E' tutta musica leggera

In viaggio con Ivano Fossati, volatore controvento

Qualche volta sono gli alberi d'Africa
A chiamare
Altre notti sono vele piegate
A navigare

Ivano Fossati o del viaggio. Un avventuroso cercatore, un solitario e ardito esploratore di terre, mari e cieli. Un poeta-musicista di frontiera, costantemente in fuga dalla musica che gira intorno, quella furba, stantia e preconfezionata delle classifiche, di quelli che cantano dentro nei dischi perché ci hanno i figli da mantenere, per dirla con il buon Jannacci. Nel 2011, all'alba dei sessant'anni, il cantautore genovese ha abbandonato le scene e ci ha lasciati tristemente orfani della sua musica. Regalandoci tuttavia (alla fine del 2019) un disco prezioso e di gran classe, MinaFossati, realizzato insieme alla più grande cantante italiana di sempre. Dopo una lunga, straordinaria carriera, che prende l'abbrivio dai furori "eroici", acerbi, giovanili, dei Delirium, quelli di Jesahel. Quando, con una chioma foltissima e vaporosa, che sembrava quasi una parrucca, boccoli a scendere sulle spalle (erano gli anni dei "capelloni"), abbigliamento stile hippie e collanine, si esibì, nel 1971, sul palco di Sanremo, cantando e suonando il flauto. Alla maniera del leggendario Ian Anderson, leader, flautista e voce, allora, dello storico gruppo rock progressive dei Jethro Tull.

I treni a vapore è un classico della canzone d'autore italiana, un brano scritto da Fossati per la voce di Fiorella Mannoia, che nel '92 lo incide nell'album omonimo, forse il più bello della sua carriera. "I treni a vapore era stata magnificamente resa da Fiorella. La cosa che più mi aveva colpito, quando l'ho conosciuta, è stata la determinazione grandissima nella scelta delle cose da condividere, prima ancora che da cantare. Fiorella è un'artista che ha il senso della responsabilità di quello che canta, e non ne ho conosciute tante come lei. Sa perfettamente che le canzoni ti si appiccicano addosso per tutta la vita e che quindi è importante cantare delle cose sensate. Che sia tu o che siano altri a scriverle conta poco. Dal punto di vista interpretativo, in certe cose è insuperabile. Nessuna avrebbe saputo trasformare I treni a vapore o certe canzoni di De Gregori e Ruggeri come ha fatto lei. A volte, mentre l'ascolti, pensi che lei sia nata per prolungare la capacità di comunicazione degli autori. Fiorella riesce ad appropriarsi delle canzoni senza cambiarle. E in questo è unica".

Un brano interpretato anche da Mia Martini, che fu anche sua compagna. La compianta Mimì, rievocata da De Gregori nel dolce, malinconico incanto poetico e melodico di Mimì sarà.

Personaggio garbato, schivo, ritroso, grande figura della canzone d'autore italiana; musicista-artigiano, dalla lucida, elegante vena intellettuale, Ivano Fossati ha sempre mostrato, nel corso della sua carriera, una grande disponibilità e generosità ad aprirsi alla collaborazione con altri artisti.

Insieme alla Mannoia, ad esempio, interpreterà, nell'89, Oh che sarà, un brano del cantante brasiliano Chico Buarque de Hollanda. Che lui stesso aveva, meravigliosamente tradotto, insieme alla poetessa Anna Lamberti Bocconi. Sua collaboratrice (scriverà versi straordinari) in Discanto (1990), album colto, di formidabile creatività, uno dei vertici della sua produzione. Oh che sarà è una ballata-capolavoro, di struggente, malinconica bellezza. In cui il grande artista brasiliano, per anni costretto all'esilio, racconta del suo popolo sottomesso e calpestato (1964-1985) dalla dittatura. E canta la misteriosa, primordiale forza della vita, che pulsa inarrestabile anche nel degrado, nella povertà, dove non c'è regola, governo, ragione, rimedio, misura. Un lume di speranza che accende candele nelle processioni, rischiara le tenebre e prova instancabilmente, sotterraneamente, a cambiare il mondo.

