Questo copione è stato scritto per un liceo scientifico. Sarà rappresentato a fine anno scolastico e coinvolgerà nella recitazione 41 studenti, molte mamme per i costumi e i trucchi, molti papà per l’allestimento delle scene. Sarà uno spettacolo divertente e coinvolgente.

Per la lettura del copione, che ovviamente non è come assistere alla commedia, vi consiglio qualche piccolo accorgimento che renderà la lettura più vicina alla rappresentazione reale.

Innanzitutto immaginate un teatro pieno di gente: studenti, insegnanti, genitori, fratelli, sorelle, amici, personale scolastico e qualche altro di passaggio. Una volta che avete immaginato il teatro pieno (perché lo sarà), immaginate il palcoscenico, il sipario, le luci, il buio, le scenografie che saranno allestite per ogni scena, i costumi, la musica trasmessa dagli altoparlanti. Per quest’ultima vi consiglio, durante la lettura del copione, di usare gli auricolari, allo scopo di percepire un suono simile a quello che si ascolterà in teatro durante la rappresentazione.

Per inserire le musiche in questo copione, ho utilizzato dei link di youtube, ovviamente durante la rappresentazione teatrale ci saranno le stesse musiche gestite però dal tecnico audio. Per ora accontentiamoci. Cliccate sul link rosso e la musica partirà. Vi consiglio di ascoltare tutti i brani musicali per intero, perché vi servirà a percepire meglio il tempo reale del cambio scena.

Per i sottofondi musicali (ad esempio durante l’addio ai monti di Lucia) abbassate il volume della musica al minimo e leggete il brano.

Sono solo dei piccoli accorgimenti per agevolarvi la lettura e farvi entrare meglio nel cuore della commedia. Buon divertimento.

 
 
 
 
 

PERSONAGGI

Alessandro Manzoni

Bravo 2

Don Abbondio

Vecchia

Griso

Innominato

Bravo

Federigo Borromeo

Perpetua

Donna Prassede

Renzo

Moglie del sarto

Agnese

Don Ferrante

Lucia

Lanzichenecco 1

Tonio

Lanzichenecco 2

Gervasio

Lanzichenecco 3

Azzeccagarbugli

Lanzichenecco 4

Don Rodrigo

Lanzichenecco 5

Ludovico

Studente 1

Fra Cristoforo

Studente 2

Gertrude

Studente 3

Suora

4 Studenti per trenino

Venditore

4 studentesse per trenino

Bravo 1

 

 

 

ATTO I 

 

 

SCENA 1

 

La scena si apre in un fondale natura con un muretto in fondo, sul quale stanno di spalle, immobili, due bravi.

Un leggio al centro della scena.

 

Manzoni: (entra con il libro dei Promessi Sposi in mano e va al leggio) Signore e Signori buonasera. Vi presento la mia opera, i Promessi Sposi: «quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra una catena ininterrotta di monti…».

 

Don Abbondio: (entra in scena) Ah, quanto è dura la vita!

 

Manzoni: (senza distogliere lo sguardo dal testo) Don Abbondio, torna indietro!

 

Don Abbondio: (incurante) Ah, povero me!

 

Manzoni: (seccato) Senti, don Abbondio, fammi il piacere: non è ancora il tuo turno! Per il tuo ingresso bisogna aspettare ancora... due pagine… vedi, c'è la descrizione, quel po' di cappello introduttivo e poi... ecco: «per una di quelle stradicciole...».

 

Don Abbondio: Ho capito, ho capito, ma che vuole, signor Manzoni, io mi trovavo a passare di qua e... ho pensato che si potrebbe fare un po' prima... anzi, guardi, me ne vado subito, così tolgo il disturbo e si fa prima (fa per andare via ma Manzoni lo afferra per la tonaca).

 

Manzoni: Ma che storia è mai questa? Come sarebbe a dire? Nella figura di don Abbondio culmina la mia descrizione del paesaggio... il prete, oserei dire, è un elemento paesaggistico lui stesso, è il punto focale del paesaggio... in questo verde riposante di colline e di vigneti ecco che lui, per la sua passeggiata quotidiana, scende da una stradicciola...

 

Don Abbondio: ...correndo!

 

Manzoni: ...correndo. Ma no, ma cosa mi fai dire! Nella passeggiata don Abbondio non corre, PASSEGGIA, è una PASSEGGIATA.

 

Don Abbondio: Beh, questa volta correva.

 

Manzoni: E perché, di grazia?

 

Don Abbondio: Perché... perché aveva fretta.

 

Manzoni: Fretta? Ma se c'è una persona che normalmente non ha fretta, quella sei proprio tu!

 

Don Abbondio: (con fare circospetto) La verità è, signor Manzoni, che vorrei evitare di incontrare quei cosi… sì, quelli lì...

 

Manzoni: Ma quali cosi? Al massimo un paio di bravi!

 

Don Abbondio: Questa poi! Ora mi deve spiegare perché si ostina a chiamarli bravi, che io, in fede mia, gente più cattiva non ho mai vista. Perché vede... (parlando, i due si sono spostati sino ai bravi, che intervengono con aria minacciosa) Uh, signor Manzoni, sono già qui! (don Abbondio sviene)

 

Griso: Signor curato!

 

Manzoni: Buoni voi, un attimo! 

(si rivolge a don Abbondio) Abbondio, sveglia, forza, tirati su! Santo cielo, non è possibile. Questa scena l'avremo provata almeno quaranta volte, e tutte le volte è finita così: que­sto che mi sviene e io che lo mando in infermeria. Ma vuoi capirla una volta per tutte che qui stiamo recitando? Questi sono bravi finti… ecco: (li presenta con nome, cognome e classe) Beh, portatelo in inferme­ria! (entrano due infermieri e provvedono).

(si rivolge ai bravi) E voi, vi ho già detto di usare meno enfasi, che quello là è un tipo impressionabile! Dite un po', da quant'è che siete qui?

 

Griso: Da stamattina.

 

Bravo: Alle otto e mezza.

 

Manzoni: Alle otto e mezza? E perché mai?

 

Griso: L'illustrissimo signore nostro don Rodrigo...

 

Bravo: Riverisco!

 

Griso: Ci ha detto ieri sera...

 

Bravo: Voi andate presto e piazzatevi là, che con questo Alessandro Manzoni non si sa mai.

 

Griso: E già, che c'è il caso che ci faccia qualche scherzetto con questo matrimonio...

 

Bravo: ...che non s’ha da fare!

 

Manzoni: Beh, d'accordo, non s'ha da fare per ora, ma... 

 

Griso: Niente ma, signor Manzoni, questo matrimonio non s'ha da fare, né ora né mai!

 

Bravo: Manco alla fine del romanzo. Riverisco! (escono)

 

Manzoni: Ehi, un momento, aspettate! Questa era la battuta per don Abbondio, non per me! Ehi, tor­nate indietro!

 

Don Abbondio: (rientra) Oh, per me invece va benissimo, signor Manzoni. Con i bravi se la veda lei, e tanti saluti (fa per uscire).

 

Manzoni: (trattenendolo) Aspetta qui tu, vigliacco d'un curato!

 

Don Abbondio: Uh, ci risiamo: qui è meglio chiarire un paio di cosette: quella partaccia lì lei la fa fare al suo don Abbondio, quello vero, non a me! Io non c'entro, non c’ho colpa, sono qui per sbaglio, sono (dice il nome dello studente e la classe), quindi arrivederci, io me ne lavo le mani e per il suo personaggio... si arrangi!

 

Manzoni: (correndogli dietro) Abbondio! Abbondio!

 

Si chiude il sipario e Manzoni rimane fuori.

Si rivolge al pubblico con un monologo.

