Racconti


Il cane che amava Hugo

Il professore si appoggiò con forza ai braccioli della sedia a dondolo e scese col sedere lentamente, per conferire solennità al momento e non sforzare il ginocchio malandato; poi si appoggiò con la schiena, piano piano, come se due grandi mani lo stessero mettendo a letto con dolcezza. Appoggiò la testa, chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi sul silenzio del suo giardino. Aspettava quel momento da tutta la vita, il primo giorno di pensione, niente più studenti o colleghi, finalmente poteva trascorrere il tempo con se stesso. Fece un profondo respiro per godersi il profumo della lontananza dal resto del mondo, e non si preoccupò nemmeno di scacciare la mosca che gli si era appoggiata all'angolo dei baffi.

Allungò la mano verso il tavolino su cui aveva lasciato alcuni libri, l'unica compagnia che non lo faceva mai sentire solo, ne prese uno e lo esaminò con attenzione: la sua nuova vita non poteva cominciare con una lettura mal ponderata. Optò per Hugo. Si sistemò sulla sedia, inforcò gli occhiali, controllò che la bottiglietta d'acqua e il panino al prosciutto fossero a portata di mano e cominciò a leggere.

Cambiava angolazione al libro a seconda della luce che mano a mano diminuiva, come se con le pagine volesse catturare il giorno fino alla fine, e proprio quando anche l'ultimo raggio di sole stava per scappare, il professore si ritrovò a fissare pieno di ammirazione l'ultima frase di un capitolo de I Miserabili. A Victor Hugo sì che avrebbe concesso un applauso. Fece schioccare la copertina chiudendo il volume con una mano sola, si girò e per poco non si ribaltò: c'era una testa pelosa all'altezza dei suoi occhi. Si aggrappò al libro come se volesse nascondercisi dietro.

«E tu, da quanto sei qui?» chiese non appena gli tornò il respiro. Il cane cominciò a scodinzolare.

«Non sembri randagio. Sei scappato dai tuoi padroni?».

La coda continuava a rimbalzare sull'erba.

«Hai fatto bene. Le persone sono stupide. Lo sai cosa diceva John Donne? Diceva che l'uomo non è un'isola - No Man is An Island - e sai perché? Perché era stupido. Gli intelligenti non sopportano la compagnia». Gli occhi del cane non mollavano quelli del professore.

«Beh? Che c'è? Perché mi guardi così? Hai fame?».

Prese il panino che aveva dimenticato di mangiare e ne staccò un pezzo.

«Puoi mangiarlo».

«Whoff».

«Immagino voglia dire sì».

Il cane lo prese tra i denti e sollevò la testa masticando con maestria, poi si rimise seduto accanto alla sedia del professore e continuò a guardarlo. L'unico rumore era quello della coda che picchiettava il terreno.

«Ancora?».

«Whoff».

Il professore staccò un altro pezzo, poi un altro e un altro ancora, fino a che il panino non finì. Il cane, comunque, non se ne andò.

«E' inutile che mi guardi, ormai è quasi buio e io rientro a casa. Da solo. Prendi esempio da me e va' per la tua strada senza dar retta a nessuno, soprattutto a chi conosci. Sono i peggiori».

Raccolse i libri e l'acqua dal tavolino.

«Buonanotte» lo salutò mentre era già sul vialetto di casa.

«Whoof» rispose il cane quando il professore sparì dietro la porta d'ingresso.

Il mattino seguente il professore infilò la camicia di lino, i pantaloni lunghi leggermente risvoltati per non farli macchiare d'erba e bevve il suo caffè davanti alla libreria, saggiando i libri uno ad uno per scegliere a quali dedicarsi. Poi, tenendone tre sotto braccio, uscì in giardino. Dopo due passi umidi tra l'erba si bloccò: il cane era ancora lì.

«E tu? Che fai?».

Il cane si risvegliò dal sonno e si sedette con la testa bella dritta ad aspettarlo vicino alla sedia a dondolo.

«Guarda che è presto per il panino. Non ho niente da darti».

Il cane non si mosse.

«Ho capito. Io mi siedo qui a leggere, tu fa' quello vuoi», e come il giorno precedente scelse uno dei tre libri che aveva appoggiato sul tavolino, si lasciò andare al dondolio e si mise a leggere. Ma quei due occhi non si staccavano dai suoi.

Il professore provò a ignorarlo, a lanciargli occhiate cattive, a tossire fingendo imbarazzo; ad un certo punto, con un gesto rapido di cui la sua spalla si sarebbe pentita il giorno seguente, raccolse un rametto da terra e lo scagliò lontano. Niente. Il cane non si mosse. Sbuffò guardando alternativamente lui e il libro.

