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Immuni


Sarà per la straordinaria popolarità assicurata all'immunità di gregge da uno strepitoso Checco Zalone, per un bel pezzo i test sierologici - quelli che scovano anticorpi nel sangue - erano diventati un oggetto del desiderio. Ricarichi da mercato usurario, acquisti online a prezzi esorbitanti, centralini intasati nelle aziende italiane in grado di produrre kit affidabili. Insomma, la caccia al siero era diventata una specie di sport nazionale. Il governo dapprima ha diffidato dal fai-da-te mettendo in dubbio l'attendibilità di questo tipo di esami, poi ha avviato le procedure di verifica, e infine ha deciso per uno screening a campione. Non sono mancati i guai con le regioni - una costante per questa crisi - ma la sorpresa è stata un'altra: fra i primi 15mila cittadini selezionati per la prova, solo il 25 per cento ha detto sì. Oltre il 60 per cento ha risposto come si fa con i cell center dei gestori telefonici: "In questo momento c'ho da fare". Il dato è parecchio eloquente e segnala il tasso di sfiducia che le istituzioni sono riuscite a produrre negli italiani. Sicché anche chi fosse curioso di sapere se vi è traccia nel suo sangue di protezione immunitaria contro il Covid-19, prima di accettare la gentile offerta governativa ci penserebbe due volte. Conoscendo i metodi è facile immaginare cosa potrebbe accadere a un malcapitato cui fosse trovato nel sangue uno sparuto anticorpo: isolamento forzato fino al primo e al secondo tampone, con i tempi biblici dovuti alla carenza di reagenti e poi tracciamento obbligatorio e chi più ne ha più ne metta. Finire negli archivi della Stasi sarebbe più rassicurante. E così l'agognata certificazione di immunità (tutta da dimostrare) appare poca cosa rispetto alla prospettiva di piombare in quarantena ad libitum. Il punto tuttavia è un altro. Se gli italiani rifiutano in massa un test sierologico che riguarda la propria salute, chi pensate che accetterà di scaricarsi la app "Immuni"?