 

Manzoni: Eh! Lo sapevo io, lo sapevo, accidenti! Sempre la stessa storia! Un povero letterato innocente fa il suo dovere, scrive la sua opera e crede così di poter morire in pace... e invece no! Ar­rivano subito quegli imbecilli dei posteri con le loro manipolazioni... c'è di tutto, non se ne può più! E la parodia… e l'adattamento teatrale… poi, Dio ce ne scampi, la critica! Per carità! Ultimamente ci si sono messe pure le telenovelas. Che schifo! Che schifo, signori miei! E io qui a rivoltarmi nella tomba avanti e indietro, a destra e a sinistra... macché! Niente: se ne lavano le mani, se ne fregano! Eh già, quale sarebbe il miglior commento, mi direte voi... 

(cambia tono) il silenzio, si­gnori miei, il silenzio. Una contemplazione silenziosa… fino all'estasi. E ba­sta. Quello che c'era da dire l'abbiamo già detto noi letterati e nella maniera migliore. Altro che rifacimenti e reinterpretazioni! Quelle poi… Eh già, lasciatemi parlare, dopo quasi duecento anni di silenzio! 

(sottovoce) Duecento anni!… Che ormai mi sono rovinato i pugni... (scende il tono della voce) o sarebbe più forbito dire le pugna? Ma sì, va, facciamo le pugna, che è anche più combat­tivo. 

(rivolgendosi al pubblico) Tanto qui il latino lo sanno tutti, no? Dicevo... ah, sì, (risale il tono della voce) che ormai mi sono rovinato le pugna, a furia di battere contro il legno della mia cassa da morto, alla volta di questi sciagurati posteri. Ora sono stufo, ed eccomi qua, riesumato dall'aldilà, come nuovo. Don Abbondio dice di non essere don Abbondio, di essere (pronuncia il nome e cognome dell’alunno)... ebbene, signori, io sono invece Alessandro Manzoni, nato a Milano il 7 marzo 1785 e autore dei Promessi Sposi. E se i Promessi Sposi si vogliono rappresentare, si farà come dico io, quant'è vero Iddio. E vedremo chi la vince! Buonasera signori, e buon di­vertimento (rientra dietro le quinte).

 

Parte la musica. Durante la musica si cambia scena.

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SCENA 2

 

La scena si apre nella casa di don Abbondio, Perpetua è intenta ad apparecchiare e a servire la cena.

 

Perpetua: (canta) I sogni son desideri…

 

Don Abbondio: (entra ed appende mantella e cappello) Oh, finalmente!

 

Perpetua: (senza notarlo continua a cantare)

 

Don Abbondio: Ehm!

 

Perpetua: (ricomponendosi) Oh, don Abbondio! Venghi, venghi che è pronta la cena!

 

Don Abbondio: Mmmmh, risotto alla milanese, che delizia!

 

Perpetua: E c'è anche il suo vino preferito, sa, quello che...

 

Don Abbondio: No, per carità! Tanto più che non ho niente da dirle.

 

Perpetua: Come, non è successo niente?

 

Don Abbondio: A me, no. (tenta di mangiare ma Perpetua lo interrompe)

 

Perpetua: Come! E i bravi? Non li ha visti? Non ci ha parlato?

 

Don Abbondio: Chi, io? Nossignore, proprio no. Con loro se l'è vista il signor Manzoni.

 

Perpetua: Oh, ma davvero? Allora forse...

 

Don Abbondio: Allora forse che cosa?

 

Perpetua: Dicevo così per dire, signor curato, che allora forse questo semplifica le cose…

 

Don Abbondio: (alzandosi alterato) Semplificare? Ora non mi venga fuori anche lei con le sue semplificazioni, che sono sempre complicatissime. Che già ce ne sono tante di complicazioni in questo spet­tacolo. Non basta che un poveraccio debba trovarsi qui, su un palcoscenico, e sia costretto a recita­re una parte così difficile come la mia, anziché starsene comodamente a casa sua a...

 

Perpetua: (è andata verso la porta e ha fatto entrare tacitamente Renzo) Pensavo, signor curato, che in fondo questo matrimonio si potrebbe anche fare, alla fin fine!

 

Renzo: (euforico e spaventando Abbondio) Buonasera signor curato! Allora, lo facciamo ‘sto matri­monio?

 

Don Abbondio: Oh Santoiddio! Renzo! E tu che ci fai qui?

 

Renzo: Mi sposo, signor curato!

 

Don Abbondio: E che, da solo?

 

Renzo: (indicando la porta) No, ma...

 

Don Abbondio: I ma lasciali stare, che sono nella mia parte e li dico io. Dunque, vediamo, Renzo: tu ti vuoi sposare, hai detto, ma non sono mica cose da fare a cuor leggero, codeste! Cogito ergo sum… la riflessione, prima di tutto. Mantenere il controllo di se stessi… mens sana in corpore sano. E poi, quando alea iacta est... eh eh, caro il mio Renzo... errare humanum, perseverare...

 

Renzo: Ah no, caro don Abbondio, stavolta non mi frega più col suo latinorum! Mi sono fatto furbo anch'io e mi sono portato la grammatica... eccola qua! E il vocabolario, non si sa mai (li tira fuori dalla borsa). Ecco qua!

 

Don Abbondio: Ah, questi giovani moderni! Non sanno più tradurre neanche una sillaba senza l'aiuto del vocabolario! Ah, o tempora o mores!

 

Perpetua: Temporali non ce ne sono in giro per stasera... quanto alle more... ecco, queste due brave donne gliene hanno portate un cestino colmo, che le piacciono tanto, eh, signor curato? (fa entrare Lucia e Agnese)

 

Renzo: Lucia! Agnese!

 

Agnese: Buonasera a tutti! Ah, finalmente qui si respira. Faceva un caldo là fuori… che non ci si poteva neanche stare. Bene, bene, ci siamo quasi tutti, mi pare.

 

Don Abbondio: Ehi, un momento, un momento… Che cos'è tutta questa confusione a casa mia, e a quest'ora per di più?

 

Agnese: Gli è, caro don Abbondio, che se lei non ha parlato con i bravi e non ha ricevuto minacce, questi due poveri figlioli si potrebbero anche sposare, no? E poi, io mi eviterei di dire alla signorina Perpetua che è una zitella! (Perpetua dà segni di insofferenza)

 

Don Abbondio: Ehi, andiamoci piano! Le minacce sono come le tasse, ci sono le dirette e le in­dirette: fatto sta che alla fine si pagano sempre tutte! Quanto a Perpetua poi...

 

Lucia: Oh, la prego, signor curato! Eviteremmo quel matrimonio di sorpresa che a me dà così fastidio! Tutto quel parapiglia, quei problemi... e poi, quella coperta che mi tirano in testa... è piena di peli di cane, e puzza, perché ci va sempre a dormire il cane fuori dall’orario delle prove!

 

Don Abbondio: Ma, non so, veramente... io non voglio compromettermi e poi, vedi Lucia, mancano anche i testimoni...

 

Perpetua: Oh se è per quello ci sono io e anche quelli (fa entrare Tonio e Gervaso)

 

Gervaso: (allegro, stringendo la mano a tutti) Congratulazioni! Congratulazioni! Ci sposiamo, eh? Congratulazioni! (a Manzo­ni, che nel frattempo è entrato in scena con il libro dei Promessi Sposi) Congr...

 

Manzoni: GERVASO!

 

Tonio: (alla platea) A chi la tocca la tocca!

 

Manzoni: Che succede? Quale messinscena è mai questa?

 

Tonio: Una messa in scena, appunto. Per poco ci scappava anche la cerimonia di nozze!

 

Manzoni: Ma come! Questo è un imbroglio, un imbroglio bello e buono!

 

Tonio: La notte degli imbrogli!

 

Manzoni: Chi ti ha detto di usare quest'espressione? E chi vi ha detto di inscenare questa farsa?