Oh, che sarà, che sarà

Che vanno sospirando nelle alcove

Che vanno sussurrando in versi e strofe

Che vanno combinando in fondo al buio

Che gira nelle teste, nelle parole

Che accende le candele nelle processioni

Che va parlando forte nei portoni

E grida nei mercati che con certezza

Sta nella natura nella bellezza

Quel che non ha ragione

Né mai ce l'avrà

Quel che non ha rimedio

Né mai ce l'avrà

Quel che non ha misura

Oh, che sarà, che sarà

Che vive nell'idea di questi amanti

Che cantano i poeti più deliranti

Che giurano i profeti ubriacati

Che sta sul cammino dei mutilati

E nella fantasia degli infelici

Che sta nel dai-e-dai delle meretrici

Nel piano derelitto dei banditi

Oh, che sarà, che sarà

Quel che non ha decenza

Né mai ce l'avrà

Quel che non ha censura

Né mai ce l'avrà

Quel che non ha ragione

A proposito di collaborazioni, da sottolineare, soprattutto, il sodalizio con De André, che partorirà Nuvole e Anime salve, i due ultimi album di Faber, due autentici capolavori. In Anime salve, addirittura, Fossati collaborerà a tutti i brani, sia nei testi che nelle musiche.

I treni a vapore è una canzone che, nel suo ritmo sostenuto e disteso, dolcemente incalzante, a mimare l'andare del treno (e della vita), nella melodia ampia, ariosa, cantabile, invita a sognare, per dimenticare le disillusioni e le pene dell'amore, la tristezza, lo spleen, e medicare le ferite dell'anima. Per "rendere inoffensivo il dolore, biodegradarlo, come si fa coi veleni della chimica", direbbe Gesualdo Bufalino; che sottolineava invece, qui, il potere "lenitivo" e "inutilmente salvifico" della scrittura.

Il sogno, nella canzone, come "difesa contro le offese della vita", per usare invece un'espressione che Cesare Pavese riferiva alle virtù terapeutiche della letteratura. Come dimora del tempo assente, in cui ci si potrà sottrarre alla dittatura delle cose e alle ingiurie degli anni (l'espressione è di Guccini), viaggiando, sulle rotte di una "navigazione" immobile, sul treno di un esodo interiore, verso un'altra stazione, e forse un altro dolore. Che potrà, tuttavia, fare "evaporare" il precedente, allontanare l'inverno del cuore e spalancarlo su qualche altra primavera da aspettare ancora.

Io la sera mi addormento

E qualche volta sogno

Perché voglio sognare

E nel sogno stringo i pugni

Tengo fermo il respiro e sto ad ascoltare

Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare

Altre notti sono vele piegate a navigare

Sono uomini e donne e piroscafi e bandiere

Viaggiatori viaggianti da salvare

Delle città importanti mi ricordo Milano

Livida e sprofondata per sua stessa mano

Se l'amore che avevo non sa più il mio nome

E se l'amore che avevo non sa più il mio nome

Come i treni a vapore, come i treni a vapore

Di stazione in stazione

E di porta in porta

E di pioggia in pioggia

E di dolore in dolore

Il dolore passerà

"I treni a vapore (...) credo sia una delle canzoni più belle che abbia scritto, perché dietro la sofferenza c'è lo squarcio della speranza: il dolore passerà, magari lentamente ma andrà via. È una canzone luminosa che crede nel futuro. Non ne ho scritte molte. È anche una canzone facile da cantare. Di quelle ne ho scritte meno ancora. (...) è la consapevolezza che, se la corsa continua - anche attraverso i dolori e le contrarietà, anche fermandosi a ogni stazione e sottoponendosi a ogni prova - alla fine il dolore si scioglie e va via. C'è un verso in cui parlo di viaggiatori viaggianti da salvare. I Viaggiatori sono spesso gente da salvare, in quanto si ficcano in situazioni impensabili per il turista. Il rischio di chi viaggia davvero è di innamorarsi delle situazioni e dei luoghi, delle persone e delle culture: dunque di fare naufragio per il troppo amore. Quanta gente ha perso la testa e si è rovinata innamorandosi di una terra? Un paese può essere molto più pericoloso di una donna, perché ti spinge a buttare via tutto quello che hai, comprese le radici. E allora il Viaggiatore deve essere salvato da un altro Viaggiatore esperto, che conosca i rischi e le degenerazioni. Il Viaggiatore è quello che non si dimentica della sua terra e la fa valere, anche nei confronti degli altri, pur rispettando gli altri".

