Scritture scriteriate

"Il prete giusto" di Nuto Revelli


«Noi preti non ci interessiamo dei partiti. Perciò non è questione di fascismo o antifascismo. Io combatto la violenza e non condivido come oggi si educano, anzi si diseducano i giovani. La Patria non c'entra. Essere contro la violenza, non significa essere contro la Patria [...] La resistenza è perciò una cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita, e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa.»

(don Raimondo Viale)

Il prete giusto, edito da Einaudi, è una specie di romanzo che racconta la storia di un prete piemontese partendo dall'infanzia e dalla vita povera della famiglia e durante gli studi fino alla vecchiaia. La costruzione di Revelli gli è tipica, quella della raccolta delle testimonianze con minimi interventi in nota e una sorta di postfazione di chiarimento sugli anni della sospensione a divinis. Sono intense le pagine che raccontano il periodo precedente il sacerdozio, anzi, sarebbe stato interessante analizzarli più a fondo, ma centrale è la parte successiva agli anni '20.

Nato nel 1907 in provincia di Cuneo, don Raimondo Viale nel 1930 è mandato nella parrocchia di Borgo San Dalmazzo. Negli anni del Fascismo entra subito in contrasto con le autorità per l'impegno sociale e culturale e con gli scritti sul foglio parrocchiale.

Nel '39 subisce un attentato. È in bicicletta e viene investito da un'automobile. Viene preso a bastonate e calci, in una parola rischia di fare la fine di don Minzoni. Ma il peggio arriva il giorno in cui una sua omelia contro l'entrata in guerra dell'Italia gli vale l'arresto e la condanna a quattro anni di confino in Molise, periodo poi ridotto a poco più di un anno.

Nel settembre 1943 accoglie in canonica la salma del giovane sacerdote Mario Ghibaudo, originario di Borgo San Dalmazzo, trucidato nell'eccidio di Boves. Ma l'impegno più importante di don Viale è quello profuso ad aiutare coraggiosamente gli ebrei arrivati dalla Francia e raccolti a Borgo San Dalmazzo in attesa di essere smistati ai campi di concentramento. Don Viale si muove per aiutarli in ogni modo possibile, incoraggiato anche, e non solo a parole, dall'arcivescovo di Torino cardinal Fossati. Molti di essi riusciranno a passare a Genova e di qui in Svizzera o nel centro Italia. Erano salvi!

Un prete resistente quindi che è tale non per scelta ideologica o politica ma per connaturato spirito evangelico che lo spinge a sfidare il pericolo per essere vicino agli uomini e salvarne anche soltanto uno dalla fucilazione. E tali furono le azioni di aiuto a favore di militari alleati sbandati e di partigiani che nel '44 don Raimondo dovette darsi alla clandestinità: coi suoi precedenti il rischio era la fucilazione, come minimo.

Dopo la guerra lo spirito ribelle che aveva manifestato sin dagli anni di seminario, insieme con un innato fastidio per ingiustizie e soprusi lo porteranno ad affrontare rimproveri delle autorità ecclesiastiche sino alla sospensione a divinis negli anni '70. Gli peserà sempre questa sanzione canonica che per un sacerdote non è solo infamante da un punto di vita sociale, ma colpisce l'uomo fin nella sua intimità di fede. Morirà nel 1984, sentendosi abbandonato ed isolato, come confessa allo stesso Revelli. Nel 2000 il riconoscimento di Giusto fra le nazioni, finalmente accanto a uomini come Perlasca.