 

Agnese: La questione è, signor Manzoni, che lei ci aveva dato delle parti da studiare…

 

Manzoni: Oh, lo so bene! (indica il libro) Lo so bene quali parti vi avevo dato da studiare!

 

Agnese: E noi le abbiamo studiate, sa? Ma era così difficile... e allora, dietro mio consiglio, abbiamo dato qualche scorciatina, qualche taglio qua e là...

 

Renzo: Ecco, vede? Abbiamo studiato sul Bignami: Ernesto Bignami, I Promessi Sposi… converrà che c'è una certa differenza, no? (confronta i due testi)

 

Manzoni: E ti pareva che non ci risiamo con i rifacimenti abusivi! Da’ qua, via que­sta robaccia (getta il Bignami in platea)… e voi fuori, fuori tutti a ripassare la parte come si deve, via! E ricordatevi che questo matrimonio, almeno per ora, non s'ha da fare! (escono tutti)

 

Gervaso: (uscendo) Prepotente!

 

SIPARIO

 

 

 

SCENA 3

 

Si apre il sipario ed entra in scena Renzo. Manzoni è in platea.

 

Renzo: E te pareva! C'era da immaginarselo! Maledizione, lo sapevo io che prima o poi mi toccava! Accidenti ai consigli di Agnese. Peggio dei pareri di Perpetua, ve lo garantisco (pausa)E va beh, ras­segniamoci (esce).

 

Rumore di galline dietro le quinte.

Renzo riemerge con quattro capponi.

 

(verso il pubblico) Ma cosa ridete! Non ci posso mica andare a mani vuote da quel mafioso dell'Ac­chiappagarbugli!

 

Manzoni: (dalla platea) Azzecca, Renzo, Azzeccagarbugli.

 

Renzo: Oh beh, che differenza fa? Tanto quello... manco una mosca credo sia capace di acchiappare! E’ che questa volta gli andrà bene, acchiapperà quattro capponi con una fava (indica se stesso)… Ma io mica voglio fare la figura dello scemo… mi sono portato il manuale di Diritto e... oddio, dove l'ho messo? Oddio, ho lasciato la borsa da don Abbondio... oh no! Un momento, accidenti, e ora come faccio? Aspettate... 

 

SIPARIO

 

 

Mentre si cambia scena, intermezzo musicale.

youtu.be/SmtQtw6084o

 

 

 

SCENA 4

 

La scena si apre nello studio di Azzeccagarbugli. Una scrivania con dei fogli, penna e calamaio, uno scaffale con i libri e un armadietto.

 

Azzeccagarbugli: (seduto alla scrivania intento a leggere alcuni fogli, senza alzare la testa) Vieni avanti, figliuolo!

 

Renzo: E per forza, anche perchè se vado indietro cado di sotto! (avvicinandosi più volte al tavolo dell'Azzeccagarbugli senza essere degnato di uno sguardo). Le ho portato quattro cappo­ni, eccellenza.

 

Azzeccagarbugli: Ah, bene!

 

Renzo: Quattro capponi freschi freschi, guardi qua: hanno ancora tutte le prime addosso!

 

Azzeccagarbugli: (si alza) Quanto a quello, non ti preoccupare, figliuolo, che sono un maestro, io, nello spennare i polli! Da’ qua (mette i capponi nell'armadio e prende un libro dallo scaffale) dunque... vediamo un po'... pollo alla diavola, pasticcio di riso e pollo, soufflè di cappone in salsa tarta­ra... Mmmh... che squisitezza! (siede) Allora, figliuolo, qual è il tuo problema?

 

Renzo: Ecco, vede, eccellenza... io mi vorrei sposare ma don Abbondio non vuole, o meglio, lui vorrebbe anche, perché con i bravi di don Rodrigo non ci ha parlato lui di persona, ma è il signor Manzoni che non vuole e che con i bravi credo che ci abbia parlato lui, ma io avevo i libri di latino e non mi sono fatto fregare, ma ora quelli di diritto li ho dimenticati e...

 

Azzeccagarbugli: (si alza) Oh, basta, per carità! Che guazzabuglio! Questa è roba che supera le mie capacità, e ci vorrebbe il mio compare più competente, l'Azzeccaguazzabugli, ma comun­que... beh, per questa volta vedrò cosa posso fare io. Ma non ti sembra, figliuolo, che dato che c'è di mezzo il nome di don Rodrigo si potrebbe... emh... si potrebbe... emh...

 

Renzo: Si potrebbe...?

 

Azzeccagarbugli: (all'improvviso, fingendo di inseguire qualcosa per prenderlo) Zitto! Ah, accidenti, me l'hai fatto scappare! Dove ti sei ficcato? Vieni qua! Ah!

 

Renzo: Che cos'è?

 

Azzeccagarbugli: Un garbuglio, naturalmente. Fresco fresco, appena acchiappato. Eccolo qua: questo lo metto via per il prossimo episodio.

 

Manzoni: (dalla platea) Non ci sarà un prossimo episodio, Azzecca! Fa già abbastanza schifo questo!

 

Azzeccagarbugli: Ma come! E il pranzo da don Rodrigo, che era la cosa più gustosa di tutta la faccen­da?

 

Manzoni: E' soppresso, basta, vai avanti e non perdere altro tempo.

 

Azzeccagarbugli: Che modi! Allora, giovinotto, forse ho quello che fa per te. Aspetta... dove l'ho messo... qui non c'è... qui nemmeno... ah, eccolo qui!

 

Renzo: (diffidente) Che roba è?

 

Azzeccagarbugli: (con una lente d'ingrandimento) Ecco, guarda, c'è anche scritto... grano... salis.

 

Renzo: Grano che?

 

Azzeccagarbugli: Salis, figlio mio, grano salis. Lo dicevano anche gli antichi: bisogna prendere le cose cum grano salis.

 

Renzo: Col grano? Ma questo va bene per fare il pane nei tumulti di Milano, ha sbagliato scena!

 

Azzeccagarbugli: (seguendolo e facendogli ingoiare il chicco a forza) Fermo lì, vieni qui, ecco qua, apri la bocca, ingoia!

 

Renzo: Puah, che schifo! È amaro e salato! Bleah!

 

Azzeccagarbugli: E per forza, cosa ti aspettavi? Che fosse dolce? E' un grano salis, te l'ho detto, mica un grano zuccheris! Ecco fatto: d'ora in poi, tutta la vicenda avrà un pizzico di sale in più. D'altro canto ce n'è bisogno e... sono cose che si dicono abitualmente: avere sale in zucca, mettere il sale sulla coda, eh eh... caro il mio Lorenzo Travaglino!

 

Renzo: Tramaglino, signor avvocato, Lorenzo Tramaglino, con la “emme” come Manzoni! Uh, a proposito... chissà cosa penserà il signor Manzoni di questa scena... presto, prima che venga a protestare mi converrà filarmela. Intanto lo sapevo che qui era tempo perso e non cavavo un ragno dal buco. Riverisco, signor avvocato, ma rivoglio i miei capponi! (Renzo apre l’armadio e si riprende i capponi)

 

Azzeccagarbugli: Fossi matto! Manzoni mi ha tagliato via il pranzo da don Rodrigo e io mi tengo i tuoi capponi, come indennizzo e risarcimento per danni fisici e morali. (riprende i capponi) Eh eh, caro il mio Lorenzo  Travaglino! Travàgliati, travàgliati, che la vita è fatta a scale, c'è chi scende e c'è chi SALE - te l’avevo detto che c’entrava il sale! - E... a proposito: non vorrai mica andare via così, vero? Aspetta un po'... (scribacchia su un foglio e lo porge a Renzo) Ecco qua!

 

Renzo: Che roba è?

 

Azzeccagarbugli: La mia parcella, figliuolo.

 

Renzo: Ma è uno sproposito!