E ancora: "Vivo per sottrazione, amo i luoghi nei quali non sono stato e le persone che non ho conosciuto: li proietto e li idealizzo nell'immaginazione, mentre la frequentazione riduce e consuma. Del resto, all'origine del mito sono proprio l'assenza e l'ipotesi".

"Tutto ciò che nella vita felicemente si realizza diventa prima o poi un ricordo, quello che non si raggiunge invece si cristallizza nei sogni. E va bene così".

La voce dolce, "scura", elegiaca di Fossati, una voce piena, potente, corposa, che rallenta volutamente la corsa delle parole, ne dilata i confini, per conferire loro più pregnanza e incisività; quella maniera tutta sua di cantare, a volte quasi parlata, scandita, recitante, a volte violenta, battente, gonfia di determinazione, riesce spesso, come qui, in interpretazioni intense e toccanti. E ascoltando la canzone, trascinati dal suo ritmo cullante e sferragliante, dal suo meraviglioso battito armonico, rapiti dal suo intenso lirismo, tornano in mente alcune parole del grande scrittore, Premio Nobel, Josè Saramago. Dal suo Viaggio in Portogallo, dove il suo occhio meticoloso e attento, uno sguardo "laterale", acuto da entomologo, si posa poeticamente sulle pietre, sulle foglie, sulle atmosfere: "Bisogna vedere quello che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove prima pioveva, la pietra che ha cambiato posto". "Josè Saramago: è in assoluto l'autore nel quale io mi affondo più volentieri. Proprio perché possiede questo possente modo di scrivere che è una specie di lava continua, una specie di materia che tu leggi ed hai come la sensazione di una sostanza plasmabile che cola giù dalle pagine (...)". Scrive dunque Saramago: "Ai tempi della propria gioventù, il viaggiatore aveva un dono che in seguito ha perduto: volava. Era però una qualità che lo distingueva radicalmente dal resto dell'umanità, e quindi lui la serbava per le ore segrete del sogno. Usciva dalla finestra nelle prime ore del mattino e volava sopra le case e i giardini, e, siccome si trattava di un volo magico, la notte diventava giorno chiaro e si emendava così l'unico difetto di una simile navigazione. Il viaggiatore ha dovuto aspettare tutti questi anni per riacquistare il dono perduto". E sono parole che, nella sottolineatura delle "ore segrete del sogno", ci restituiscono, del "viaggiatore" un'immagine onirica e surreale. Come in certi quadri di puro, struggente lirismo di Marc Chagall, l'artista visionario che dipingeva i propri sogni, volando libero nel cielo della fantasia. Ad esempio nell'opera Sulla città (1918): una poesia dipinta, un monumento di lieve magia, in cui nuota nell'aria allacciato alla sua amata, inseparabile moglie Bella, cullato dal vento dei sogni. Come ancora, nel racconto del suo grande amore, la genesi di un altro capolavoro, Il compleanno (1915), uno spaccato di domestica felicità. Il momento magico che lo partorisce: "'Non ti muovere. Resta ferma dove sei...'. Ho ancora i fiori tra le mani. Non so dove metterli. Vorrei immergerli nell'acqua. Potrebbero appassire. Ma, ben presto, me ne dimentico.

Ti sei gettato sulla tela, che trema fra le tue mani. Premi i colori dai tubetti e intingi i pennelli: rosso, bianco, nero, blu. E mi trascini nel torrente dei colori. Ad un tratto, mi sollevi da terra, e tu stesso prendi slancio con un piede, come se la stanzetta fosse troppo angusta per te. T'innalzi e ti distendi, fluttuando fino al soffitto. La tua testa gira intorno alla mia. Sfiori le mie orecchie sussurrando qualcosa...

Ascolto la melodia della tua voce dolce e grave. Perfino nei tuoi occhi intendo quel canto e tutti e due insieme, lentamente, ci solleviamo sulla camera adorna e ci involiamo. Arriviamo alla finestra e vogliamo attraversarla.