«Senti» gli disse «così non va, se mi fissi in quel modo non riesco a concentrarmi». Il cane cominciò a scodinzolare.

«Ho capito, vado a farti il panino».

Qualche minuto dopo tornò portando due piatti.

«Hai fatto venir fame anche a me» lo incolpò, e intanto spezzettava il panino e glielo lanciava, ridendo per il modo in cui si leccava i denti.

«Ci ho messo la bresaola, va bene lo stesso?».

«Whoof».

Dopo aver finito il suo pranzo, però, il cane restò lì: l'unica cosa che muoveva era la coda e con gli occhi fissava il professore.

«Sai che facciamo? Visto che vuoi stare qui, leggerò a voce alta, così magari anche tu imparerai qualcosa». Prese il volume e gli mostrò la copertina. «Questo è Kant» spiegò lentamente, come se parlasse ad un turista straniero «l'opera si intitola Critica della Ragion Pura».

Il cane prese a mugugnare appiattendosi sull'erba.

«Che c'è? Lo so che può essere un po' ripetitivo con tutte queste triadi, però ti assicuro che dopo averlo letto la tua visione del mondo sarà molto diversa».

Il cane nascose gli occhi con le zampe.

«Vabbè, cambiamo libro allora. Che ne dici di riprendere Hugo?»

«Whoof» fece il cane scodinzolante.

E così il professore lesse per lui a voce alta, lesse fino a che non divenne buio, e poi ancora il giorno dopo, e quello seguente, e quello dopo ancora. Per un mese il cane dormì nel suo giardino e il professore, dalla finestra, lo spiava sonnecchiare.

Un giorno il professore andò al supermercato (la spesa era l'unica attività sociale a cui doveva per forza sottomettersi) e lasciò il cane ad aspettarlo fuori; non serviva legarlo, bastava minacciarlo di mandarlo a letto senza Hugo perché lui obbedisse.

Quando uscì, vide una donna agitata che piagnucolava al cellulare e intanto abbracciava il cane come se fosse un parente che aveva creduto morto, lo accarezzava, si faceva leccare le mani. Il professore borbottò: «Adesso dovrò anche parlarci con questa. La gente quando vede un cane rincretinisce».

«È bello, vero?» le chiese.

«Dove l'ha trovato?» rispose lei ignorando l'interlocutore all'altro capo del telefono.

«Non l'ho trovato, ha semplicemente cominciato a vivere nel mio giardino».

«E lei non ha pensato di chiamarmi?».

Il professore sgranò gli occhi: «Ma io non la conosco».

«Questo cane è mio! Non ha visto i volantini?» e gliene indicò uno appeso a un lampione proprio di fronte a lui. La foto mostrava un cane smarrito, uguale a quello che credeva fosse suo.

«Mi scusi, è solo che stava nel mio giardino, abbiamo diviso pane e prosciutto e gli leggevo Victor Hugo. E sembrava che lo capisse davvero, mica come i miei studenti...»

«Victor Hugo? Ma lei è pazzo. È un cane! Stava con lei solo perché gli dava da mangiare! Vieni Billy, andiamo a casa».

La donna si allontanò con il cane, che camminava a testa bassa e con la coda che strusciava per terra. Il professore riuscì a sentire i mugolii anche a metri di distanza.

«Si chiama Victor» sussurrò, e una lacrima gli si incastrò in una ruga.

Il professore tornò a casa e senza neanche mettere a posto la spesa si infilò a letto, sentendo che la solitudine che aveva tanto cercato lo stringeva troppo. Mentre si odiava per non riuscire a capire come liberarsi da quella morsa, si addormentò.

Il giorno dopo Victor scappò dai suoi padroni per tornare da lui, abbaiò, grattò la porta, si allungò con le zampe fino alle finestre, ma il professore non si svegliava; allora tornò in paese e chiamò aiuto, la sua padrona fece arrivare un'ambulanza, i medici lo toccarono e poi lo lasciarono lì.

«Andiamo a casa Billy» gli disse la padrona accarezzandogli la testa, ma Victor mugolava, non se ne voleva andare e rimase immobile davanti alla finestra finché due uomini vestiti di nero non portarono via il professore. Al suo funerale non andò nessuno.

La sera stessa, dopo che il custode chiuse i cancelli del cimitero, Victor si intrufolò tra le sbarre tenendo qualcosa tra i denti; la tomba era priva di fiori, ci appoggiò sopra il libro e si sdraiò accanto, aspettando che il professore si svegliasse e gli leggesse ancora Hugo.