 

Azzeccagarbugli: E' salata, caro il mio Lorenzo Travaglino, semplicemente assai salata. E non si è for­se deciso per un pizzico di sale in più? E anche tu sei complice di questo: non hai forse ingoiato il mio garbuglio di sale? E allora paga, caro amico, scuci! (Renzo, molto a malincuore, paga). E ora va', su, vattene! Vattene dal tuo Fra Cristoforo, che ti addolcirà un poco con il suo zucchero. Io, per conto mio, vado a salarmi i miei capponi. Buonasera. (esce)

 

 

SIPARIO

 

 

 

Mentre si smantella lo studio di Azzeccagarbugli e si allestisce la prossima scena, c’è un intermezzo musicale.

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SCENA 5

 

 

La scena si apre in una stanza con Don Rodrigo seduto in poltrona

 

Don Rodrigo: (alzandosi dalla poltrona) Il potere! E' bello sentirselo addosso, il potere! Esercitarlo! Già, perchè il potere si ESERCITA... bella parola... ESERCITARE... Io il potere lo esercito su questi bifolchi, che sono gli abitanti di questo paesotto sul ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno... e adesso, caso vuole che io mi sia innamorato… ma che dico! Il potere non si innamora! Il potere… VUOLE!  E io VOGLIO una ragazzotta... un gran bel pezzo di fi… fi… figluola, che si chiama... boh! Chi se lo ricorda come si chiama... ma che importano i nomi, via! Sarà mia, perchè io posso, io sono il POTERE!

 

Entra Ludovico armato di spada

 

Ludovico: Aaaaaah! Ti ho trovato, finalmente! Sei tu che hai ucciso il mio fedele Cristoforo! E perchè, poi? Per una stupida questione di precedenze! Puah! Ma me la pagherai! Muori, bastardo!

 

Don Rodrigo: Io? E che c'entro io, lurido mercante? E chi lo conosce questo Cristoforo? Non mi risulta che sia nell'elenco delle mie vittime...

 

Ludovico: Se non sei stato tu è stato qualche altro prepotente della tua specie! Siete tutti uguali, voi! Razza di cani bastardi! Prendi questo, nobilotto da strapazzo, e questo!

 

Don Rodrigo: Aaaaaaaahhhhh!!! (cade a terra)

 

Ludovico: (lasciando cadere la spada) Oh Dio, l’ho ucciso! Sono stato io! L'ho ucciso io! Signore on­nipotente! (si inginocchia presso il cadavere con la testa fra le mani).

 

Si abbassa la luce della scena. Entra Fra Cristoforo.

 

Parte la musica. 

La musica parte forte, poi procede in sottofondo mentre una voce fuori scena recita.

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(voce fuori scena)

Per un'immagine sola

di questa vita corrosa

neppure un indizio so darti,

una parola

che sublimi la mente

dai solchi ottusi

e vani

dal nostro eterno presente.

Non servono, credi,

parvenze di prosa o di poesia,

non si trova la porta

che conduca lontano:

la chiave arcana della fantasia

disillude i naufragi

travolta nei dogmi d'altre fedi.

E allora, lascia

scorrere i fiumi dell'inganno,

siedi

all'aspra corte di Malinconia,

bevi

dal calice dei giorni

il sorriso del tempo

e l'ironia.

 

Sale la musica, Ludovico esce e Fra Cristoforo s'inginocchia al suo posto, poi termina la musica e inizia il dialogo.

 

Don Rodrigo: (alzandosi) Ah! Ah! Ah!

 

Fra Cristoforo: Don Rodrigo! Ma... ma voi non eravate...

 

Don Rodrigo: Morto? Eh no, frate, io non sono morto. Io sono il potere, frate, e il potere non muore mai, ricordatelo bene.

 

Fra Cristoforo: Ma guardate dentro di voi, don Rodrigo... il potere non ha un'anima… mentre voi… voi ce l'a­vete!

 

Don Rodrigo: Un'anima, io? E a che scopo? A cosa dovrebbe servirmi un'anima, sentiamo un po', frate?

 

Fra Cristoforo: A essere un uomo, un essere umano, ad amare la vita e a godere dei doni di Dio. Perché Dio ha detto: “E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli”.

 

Don Rodrigo: Uffa, quante prediche, frate! Di’ un po'... è per quella Lucia che sei venuto, vero?

 

Fra Cristoforo: Per lei, sì… ma anche per voi, don Rodrigo, e un po' anche per me stesso. Quella ragazza ha bisogno della mia protezione, e anche voi, don Rodrigo, avete bisogno dell'aiuto di Dio, perché la vostra anima è stata toccata dal male. Quanto a me... ho voluto trovarmi ancora una volta come un tempo, faccia a faccia con un nobile come voi, che oltrepassa ogni giorno i limiti del lecito con le sue prepotenze! 

 

Don Rodrigo: Questo è troppo, frate! Di me non ti devi impicciare, e di te non me ne frega niente! Quan­to alla ragazza... certo, ha bisogno di protezione... oh, ma... c'è tanto posto nel mio castello, e tanti letti... ci sarà un letto anche per lei, eh, frate? Magari il mio, eh? Che ne dici del mio letto, frate?

 

Fra Cristoforo: Spudorato marrano! Tu dici che il potere non può morire, ma la vedremo! Intanto io ti dico che anche Ludovico è vivo, il flagello dei prepotenti! (afferra la spada da terra e fa per lan­ciarsi contro don Rodrigo)

 

Manzoni: (accorre trafelato sul palco) Ehi, ferma, ma siamo matti? Da’ qua! Ora ci manca anche Fra Cristoforo che fa il dottor Jekyll e Mr. Hyde! Qui è tutto da rifare, accidenti!

 

Fra Cristoforo:  Mi scusi, signor Manzoni, ma nello sdegno...

 

Manzoni: E il tuo sdegno è forse più grande della tua fede?

 

Fra Cristoforo: No, ma...

 

Manzoni: Niente ma. Basta! È tutto da rifare, ho detto. Episodi che saltano, cose che vanno per i fatti loro... e gli attori... ma per favore! Dove sono gli attori? Venite qui in scena, presto!

(tutti gli attori entrano in scena; don Abbondio cerca di nascondersi dietro gli altri)

Allora, signori miei, che cos'è questa schifezza che mi avete combinato, eh? L'incontro con i bravi è fallito, il matrimonio a sorpresa ha sorpreso me prima di tutti, l'Azzeccagarbugli non ha azzecca­to una battuta, dico una stramaledetta battuta! E fra Cristoforo, Dio santo!

 

Fra Cristoforo: (camminando e benedicendo) Et ita sit per omnia saecula saeculorum amen pax vobi­scum...

 

Tutti: Amen!

 

Manzoni: Ma va’! E poi... questo don Rodrigo che mi resuscita dall'oltretomba…

 

Don Rodrigo: Io faccio quello che mi pare!

 

Manzoni: Uh, ci risiamo: e che mi ubbidisse una sola volta! E Renzo... dov'è Renzo? Ehi, dimmi un po', Renzo, da quando in qua ti occupi di latino?

 

Renzo: Da quando lei, signor Manzoni, mi ha fatto fare la figura del pollo!

 

Azzeccagarbugli: Del cappone, figliuolo, del cappone!

 

Manzoni: Silenzio tu! E studiate meglio questa maledetta parte. E tu, Lucia, santo cielo, un po' di brio!

 

Lucia: Sì, signor Manzoni.

 

Manzoni: Oh, così va bene. E Tonio, Gervaso, Perpetua, Agnese... che foste pasticcioni lo sapevo, ma fino a questo punto... e i bravi... buoni a nulla!

 

Griso: Noi rispondiamo solo al nostro signore don Rodrigo.

 

Bravo: Riverisco!

 

Manzoni: Per non parlare di don Abbondio. Dov'è? Non ditemi che se l'è di nuovo squagliata… don Ab­bondio, dove sei?

 

Don Abbondio: (leggendo un libro) Carneade? Chi era costui?