Fuori ci chiamano le nuvole e il cielo blu. I muri, con tutti i miei scialli variopinti, girano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Ora voliamo abbracciati nel cielo e i campi di fiori, le case, i tetti, i cortili e le chiese sembrano galleggiare sotto di noi..."

Alle parole, sopra, di Saramago, fanno eco quelle di un altro gigante della letteratura lusitana, Fernando Pessoa. Da quel suo straordinario zibaldone di frammenti e riflessioni, ironico, ipnotico, onirico, struggente, che è Il libro dell'inquietudine. "Non dormo mai: vivo e sogno, o meglio, sogno da sveglio e nel sonno, che è anch'esso vita. Non c'è interruzione nella mia coscienza: sento ciò che mi circonda, se non dormo ancora, o se non dormo bene: comincio subito a sognare appena mi addormento".

E Ivano Fossati, genovese sognatore, poeta evocatore di altri orizzonti "ottici", mobili, aperti, da varcare, da solcare, conoscerà sicuramente quest'altra frase di Pessoa, che non farebbe fatica a sottoscrivere pienamente: "La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde a arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia".

Quanto Fossati ami la letteratura portoghese (ma, più in generale, latino-americana: Juan Rulfo, Jorge Amado, Gabriel García Márquez; insieme, per restituire un quadro più comprensivo delle sue letture, a Beppe Fenoglio, ma soprattutto a Cesare Pavese, suo grande amore di gioventù) e quanto ami il Portogallo stesso, è inutile dire.

Il Portogallo, terra di confine affacciata sul mare oceano, che evoca la finitezza delle cose, e il mistero, l'avventura. Terra scabra, essenziale, come la sua Liguria, cantata da Montale. Quel paesaggio marino e solare, scarnificato negli Ossi di seppia. Terra secca da guardare, fatta per la sua anima. Ad essa Fossati dedica, su un'elegante ritmica di batteria e percussioni, una suggestiva ed evocativa ballata, Lusitania. Versi colmi di un lirismo asciutto e ruvido, nitido e rifulgente. "Era una canzone che avevo avuto in mente per mesi, ma che mi sfuggiva, non riuscivo a catturarne il centro. E allora sono partito per la Lusitania, per respirare l'aria, per guardare i volti della gente e fare fotografie. Non foto da turista, ma immagini come documenti, per potermi ricordare di certi angoli e trarne ispirazione, al momento di comporre".

Un attacco che si innalza epico, indimenticabile:

È terra

Compagni, è terra

Terra secca da guardare

Buona per camminarci sui ginocchi

E per pregare

E poi quel passo lento, quel respiro intenso e dilatato:

E vedo gente e c'è lavoro

E non sono giardini, è terra

Occhi che hanno visto terra

E terra d'oro

E sono nasi, bocche, piedi trascinati

Fra tovaglie di pizzo

Capelli sempre spettinati

Sono salite, ponti e discese

E barche e ponti ancora

è terra dimenticata

Da pagine intere

Che ancora adesso non ci guarda

Non ci parla e non ci fa sapere

La sobria poesia del testo e la magia della musica, impreziosita dalla breghesa, la chitarra tradizionale portoghese. Ed eccoci, noi piccoli, stupiti viaggiatori soli, rapiti in una remota lontananza, con tutto questo vento intorno, davantiall'oceano e all'ignoto.

Altri treni sono transitati sui binari della sua musica, per altre destinazioni, altri sogni. Lampo, ad esempio, nell'album Lampo viaggiatore (2003). "Lampo è, come da sottotitolo, il Sogno di un macchinista ferroviere che continua a nutrirsi di sogni e mari aperti, pur viaggiando su binari fissi. È un altro sogno, perché c'è sempre tempo per sognare".

Passa l'acqua di uno stagno

Veloce di fretta va via

La piazza del borgo

Il ponte

Il vicolo di fronte

La trattoria che conosco

Passano la febbre

La sete

Col tempo l'amore

La gelosia

Vedo sorgere più stelle che scintille

Sopra la mia vita

(...)

