Racconti


Il francese

Ogni tanto si vedeva per le strade della città e la gente lo chiamava il francese. Forse per il suo modo di vestire, l'immancabile borsalino e un foulard che guarniva il collo lungo ed esile, e delle scarpe bicolore che si facevano notare ad ogni passo. Ma c'era dell'altro che portava la gente a soprannominarlo così. Tutta la sua persona ricordava quei personaggi parigini d'inizio Novecento, un poeta maledetto che sembrava appena uscito da un bistrot.

Aveva una folta capigliatura ondulata che s'intravvedeva sotto le tese del cappello; i suoi occhi risultavano alterati dietro gli occhiali dalle spesse lenti e dalla montatura sobria ed essenziale, e un paio di baffi ingrigiti dall'età erano lì a camuffare parte della bocca, che a un occhio attento sarebbe risultata carnosa e ben disegnata. Camminava con passo rapido, come se stesse sempre in ritardo per un appuntamento, a qualsiasi ora del giorno, al mattino o alla sera, e il suo sguardo appariva distante dal mondo circostante.

Portava sempre con sé una borsa di cuoio marrone, se c'era lui c'era anche lei, quasi fosse il prolungamento del suo corpo, quasi fosse la sua amante o il suo più caro amico. Nessuno in città lo conosceva personalmente ma tutti lo conoscevano per sentito dire. Non parlava mai con nessuno ma a ogni incontro regalava un mezzo inchino e un timido sorriso.

Lo conoscevano le casalinghe del quartiere, quando nelle prime ore del mattino andavano a fare la spesa al mercato rionale e lo vedevano passare in fretta tra un banco e l'altro. Lo conosceva il proprietario del Caffè Antico in piazza, che ogni mattina alla solita ora gli serviva il solito cappuccino bollente con il solito bicchierino di rhum. Lo conoscevano i ragazzi della scuola media, che spesso si prendevano gioco di lui. Lo conoscevano quelli che facevano footing e che correvano ogni mattina tra il verde del grande parco, perché lo notavano mentre si riposava sulle panchine disseminate tra gli alberi. Ogni mattina lo trovavano adagiato sulla panchina di fronte alla fontana, sempre la stessa.

Nessuno conosceva il suo nome né il suo indirizzo, nessuno era a conoscenza della sua vita, se aveva una famiglia, dei parenti, se viveva solo e di cosa si occupava durante la giornata. Era lì, tra la gente, ora in piazza, ora nel più solitario vicolo, lui e i suoi pensieri, lui e chissà quali segreti.

Era arrivato in quella tranquilla cittadina all'improvviso, spuntando dal nulla, senza far rumore, e dopo qualche giorno la gente parlava già di lui con curiosità, un alone di mistero e a volte con diffidenza. Ogni cosa che ci è lontana, ogni cosa che in qualche modo sembra non appartenerci, ci inquieta, ci mette sulla difensiva e ci fa parlare a vuoto. Ogni angolo di mondo è uguale a un altro angolo di mondo, e la natura dell'uomo e i suoi sentimenti riaffiorano ovunque e comunque. Ogni persona in città contribuiva a vestire il francese di identità diverse: a volte lo dipingevano come una spia venuta chissà da dove, a volte come un serial-killer e a volte pensavano fosse un evaso da chissà quale prigione.

Ormai era questo il destino del francese, un soprannome e mille identità diverse.

***

A più di un anno dalla sua scomparsa, si è svelato il mistero di un uomo solo, addormentatosi su una panchina per sempre, davanti a una fontana e sotto un pallido sole primaverile. Un uomo che chissà per quale motivo, per quale difficile passato, aveva abbandonato il suo mondo o forse aveva deciso soltanto di chiuderlo e proteggerlo tutto intero nella sua borsa di cuoio marrone. Nel pugno ancora chiuso un flaconcino di pillole e sulle gambe la borsa aperta da cui erano cadute foto e fogli, poesie e pensieri, la sua vera identità.

Fu Andrea, uno di quelli che correvano nel parco, a scoprire il corpo ormai privo di vita del francese. Andrea lo aveva notato tante volte seduto su quella panchina e mille volte gli aveva rivolto un pensiero, mille volte avrebbe voluto interrompere la corsa per avvicinarsi e rivolgergli una parola, un saluto, per chiedergli il suo nome e conoscere un po' la sua vita. C'era qualcosa in quell'uomo che lo aveva colpito, un'empatia incomprensibile, un sottile e invisibile filo di unione, come fosse stato uno specchio che rifletteva la sua immagine.

Andrea si rivedeva in lui, pur non sapendo chi era, ci si riconosceva. Anche Andrea era solo e fragile, come il francese.

Una volta risolto il caso di suicidio e appurata l'identità del morto, si seppe anche il contenuto di quella borsa. Tra foto e racconti, poesie e pensieri, schizzi su fogli bianchi, si scoprì la storia di Saverio Baravelli, professore di Lettere, poeta sconosciuto, uomo divorato da un'estrema sensibilità, vissuto in solitudine, figlio di terra umbra e uomo innamorato di Maddalena.

C'era una foto della ragazza, ritratta nella sua bellezza ed esuberanza, una massa di riccioli neri sfiorati dal vento, un bianco sorriso tra le labbra di ciliegia; si faceva baciare dal sole d'estate e bagnare dall'acqua di mare. Avrà avuto all'incirca vent'anni e non era per lui. La sua allieva, la sua passione, la sua inquietudine, la sua pazzia. Lei aveva risvegliato desideri e tormenti, paure e disagi, fremiti sopiti da lunghi anni di solitudine. Aveva risvegliato emozioni non vissute e dimenticate.

La sua giovinezza gli aveva squarciato l'anima e dell'anima sua non era più il padrone. La debolezza di Saverio fu quella di non aver saputo vivere le sue meravigliose emozioni dentro di sé, ma di averne subìto il peso e averle rinchiuse per sempre in quella borsa di cuoio marrone.

Era proprio quella debolezza il comune denominatore tra Saverio e Andrea, quell'empatia, quel sottile e invisibile filo di unione che il ragazzo sentiva. Il francese gli aveva lasciato un messaggio doloroso ma indelebile: avere la forza e il coraggio di vivere ogni giorno la vita, mantenendo integra la cosa più preziosa che ci appartiene, la nostra vera identità. Andrea ne avrebbe fatto tesoro.