 

Manzoni: Don Abbondio!

 

Don Abbondio: Che c'è? Ho sbagliato battuta? Oh, mi dispiace, mi scuso tanto… come al solito, io non c’ho colpa. Il fat­to è che mi piaceva tanto quella frase lì, detta in pace, a casa mia... ero perfino malato. Un febbro­ne, sa? Un febbrone da cavallo!...

 

Manzoni: Sveglia, Abbondio! Devo svegliarti io con un'immagine più realistica? Ecco qua!

(gli spinge davanti i due bravi, don Abbondio fa un urlo e stramazza al suolo)

Ecco, ci risiamo. Ripor­tatelo in infermeria (i bravi provvedono) e voi, adesso, attenti. Ora c'è l'addio ai monti. Non delu­detemi su questa scena, che è una delle più belle del romanzo. Via a prepararvi! Sciò! 

(escono tutti)

(verso il pubblico) Ah, che fatica, signori miei, che fatica! E io che credevo di fare lo spettatore della mia opera... mac­chè, pure recitarla mi tocca! Questo è il colmo! (scende in platea)

 

 

SIPARIO

 

 

SCENA 6

 

Il palcoscenico è in penombra. In un angolo illuminato, una barca con Renzo, Lucia, Agnese e il barcaiolo.

 

Parte la musica in sottofondo, mentre Lucia inizia l’addio ai monti.

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Lucia: Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; vil­le sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Addio, casa natia, dove, sedendo, con un pensiero occul­to, si imparò a distinguere dal rumore dei passi comune il rumore di un passo aspettato con un mi­sterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa guardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un sorriso tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chie­se, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venire comandato, e chiamarsi santo; addio!

 

(la musica sale e termina)

 

SIPARIO

 

 

 SCENA 7

 

La scena si apre nel parlatorio di un convento, dove Agnese e Lucia sono state ospitate da Gertrude, la Monaca di Monza, una suora un po’… particolare.

 

 

Gertrude: (voce dietro le quinte) Ho detto questa no! Voglio quell'altra!

 

Manzoni: (dalla platea) Gertrude, sbrigati! Tocca a te!

 

Gertrude: Un momento... sì, dammi quella più scollata, è sullo scaffale!

 

Manzoni: (impaziente) Gertrude! Stiamo aspettando! Accidenti, deve sempre tirarsela quella!

 

Gertrude: (entra in scena in sottoveste) E un attimo! Non vede che non sono ancora pronta? La tonaca nera non la voglio. Voglio quella di Dolce e Gabbana, ultimo modello, tutta colorata. È così sexy!

 

Manzoni: Piantala! Vestiti come Dio comanda e cominciamo!!

 

Gertrude: Uffa!!!!

 

(Entra una suora e veste Gertrude, che si pavoneggia davanti allo specchio. Manzoni dà segni di impazienza)

 

Gertrude: Stringi bene la cintura. Ecco... così. E... mi raccomando la ciocca!

 

Suora: Come, scusi?

 

Gertrude: La ciocca, ho detto!  Lascia fuori una ciocca di capelli. Così mi ha detto di fare quello là!

 

Suora: Sìssignora. Ecco fatto. (esce)

 

(Gertrude accende una sigaretta e siede su una sedia)

 

Manzoni: (entra in scena) Ma cosa fai? Spegni quella cosa! Ma che figura mi fai fare? Non lo sai che nei luoghi pubblici è vietato fumare? E poi ricordati che sei una suora!

 

Gertrude: E lei si ricordi che senza di me la sua monaca di Monza se la fa lei! Starebbe bene con la tonaca, sa?

 

(Manzoni se ne va infuriato. Entrano Lucia e Agnese)

 

Agnese: E' permesso?  

 

Gertrude: Ma certo, venite, venite pure avanti. Io so già tutto di voi e della vostra storia, sapete? Per fare la mia parte il romanzo del signor Manzoni me lo sono dovuto leggere tutto, fino alla fine.

 

Agnese: Allora saprà anche di cosa abbiamo bisogno!

 

Gertrude: Certo! Ecco qui: Novella 2000, Chi, Visto, Sorrisi e Canzoni, romanzi d’amore…

 

Agnese: Che cultura!

 

Gertrude: Eh, mica è finita! Ho tutte le videocassette di Beautiful… So che tu, poverina, sei perseguitata da un prepotente! Ma non c'è problema, guarda qua... telefono rosa! Una chiamata e... che ne dici?

 

Agnese: Ah, signora! Lei è molto gentile, ma non vorremmo disturbare…

 

Gertrude: Storie! Non preoccupatevi, cominciate a leggere!

 

Lucia: Signora, noi... noi non sappiamo leggere!

 

Gertrude: Cosa? Fate la IV liceo scientifico e ancora non sapete leggere? Ma che professori avete? Io mi domando che cosa cavolo fate in queste scuole moderne! Non c’è più religione!

 

Lucia: Ma lo prevede il copione che...

 

Gertrude: E basta con questo copione! Bisogna proprio che glielo dica a questo Alessandro Manzoni che il suo copione proprio non mi va. E le prove, e le controprove, e Gertrude di qua, e Gertrude di là, e “la sventurata rispose”, e “muriamo viva la sventurata”... mi sa che qua alla fine l’unica che ci rimette sarò io. La sventurata sfigata!

 

Agnese: Ma no, non faccia così! Anzi, ci racconti la sua storia!

 

Gertrude: Ma quale storia! La mia storia ormai la sanno anche le poltrone di questo teatro. Peggio delle repliche di Sentieri! Modernizziamoci, la figliola ha bisogno di distrarsi un po’. Che inizi la festa!

 

Lucia: Mamma, la signora ha ragione. Anche il pubblico si sarà stufato di preti, avvocati e contadini. Divertiamoci anche noi!

 

Parte una musica da discoteca. La suora entra ballando con coca cola e patatine, mentre Gertrude inizia a ballare e lanciare coriandoli. Fanno il trenino, scendono tra il pubblico, 4 studenti e 4 studentesse si accodano, poi tornano sul palco ed escono di scena.

youtu.be/p2CEkVkr7CE

 

 

SIPARIO

 

 

 

 

Mentre si allestisce la prima scena del II atto, intermezzo musicale

youtu.be/TlukK5-WZN8

 

 

 

 

 ATTO 2

 

 

Mentre Lucia è dalla Monaca di Monza, Renzo va a Milano, ma… non tutto fila liscio come lui vorrebbe… a Milano c’è la carestia, manca la farina e il prezzo del pane è salito alle stelle. Il popolo è in rivolta.

 

 

 

SCENA 1

 

(Paninoteca  delle grucce)

 

Venditore: Panini, panini freschi! Ce n'è per tutti! Gratis! Distribuzione gratuita! Panini! Tramezzini e giustizia! Venghino signori, venghino!

 

Renzo: (entrando in scena, prima si aggira circospetto, poi si avvicina) Calma, calma, un momento, fatemi capire: è questa la scena del forno delle grucce?

 

Venditore: Ma certo! Non lo vedi, ragazzo! C'è scritto anche qui: PANINOTECA DELLE GRUCCE. Dovresti saperlo che i forni non sono più di moda, oggigiorno!

 

Renzo: (addentando un pezzo di pane salendo sul banco, con tono oratorio) Allora... allora finalmente posso parlare... ecco... silenzio, silenzio per favore! Oh! Panini e giustizia, ben detto! Tutti de­vono mangiare panini, e anche tramezzini! Come sono le cose ora non è giusto! Panini e giustizia! Sciopero! Assem­blea straordinaria!

 

(Entrano due bravi, afferrano Renzo e lo trascinano via)

 

Renzo: Ehi, ma cosa fate? Ci deve essere un errore! Questo sul copione non c’era, vi state sbagliando, andate via!