Passa tempo passa ruota

Sull'acciaio passa

Come notte passa giorno

Sull'acciaio lucido

Buca la montagna questo muso cieco

E sbuca là di fronte

Dove aspettano i bagnanti alla sbarra

Sul mare che scintilla brilla

Passa il campanile di Sant'Anna

Ah-ccidenti come vola

Come viaggia all'indietro

Come corre via

(...)

Arriverò ai ghiacciai un giorno

Anzi una notte

Senza corrente elettrica

A fari spenti arriverò

Con coraggio

E poi di nuovo giù

Dall'altro pendio del mondo

O il Treno di ferro, tra i solchi de La disciplina della terra (2005). Una lunga, emozionante ballata, aperta da agrodolci note di pianoforte, levitante in un crescendo strumentale, dedicata ai ragazzi che partono in pace e in guerra. Torna, qui, il Fossati antimilitarista di tante canzoni. Penso, ad esempio (nell'album Lindbergh,1992) a Sigonella e Poca voglia di fare il soldato. O al Disertore, sua mirabile traduzione dello splendido, corrosivo atto d'accusa di Boris Vian (poliedrica figura di artista, cantante e non solo) composto ai tempi della guerra d'Algeria. Il treno, tuttavia (un treno di ferro, con il cuore di calce, il soffio di acido e di veleno) non è solo quello (in guerra) dei soldati, ma anche quello (in pace) dei giovani che partono in cerca di lavoro e di futuro. Viaggi, tutti, che comportano comunque uno strappo, senza appello, dalle proprie radici, i propri affetti, il proprio mondo:

Buonanotte

Buonanotte che vado

Vado e non c'è appello

E nemmeno l'ombrello trovo questa notte

Così vado anche se piove

Anche se dietro le nuvole è tutta luna nuova

Vado senza di te

Coraggio fratelli miei

Il cappotto che vado

Che vado avanti

Vado senza di lei

Tu stai in gamba che vado

Come dicono di là dal mare

Abbi cura

Abbi cura di te

Che anche quest'ora passerà

Come una notte di campagna

Quest'ora passerà

Se vorrò bene al mio sogno

Come a un abito di fiamma

Quest'ora passerà

Il tema del viaggio è fondamentale nella poetica di Fossati, viaggiatore immobile e viaggiatore nella realtà, perennemente in cerca di nuove terre da esplorare e nuove rotte musicali da inseguire. Lo è fin dal titolo del suo primo album, Il grande mare che avremmo traversato, del 1973. In cui cantava: Con il mare sotto casa mia, il mio destino in fondo quale vuoi che sia? Un tema che si lega alla sua terra, a Questi posti davanti al mare, a noi che siamo gente di riviera. Alla sua Genova, città impregnata di storie antiche e malinconia, di avventure e suggestioni marinare: "La mia voglia di viaggio è nata fin da ragazzino, trasmessa dai miei parenti che raccontavano di terre lontane: da un mio zio che era stato fuochista sui piroscafi, quando c'erano ancora le caldaie a vapore, agli inizi del Novecento; da un mio cugino che nel 1957 si era fidanzato con un'americana bionda, altissima e che non parlava italiano. Avendo sempre avuto un minimo di dimestichezza con la geografia, cominciai a fare lunghi viaggi sulle cartine geografiche: gli unici che all'epoca mi erano permessi". Questa straordinaria malia e seduzione di Fossati per il viaggio, le lontananze, il mare, evoca irresistibilmente Hermann Melville, quel suo romanzo monumentale, Moby Dick: "[Viaggiare] è un modo che ho io di cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, o ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada a gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada. Io cheto cheto mi metto in mare". È Ismaele, qui, a parlare, il narratore e protagonista di Moby Dick, prima di imbarcarsi in un viaggio sulla baleniera Pequod. Un viaggio che sarà fatale alla nave e all'equipaggio. Un eterogeneo microcosmo, con a capo il capitano Achab, che coltiva una selvaggia, folle, titanica volontà di vendetta contro un misterioso cetaceo bianco, che in un "quasi fatale incontro" gli aveva staccato, con un morso, una gamba, e che "nuotava dinanzi a lui come l'incarnazione monomaniaca di tutte le potenze malvage"; fino a trascinare la nave, con tutto il suo carico, a inabissarsi.

