mia

sta raccolta in un piccolo ovunque,

nel paese che ha per nome

quasi un presagio, un travisamento

del participio passato di vivere.

L’ho accarezzata

a lei che tutta ferita

sfregando contro il vento

sibilava – dove siete scappati

e quand’è che tornate.

Con le lacrime

ci siamo fatti  delle promesse

smisurate, lunari,

con il bosco tutto intorno

a proteggere il segreto.

Agli occhi

porto le tue stanze

Se ancora nel mio epicentro

sento il bisogno di tornare

al mio luogo protetto.

[Casa mia l’ho accarezzata con le lacrime agli occhi ]

 

 

 

Al vento non servono coordinate

io sarò bisaccia colma d’aria

gettato sulla terra dell’uomo

sarà la solitudine a soffiarmi

in tondo in largo e mulinelli

avrò la bocca amara di città lontane

e la lingua puttana di molte lingue.

Uno m’ha detto ch’è morto chi non cammina

che la vita è un invito di sentieri

io c’ho creduto

e con piedi di vagabondo

voglio cercarmi in ogni spigolo

in ogni cantuccio di mondo.

 

 

 

Madre mia prendi questa carne

tu che sei l’incipit,

la lettera maiuscola.

Madre mia

altri uomini avranno imposto

un punto sul mio petto.

Ho dato poco più

di qualche parola

al mondo Madre mia.

Madre mia non leggere

questa fine

colma di vento.

 

 

 

Dai una voce

alle rovine degli uomini

che sonnecchiano vacue

rispondi

agli echi con cui bisbigliano le sibille

ascoltale

nel chiacchiericcio dei vivi, ascoltale:

è un sussurro di neve

che ricopre le impronte scomposte.

Carezzale con gli occhi,

le creste che sono madri e culla

del tuo primo sognare d’estate

quando con pudore quasi le toccavi

quelle cime, con le dita innamorate

del vento degli Appennini.

 

 

 

Monteranno su crepacci e versanti

greggi in capricci di nostalgia

tra la neve, sulle rovine e le case

staranno come nude memorie

da ricomporre a cocci

con una lacrima in gola.

Vanno e vengono uomini

poi tornano, poi ancora

con le gru e le scavatrici

a ricostruire un’illusione;

e fidarsi daccapo di un tetto

e accendere di nuovo il camino.

Era la morte del leone

nell’agonia d’estate

nel suo ultimo ruggito

era la nascita della vergine

negli occhi rivolti al mare

nel pianto dei padri.

 

 

 

Date la colpa al primo edificatore:

se la terra ci ha chiamato a danzare

nel sonno, lei è incolpevole.

Il tamburo più profondo

a scandire, la fuga, le scale,

occhi di cui ancora non so parlare.

Abbiamo soltanto le nostre

mani, per tremarci addosso

a tempo con le montagne.

Ora le guardiamo da fuori

queste case che sono state

nostre, in un altro tempo.

Le torneremo a vegliare come si fa

con lapide di madre,

piangendo come innamorati.

 

 

 

Sei venuto per sfilacciare

recidere, poi troncare

ora è dove prima stavo

un cimitero di memorie.

Sono oggi talea per il mondo

dente di leone al vento

con il volto rotto della mia terra

a spezzarmi le gambe.

Le radici su cui ho fondato

mi hanno scacciato altrove

e camminando adesso barcollo

nonostante tutto sia immobile.

Sei stato educatore crudele nell’istruirci

ora ci sono meno cose

poche stravaganze; si sta a grappoli,

ci guardiamo negli occhi.

 

 

 

E’ il giorno della partenza

e bisogna ricordare tutto

non dimenticare niente,

e ognuno porti quel che vuole,

ma in una valigia piccola

il mondo non ci entra;

nella mia giusto qualche ciottolo

per ricordare il peso di casa.