 

Bravo: Sei tu che ti sbagli, compare! Nemmeno quello che hai detto poco fa era sul copione! Noi veniamo per ordine della preside, non del Manzoni! (lo strattona)

 

Renzo: Ahi, aiuto, liberatemi! (escono)

 

Tutti: (da dietro le quinte) Liberiamolo! Liberiamolo!

 

Venditore: Andiamo a liberarlo, ma prima diamo qualcosa da mangiare anche a questi poveracci morti di fame! (lancio di panini sul pubblico)

 

Manzoni: (accorrendo dalla platea) Ehi! Fermi, fermi tutti! Cosa succede? Ve la do io la paninoteca del­le grucce! Ecco qua: 75 euro di pane. E chi lo paga? Il consiglio d'istituto? Ma siamo matti? Chiudete tutto, portate via questa roba, si rifà, via, e andate a ripassare la parte!

 

(Chiusura del sipario. Manzoni resta fuori)

 

Manzoni: E il pubblico... un po' d'ordine, dico io! Ce n’è già abbastanza dei miei attori e mi ci manca anche il pubblico, mi ci manca! Ah, che schifo, signori miei! Questa è l'edizione più brutta dei Pro­messi Sposi che io abbia mai visto. (si asciuga il viso con un fazzoletto. Entra il venditore con un secchio d'acqua in cui Manzoni bagna il fazzoletto e se lo passa sul viso) Aaaahhh, che piacere!

 

Venditore: E ci credo, è acqua dell'Arno, a denominazione di origine controllata… purissima, direttamente da Firenze!... Oddio, c'è un po' di rumenta, colibatteri, pesticidi ma... pur sempre Arno è!

 

Manzoni: Oh, questa poi! Ve lo do io l'Arno! Dammi qua, sciagurato, che ci vado a sciacquare i miei attori con l'acqua dell'Arno, non le mie parole! Non scappare, vieni qui!

 

(si rincorrono gridando, fino a uscire)

 

SIPARIO

 

 

 

Intermezzo musicale per cambio scena

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SCENA 2

 

Fuggito di prigione, Renzo deve scappare al di là dell’Adda, che a quei tempi segnava il confine tra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia.

 

 

In mezzo alla scena c’è un separè. Renzo gira continuamente da una parte all’altra del separè in cerca di Lucia, che a sua volta si sposta sincronicamente in modo che non si incontrano mai. 

 

Renzo: Uh che fatica! Qui oggi non puoi dire una cosa in pace che subito ti criticano! E poi... non capisco che cosa ho detto di male, e perché il signor Manzoni se l'è presa tanto! (si sposta dall’altro lato del separè). Mica sono un delinquente, io! Mi ha fatto stare seduto dieci minuti sulla sedia a farmi la ramanzina. E questo non si dice, e questo non si fa, e quest'altro sul libro non c'è scritto... e, e, e! (si sposta ancora)... Cosa vuole che ne sappia io del suo libro! Non so mica leggere! Ma sono scappato, eh? Oh, se sono scappato!  Non sono mica il tipo da restare imprigionato per tanto tempo, io! (si sposta ancora)... Se almeno trovassi Lucia! (si sposta ancora) E invece no: l’ Adda! L’ Adda mi tocca cercare, accidenti! L'Adda! (gira per due o tre volte intorno, sempre in sincronia con Lucia)... Sssshhhh!! Ho sentito un rumore, come di acqua... (accosta l'orecchio alla quinta laterale)

 

Manzoni: (rovesciandogli addosso il secchio d'Arno da dietro la quinta laterale) Eccotelo qui l'Adda! Beh, veramente è Arno, ma insomma, sempre acqua è! Sciagurato rovina-spettacoli! L'Adda? A nuoto te lo devi fare l’Adda, a nuoto! (lo spinge). Via, tuffati, che tanto sei già bagnato e l'acqua ti sembrerà meno fredda, via! (escono rincorrendosi; Lucia intanto è rimasta ferma da un lato del separè)

 

(entrano due bravi dall’altro lato)

 

 

Bravo 1: (guardando per terra) Piovuto fu! E mo’? Che dobbiamo fare?

 

Bravo 2: Ah, non chiederlo a me! Io non c’ho capito un fico secco!

 

Bravo1: L'Innominato...

 

Bravo2: Riverisco!

 

Bravo1: Ci ha detto che dobbiamo rapire la ragazza...

 

Bravo2: ...senza torcerle un capello.

 

Bravo1: Ih Ih! Con le nostre manine delicate... lo so io che gli farei, a quella pollastrella!

 

Bravo2: Ehi, calma compare, sennò il Manzoni innaffia pure te... su, facciamo presto...

 

Si affacciano dal lato del separè dove sta Lucia e la spaventano con un urlo; Lucia sviene e i bravi se la portano via.

 

SIPARIO

 

 

Intermezzo musicale

youtu.be/lUP_fex2RaA

 

 

 

SCENA 3

Al centro della scena una tavola apparecchiata con Lucia seduta e singhiozzante. Entra una vecchia con le cibarie.

 

Vecchia: E mangia, dai! Quante storie per un rapimento! Tanto lo sai come andrà a finire, no? M'avessero rapito a me, alla tua età! Certo che il riscatto non lo avrebbe pagato nessuno. (assaggia il cibo) mmhhh... che delizia! Queste ragazze d'oggi! Tutte uguali! Si perdono in un bicchier d'acqua! Ai miei tempi...

 

Lucia: Oh, che il Signore mi aiuti!

 

Vecchia: Non vuoi mangiare? Beh, tanto meglio: mangerò io. Mmh... vuoi almeno dormire? No, vero? Eh già, tu c’hai questa tua fede... devi pregare... chissà che gusto ci trovi. Manzoni dice che la fede è poesia. Boh, chissà poi dov'è, questa poesia... Beh, io vado a dormire. Buonanotte. (esce)

 

Si abbassa la luce sul palcoscenico, un occhio di bue su Lucia per la prima lettura, sull'Innominato per la seconda.

 

 

Parte la musica in sottofondo. il crescendo deve coincidere con la fine della seconda lettura.

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Lucia:                                 Io sono il vento sul mare,

                                   sono l'onda dell'oceano,

                                   sono la musica del mare.                           

                                 Io sono un toro di sette battaglie,

                                 sono l'uccello rapace sulla roccia,

                                 sono una lacrima del sole.

                          Io sono bella in mezzo ai fiori,

                      sono un cinghiale,

                       sono un salmone in uno specchio d'acqua, 

                       sono un lago nella pianura.   

                       Io sono parola di conoscenza.

                       Sono la punta della lancia che ha combattuto,

                       sono il dio che ha dato alla mente il pensiero.

 

 

Innominato: (entrato durate la prima lettura e rimasto in silenzio, apre un libro e legge, affranto):

 

Ho ripensato al mio tempo

nella mia strana fissità

d'oggi,             

al movimento                                 

dei giochi e dei pensieri,

alle mie stanze di ieri

avide ancora di risvegli

e di follie.

Sono colate le mie stagioni

lente

sulla mia pelle;

in nodi carezzati di memoria

hanno rappreso le note più belle                
e infranto specchi

freddi                   

ai miti morti del passato.

E adesso mi guardo, mi rido:

non credo di avere una storia;

un anno è un momento buttato,    

un'alga che lascia sul lido    

stanco

il suo profilo      

mutato.

 

(torna la luce sulla scena)

 

Federigo: (dalla platea, salendo sul palco) Oh, la pecorella smarrita senza nome! Signor Innominato!

 

Innominato: Chi? Io? Signor cardinale... ma non dovevo...

 

Federigo: Sì, sì, dovevate venire voi da me nel libro, è vero, ma... secondo il volere di Dio ero io a dover venire da voi, ed eccomi qua. Siete voi l'Innominato, vero?