L'immaginazione di Melville, dai primi romanzi alle ultime poesie, è sempre solcata da figure di mare, calamitata dalla fascinazione, dalla suggestione e dalla nostalgia della vita sul mare, con le sue valenze mitiche e incantatorie, tragiche ed epiche. La sua stessa biografia certifica di una passione inguaribile ed esclusiva. Per lui, come per un suo personaggio, John Marr, un vecchio marinaio costretto a terra dal peso degli anni, anche il "verdeggiare dei prati" altro non è che "reminiscenza dell'oceano". A diciannove anni, nel 1838, Melville si imbarca a New York, come marinaio, su un mercantile per Liverpool. E due anni dopo, di nuovo, su una baleniera, per un viaggio di quattro anni nel Pacifico. Abbandonando il mondo ovattato, meschino e provinciale delle convenzioni e dei salotti vittoriani e voltando le spalle a un'acerba, inquieta, malinconica giovinezza. È un'esperienza decisiva, in cui la sua fantasia affastella materiale per la scrittura, ne mette a fuoco le coordinate, le valenze simboliche e polisense. Il mare come spazio fascinoso e arcano di avventura e di pericolo, di conoscenza e di confronto, tra un sapere teorico, esangue, e la nuda vita, la vita vergine, barbara, primitiva. Come fusione, congiunzione, "nozze", tra pensosa riflessione e intensa, vigorosa esperienza, tra "meditazione e acqua".

"I primi viaggi veri, quelli con i ragazzi della mia età, li portarono gli anni '70, ma i primi viaggi davvero importanti - quelli che mi fecero comprendere la differenza fra il turista e il viaggiatore - giunsero quando eravamo già a un passo dagli '80. Mi trovavo in America, per scrivere e produrre, e presi a girarla in automobile, in lungo e in largo, senza avvertire il bisogno di tornare o di raccontare quello cha stavo vedendo. E scoprivo il gusto di vivere nel deserto esattamente come si poteva vivere a Genova: parlando con la gente senza guardarne il colore, camminando e bevendo, fra risate e silenzi. Credo che l'essenza del viaggio non sia nel vedere nuovi posti, ma nello scoprire il piacere di parlare come se non ti fossi mai mosso dal tuo quartiere, e invece sei a diecimila chilometri di distanza, dall'altra parte dell'Atlantico. Viaggiare significa capire, toccare, ascoltare, senza farsi solo raccontare per il gusto di raccontare poi a tua volta".

E sono parole che fanno tornare in mente altre parole. Quelle luminose di Proust, nella Recherche: "L'unico vero viaggio, l'unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l'universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è".

Il viaggio come spostamento millimetrico e scandaglio attento della realtà, come cura dei particolari. E amore della solitudine. Così cantava nelle Grandi destinazioni, tra i solchi dell'album Ventilazione (1984). Viaggiare per penetrare l'anima di un posto, respirarne tutte le fragranze e i profumi. "A volte i mondi lontani sono da vivere senza nemmeno oltrepassare le nostre colline. È il sogno di Pavese, la tentazione di allargare le pianure. Ho sempre pensato ci sia uno spazio infinito in una statale. Se esistesse davvero la figura del Viaggiatore Millimetrico, quello che vuole esplorare ogni metro di terra, avrebbe bisogno di una vita intera per girare, ad esempio, il Piemonte, senza mai annoiarsi".

Ancora Pessoa, dal Libro dell'inquietudine; uno scrittore "sterminato", messo in musica, in album raffinati e suggestivi, dal "cantapoeta" sardo Mariano Deidda: "Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. Passo di giorno in giorno come di stazione in stazione, nel treno del mio corpo, o del mio destino, affacciato sulle strade e sulle piazze, sui gesti e sui volti, sempre uguali e sempre diversi, come in fondo sono i paesaggi".