 

Innominato: Sono io, sì, io. Hanno voluto fare di me un cattivo, un orco… perfino il nome, perfino il nome mi ha tolto, il Manzoni, e ora mi sembra di non avere più nemmeno un volto.

 

Federigo: Ma che importanza hanno i nomi, via, di fronte al vero nome? Che cosa sono le parole degli uomini, di fronte alla parola di Dio?

 

Manzoni: (accorrendo sul palco) Cardinale Federigo Borromeo! Che cosa ci fate voi qui? Non lo sapete VOI che dovete stare al VOSTRO posto? VOI dovevate aspettare il VOSTRO turno, VOI...

 

Federigo: E VOI, signor Manzoni? Che cosa pensate VOI? Eh? E ditemi: come andiamo con la VOSTRA conversione?

 

Manzoni: Beh, ecco, io... veramente...non mi pare che questo sia il momento giusto per...

 

Federigo: Per le cose di Dio è sempre il momento giusto, signor Manzoni!

 

Innominato: Suvvia, signor Manzoni, mi faccia liberare questa poverina che è di là e che mi fa tanta pena!

 

Manzoni: Beh, veramente... non mi pare proprio il caso adesso di...

 

Lucia: (alzandosi) Oh, la prego, signor Manzoni! Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!

 

 

Manzoni: Oh, santo cielo Lucia, questa… questa proprio non me la dovevi dire.  Accidenti, mica sono l'Innominato, io! E va bene, fate come volete: liberatela, lasciatela andare, fate, disfate... tanto ormai avete sempre ragione voi. E’ dall’inizio dello spettacolo che fate quello che volete e io non conto nulla. Io me ne lavo le mani, ma non voglio responsabilità. Poi, col pubblico, ve la vedete voi. Io vi saluto e me ne vado. Addio. (esce)

 

Lucia e l’Innominato si abbracciano.

 

SIPARIO

 

 

 

Mentre si allestisce la scena, intermezzo musicale.

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SCENA 4

 

Una volta liberata, Lucia viene ospitata nella casa di un umile sarto, ma Donna Prassede, una nobildonna un po’ presuntuosa e con un marito un po’ eccentrico, la vorrebbe a casa sua per riportarla sulla retta via…

 

 

La scena si apre a casa di Don Ferrante

 

Prassede: (entra seguita a reverente distanza dalla moglie del sarto) No no no, non se ne parla nemmeno.

 

Moglie del sarto: Oh, la prego, donna Prassede! Era la mia scena!

 

Prassede: Oh, la togliamo, la togliamo! Non sarà poi un gran male, dopotutto!

 

Moglie del sarto: E il signor Manzoni cosa dirà? Oh, la prego, signora Prassede!

 

Prassede: E dagli con questo Manzoni! Ha certe idee... E poi lui dice che io ho poche idee... sarà... le mie, comunque, sono poche ma buone, e io ci sono molto affezionata. Sulle sue, invece, ci sarebbe molto da discutere…

 

Moglie del sarto: Ma donna Prassede, lui è l'autore! E' un letterato!

 

Prassede: Oh, per carità! Anche Don Ferrante mio marito è un letterato, sa? E i letterati, creda a me, bisogna lasciarli stare! Cuociano nel loro brodo! Quanto a noi donne, ci conviene far di testa nostra…

 

Moglie del sarto: Ma signora…

 

Prassede: Oh, basta. Lucia viene a casa mia e basta. Siamo pronti là dentro? Uh che lentezza! Presto, dateci una botta! E poi cara la mia donna, come fate voi a ospitare Lucia? C’è la carestia e avete gia tante bocche da sfamare, e poi… e poi, via! Quella ragazza ha bisogno di una drizzatina. Quanto al signor Manzoni, lei non si preoccupi, che vedremo di rad­drizzare anche lui. Venga, venga con me, che andiamo a cercare mio marito. Don Ferrante! Don Ferranteeee!!! Quando lo cerco non c'è mai. Don Ferranteeee!!! (esce)

 

(Entra don Ferrante vestito da Diogene abbozzando passi di danza ritmica)

 

Ferrante: E uno, due, tre, quattro… uno, due, tre, quattro…

 

Prassede: (rientrando) Don Ferrante! Don Fer... toh, questa poi! Da che cosa ci siamo vestiti oggi, caro il mio maritino?      

 

Ferrante: Da Diogene ballerino, cara la mia mogliera! Esperto in influssi astrali, amuleti, ricerca dell’uomo ed elitropia.

 

Prassede: Eli… che?                                                                                                                  

 

Ferrante: Elitropia, mon chérie, trasformazione dei metalli in oro, pietra filosofale et similia. Lo sai, tesoruccio mio, che sono un esperto in metafisica!                                                                                                       

 

Prassede: Metà solo? E non ti sembrerebbe il caso di imparare anche l'altra metà, della fisica? Vuoi farti bocciare? Eh? Sfaticato! Se non fosse per me, batteresti sem­pre la fiacca! Oh, ecco. Intanto qui c'è qualcun altro che ha bisogno dei miei buoni consigli. (fa entrare Lucia) Oh, vieni carina, vieni, che ho un mucchio di cose da dirti. Siedi qui. Oh, vedrai quante cose che ho da dirti!

 

Lucia: Oh, sì signora, grazie signora!

 

Prassede: Eh, cara mia, a tutti io ho qualcosa da dire, a tutti! A cominciare dal signor Manzoni. A proposito, lo so che è laggiù da qualche parte tra il pubblico e si nasconde... mi evita… però mi sente, oh se mi sente! Che da quando facciamo le prove per questo spettacolo non ha mai perso una scena! Dunque... a proposito di scena… vorrei che la mia scena fosse un po' più lunga... anzi, vorrei due o tre scene tutte per me… O… non so… anche una parte da protagonista... in fondo io sono molto brava e...

 

Don Abbondio: (precipitandosi sul palco) Aiuto! I Lanzichenecchi! Arrivano i Lanzichenecchi! Si salvi chi può, aiuto! (va a nascondersi sotto il tavolo)

 

Perpetua: (dietro ad Abbondio, con una siringa) Si calmi, don Abbondio, si calmi! Venghi qui, venghi, che facciamo una bella iniezione di Valium…

 

Don Abbondio: No, la puntura no! Mi fa male, punge, ho paura… Ahi! Già fatto? Ahhhh! (cade addormentato)

 

Perpetua: Oh, finalmente, così lo quietiamo per due o tre scene. Lo farò portare al castello dell'Innominato, così ci arriva dormendo e non fa tante storie.

 

Ferrante: (a Perpetua, riemergendo come dal letargo) O donzella! Voi siete tempestiva come la provvida sventura, discreta come i vinti nel mito dell'ostrica, aulica come la donna angelicata, realista come... O non siete piuttosto una ninfa? Ma certo, la ninfa… la ninfa... come si chiamava? Puntura! La ninfa puntura. Oh, che sbadato! Siringa! La ninfa siringa!

 

Perpetua: Boh! Questo è tutto matto. Sarà meglio chiudere il sipario (fa per chiudere)

 

Prassede: Eh no, adesso non si chiude, proprio no! Fermi! Ho detto no! Volete chiudere? E allora chiudete, chiudete pure. (Si chiude il sipario e si smantella la casa di Don Ferrante).

(Prassede resta fuori)

Io resto fuori. Almeno per un applauso. Che me lo fate applauso? Oh, grazie, grazie. Allora… cosa dicevamo? Cosa vedo? I soldati! Aiuto! Fatemi entrare! Non vorrete mica lasciarmi qui fuori da sola! Fatemi entrare!!!

 

Rientra precipitosamente, mentre dal fondo della platea arrivano i Lanzichenecchi e parte la musica. Il sipario si apre quando sono in prossimità del palco.

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Inizia il coro dei Lanzichenecchi:

 

Lanzichenecco 1: Ho rubato una gallina!

 

Tutti: Para ponzi ponzi pò!

 

Lanzichenecco 2: Ho rubato una pollastra!

 

Tutti:  Para ponzi ponzi po’!

            Siamo alti, siamo secchi

            Siamo noi i Lanzichenecchi

            Lanzichenecchi viva

            Lanzichenecchi oh!

 

Lanzichenecco 1: Del Manzoni e della gente!

 

Tutti: Para ponzi ponzi pò!

 

Lanzichenecco 2: A noi non ci frega niente!

 

Tutti: Para ponzi ponzi po’!

           Valichiamo le montagne

           Saccheggiamo le campagne

           Lanzichenecchi viva

                    Lanzichenecchi oh!

                    Valichiamo le montagne

                    Saccheggiamo le campagne

                    Lanzichenecchi viva

                    Lanzichenecchi oh!

 

Manzoni: (accorrendo sul palco) Ehi! Fermi! Siete venuti troppo presto! Prima c’era l’altra scena di don Abbondio al castello dell’Innominato. Tornate indietro, rifacciamo, rifacciamo!

 

Lanzichenecco 1: Toh! Un altro pollo da spennare.

 

Lanzichenecco 2: E ben vestito anche! Chissà quanti bei soldini che ha addosso!

 

Manzoni: Ehi, un momento, io…

 

Lanzichenecco 3: Vieni, bello! Sotto ragazzi! (lo scippano e lo maltrattano)

 

Manzoni: Giù le mani! Ehi, ma che maniere… chi vi ha detto… delinquenti! Ladri! Siete anche stonati!

 

Lanzichenecco 4: Beh, non è granché come bottino, ma ci possiamo accontentare.

 

Lanzichenecco 5: (indicando il pubblico) Ehi, compari, guardate quanta bella gente da derubare! Andiamo!

 

Scendendo in platea, fingono di derubare il pubblico. Ognuno grida quello che riesce ad afferrare: Una borsa! Un borsellino! Una collana! Un orologio! Orecchini! Un anello!

 

Quando escono la sala piomba nel buio assoluto.

 

Studente 1: (dalla platea) Aaaahhh!!! Ho un bubbone! La peste! Ho la peste!

 

Studente 2: L’hanno portata quei maledetti soldati!

 

Studente 3: Hanno appestato tutta la sala! Siamo tutti appestati!

 

Studente 1:  Voglio un’ispezione dell’Unità Sanitaria Locale!

 

Studente 2: Stai fresco! Andiamo al Pronto Soccorso, piuttosto!

 

Studente 3: Al Lazzaretto, vorrai dire!

 

Studente 1: Sì, sì, al Lazzaretto. Andiamo al Lazzaretto!

 

(salgono tutti e tre sul palco e spariscono dietro le  quinte)

 

SIPARIO

 

 

 

Parte la musica. Nel frattempo si cambia scena.

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Si apre lentamente il sipario e appare la scena del Lazzaretto, con malati stesi a terra (gli studenti) e la figura di Fra Cristoforo che li conforta. Sullo sfondo, alcune donne piegano lenzuola. Fra Cristoforo esce. Manzoni, in un angolo illuminato, legge il brano della madre di Cecilia.

 

Manzoni: A un tratto Renzo vede qualcosa che attira la sua attenzione e che non può fare a meno di osservare, quasi senza volerlo: da una delle case esce una donna ancor giovane, la cui bellezza è offuscata da un grande dolore e dai segni della peste, che procede a fatica ma non senza dignità verso uno dei carri. Essa porta in braccio una bambina di circa nove anni, morta, ma con i capelli ben pettinati e indosso un vestitino bianco, come se la madre l'avesse preparata per una festa; la tiene sorretta e come seduta e appoggiata al suo petto, tanto che sembrerebbe viva se non fosse per una manina bianca che le cade da una parte e il piccolo capo reclinato sulla spalla della madre. Uno squallido monatto le si avvicina per prendere il corpicino, ma la donna dice di voler essere lei a deporre la figlia sul carro e dà all'uomo una borsa con del denaro, chiedendo che la bambina venga seppellita così com'è, senza essere denudata. Il monatto promette mettendosi una mano al petto, quindi, con rispetto e quasi commosso da quell'insolita scena, consente alla donna di deporre la morticina sul carro, dove essa la lascia dopo averle steso sopra un panno bianco. La donna dice addio alla figlia chiamandola per nome - Cecilia - e poi dice ai monatti di andare, preannunciando che a sera verranno a prendere anche lei insieme all'altra figlia superstite: infatti rientra in casa e dopo pochi momenti si affaccia alla finestra, con in braccio un'altra bambina più piccola, ancora viva ma con i segni della malattia in volto. La donna osserva il carro lasciare la strada, poi rientra e con ogni probabilità va a stendersi sul letto insieme alla figlia, aspettando di morire insieme, come un fiore già rigoglioso cade sul prato insieme al fiorellino appena sbocciato, tagliati entrambi dalla falce.

 

SIPARIO

 

 

 

SCENA 5

 

La scena è sempre quella del Lazzaretto. Sulla scena vuota e in penombra c’è un pagliericcio.

 

Don Rodrigo: (avanzando dalla platea in penombra, seguito dal Griso) Ah, fammi luce, Griso! E’ buio pesto stasera e io… Ah… mi sembra di non vederci nemmeno bene… sarà che ho mangiato e bevuto troppo, vero Griso? Quanto ho mangiato eh, Griso?

 

Griso: Eh certo, padrone! Una bella abbuffata quella di stasera…

 

Don Rodrigo: Ah, sto male… quanto ho mangiato… e bevuto… mi tremano le gambe… non riesco a stare  in piedi… il letto, Griso… devo andare a letto.

 

Griso: (salendo sul palco) E’ pronto, padrone, ecco! Si faccia una bella dormita. Io me ne vado e la lascio tranquillo. Bacio le mani!

 

Don Rodrigo: (buttandosi sul letto) Un momento, Griso! Un po’ d’acqua… Portami un po’ d’acqua, che mi brucia la gola… E quella lampada… Porta via quella lampada, che mi dà fastidio!

 

Griso: La porto via padrone, non si preoccupi, vado via subito. (esce)

 

Don Rodrigo: Ma torna, Griso, torna presto, Griso… (urlando) Sto male, Griso! (si accascia sul letto)

 

Torna la luce.

 

Griso: Il potere è morto. Povero, vile, miserabile potere umano! Non sapeva, questo potere che l’unico potere che non muore mai è il potere eterno e infinito di Dio! Il potere del bene e della carità!

 

Renzo: (accorrendo) Oh, ha tirato le cuoia, finalmente!

 

Griso: Renzo, un po’ di rispetto!

 

Renzo: E per che cosa? Per questo demonio?

 

Griso: Per la morte, Renzo, per la morte. Che è anch’essa un segno di Dio. Riposi in pace, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. (Renzo si segna frettolosamente).

 

Renzo: Amen. Ragazzi, è morto! Deo Gratis, era ora! Venite! Lucia! Agnese! Ci sposiamo! Don Abbondio! Si celebrano le nozze!

 

Entrano piano piano tutti, prima Don Abbondio.

 

Don Abbondio: Ma…è proprio morto? Ne siete sicuri?

 

Renzo: Defunto, signor parroco, morto stecchito!

 

Lucia: (abbracciandolo) Renzo! Finalmente!

 

Don Abbondio: Per il potere che mi è stato conferito dall’alto vi dichiaro marito e moglie!

 

Manzoni: (accorrendo) Ehi, un momento! Ferma tutto! Non anticipiamo le cose!

 

Renzo: Ragazzi, un applauso al signor Manzoni che ci ha scritto questa bellissima storia!

        

Tutti applaudono e parte la musica. Durante la canzone entrano in scena tutti gli attori uno ad uno e fanno un inchino al pubblico.

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SIPARIO

 

 

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