"Ho passato un lungo periodo della mia vita, dal 1978 al 1987, a viaggiare come un pazzo, da un luogo all'altro. Erano gli anni in cui si diceva che crescere voleva dire muoversi, che più aerei prendevi più diventavi adulto. Rimanevo in Italia non più di quattro mesi l'anno. Ebbene, di quei viaggi non ricordo quasi niente, a parte gli aeroporti, le valige che ho comprato, i nomi delle città che ho toccato. Ricordo invece tutto o quasi dei luoghi che ho vissuto con calma, per conoscerli, senza l'impellenza di dover prendere un altro aereo quattro giorni dopo".

Viaggiare non è solamente partire

Partire e tornare

Ma è imparare le lingue degli altri

Imparare ad amare

Così ancora Fiorella Mannoia, in Cuore di cane, un brano regalatole da Francesco De Gregori.

Scrive Claudio Magris ne L'infinito viaggiare: "Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante".

Magris, che nei suoi straordinari "quaderni" di viaggio, L'infinito viaggiare, Microcosmi, Danubio, come Il buon soldato Sc'vèik nel romanzo dello scrittore ceco Jaroslav Hašek, difende la vita "dal basso", la "calda e familiare esistenza quotidiana". La preserva, costantemente, dalle fumose e fredde astrazioni, e dalla morsa totalitaria delle ideologie: "Il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa".

Uno sguardo prensile e disseminato sulle cose, quello del grande scrittore triestino, che si concentra sulle presenze laterali, sul dettaglio più sfuggente, sulla verità di un minuto. Per poi (soprattutto in Danubio, viaggio di esplorazione nella Mitteleuropa, ripercorrendo il vecchio fiume) allargare la prospettiva sull'orizzonte, mescolando vicenda privata e collettiva, presente e passato, struggente epifania dell'attimo e risacca di secoli lontani. O, come il Novecento, ancora presenti e incombenti. In una mirabile compresenza tra il presente, effimero ed eterno, il lento trascolorare delle ore nella luce delle stagioni, e il lungo e intenso riverbero dello ieri, le memorie più vaste della storia, della cultura, della letteratura.

Nella scrittura di Magris, sempre, una fedeltà amorosa, tenace, al multiforme volto della possibilità, ai frammenti della realtà, ai suoi contorni, alla sua tangibile, schietta consistenza (la cura dei particolari, come canta Fossati). All'"alfabeto del mondo": un taglio di luce, una folata di vento, uno stato d'animo, un gesto inconsapevole, una presenza amata, una ruga che il tempo ha scolpito sul viso. La "curiosa e scrupolosa passione per la concretezza fisica e sensibile dei particolari, per le forme, i colori, gli odori, per una superficie liscia o spigolosa, per la rivelazione che può venire dall'orlo della risacca o dal bottone fuori posto di una giacca".

E ancora: "Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinate è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. Perché cavalcate per queste terre?, chiede, nella famosa ballata di Rilke, l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. Per ritornare, risponde l'altro".

Anche qui una straordinaria vicinanza al Volatore, alla sua idea "millimetrica" del viaggio.

Una narrazione randagia e fluttuate, quella di Magris, dentro la "fisicità" del trascorrere del tempo, in pagine saggistiche che sposano indagine e romanzo. Una penna che "affonda nella carne, nella polvere, nell'immediatezza dell'ora". Che procede come un fiume dentro il disegno tortuoso, imprevedibile del tempo, dentro una vita che "è deposito, ossidazione, grasso rappreso nel piatto e nero sotto le unghie". Senza timore di impiastricciarsi, come i bambini, col "limo di cui è impastata la vita": "Quel fango sembra sudicio e invece è salutare, come muffa su una ferita; è piacevole liberarsene con una bracciata nell'acqua limpida e fonda, ma quando si sbarca in qualche isolotto si sguazza in quella mota con una familiarità infantile, troppe volte perduta. Le piaghe, che quel brodo mitiga come saliva su un graffio, sono anche gli assilli che ogni giorno, ogni ora piantano nel corpo come frecce; gli aculei che i comandi, i divieti, le ingiunzioni, gli inviti, gli appelli, le pressioni, le iniziative lasciano nella carne e nell'animo, col loro veleno che guasta il sapore di vivere e accresce l'ansia della morte. La laguna è anche quiete, rallentamento, inerzia, pigro e disteso abbandono, silenzio in cui a poco a poco s'imparano a distinguere minime sfumature di rumore, ore che passano senza scopo e senza meta come le nuvole; perciò è vita, non stritolata dalla morsa di dover fare, di aver già fatto e già vissuto - vita a piedi nudi, che sentono volentieri il caldo della pietra che scotta e l'umido dell'alga che marcisce al sole. Neanche le punture delle zanzare sulla pelle danno fastidio; sono quasi gradevoli, come l'acre sapore dell'aglio selvatico o dell'acqua salata. Su un tapo, tra i fiori, c'è una croce, che ricorda qualcuno. Seduti sul bordo della batela, guardando i ciuffi di tamerici che scendono sull'acqua come la spuma di un'onda che scavalchi il dosso, si ha un po'meno paura di morire; forse ci si illude di avere ancora molto tempo davanti, ma soprattutto si bada un po' meno a questa contabilità, come non ci badano i bambini che giocano impiastricciati in riva al mare".

Così in Microcosmi, un meraviglioso racconto di microviaggi su sentieri "secondari", dentro mondi circoscritti, lontano dalle rotte più battute. Spostamenti brevi di un viaggiatore attento e curioso, di uno sguardo "poroso" e poetico, allenato a cogliere i particolari. "La poesia", scriveva Ralph Waldo Emerson, il padre del Trascendentalismo americano, "è l'arte di guardare alle cose con l'angolo meno usato dell'occhio".

Qui, insieme alla presenza degli uomini, umili e grandi, gli animali, le onde, le pietre, la sabbia, la neve, la foresta...

Viaggio, dunque, nelle pagine di Magris, come lento "apprendistato", fabbricazione di un "terzo occhio", educazione allo sguardo.

Ma viaggio, anche, soprattutto, come "persuasione", esperienza per attingere quell'attimo di appagamento, quella pienezza del vivere che in Magris è data, primariamente, dalla presenza e dalla fascinazione del mare, con la sua limpidezza e luminosità, la sua trasparenza "ventosa e struggente". Per arrivare a quel "possesso presente della propria vita" di cui parlava, all'alba del Novecento, un altro friulano, da lui molto amato, il goriziano Carlo Michelstaedter.

Scrive ancora Magris: "Il viaggio incalzante e incalzato, imposto sempre più freneticamente dal lavoro e dalla sua necessaria spettacolarizzazione (...) è la negazione della persuasione, della sosta, del vagabondare; assomiglia piuttosto a quella eiaculazione precoce che Joseph Roth, riprendendo nel suo romanzo I cento giorni un pettegolezzo in materia riguardante Napoleone, attribuisce all'Empereur, il quale non vuol tanto fare all'amore, quanto averlo subito già fatto, sbrigato e liquidato. (...) Quando viaggiavo nei vasti paesi danubiani o nei periferici microcosmi, avviandomi in una certa direzione, sempre disponibile a digressioni, soste e deviazioni improvvise, vivevo persuaso, come davanti al mare; vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita - come una bottiglia aperta sott'acqua e riempita del fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia".

Viaggio, infine, come orma e sigillo del nostro labile e appassionato trascorrere sulla terra, come estrema resistenza alla dispersione e alla dissoluzione, alla corsa cieca e ottusa del tempo. Come senso e bandolo della nostra esistenza, cartografia del nostro transito terrestre (per dirla con Battiato), del nostro umano destino. Un bildungsroman, un "romanzo di formazione" che, al capolinea dei giorni, arriva a scolpire, come scrive Jorge Luis Borges ne L'artefice, l'"immagine" più autentica e veritiera del nostro "volto": "Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto".

Ma i veri viaggiatori partono per partire;

cuori leggeri, s'allontanano come palloni,

al loro destino mai cercano di sfuggire,

e, senza sapere perché, sempre dicono:

Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,

e, come un coscritto sogna il cannone,

sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli

di cui lo spirito umano non conosce il nome.

Il viaggio, una meravigliosa poesia di Charles Baudelaire che, tuttavia "non (è) un nomade, ma un passeggiatore", come scrive in Cere perse, straordinarie pagine saggistiche, Gesualdo Bufalino. Baudelaire che, dopo aver trascorso qualche mese nelle Indie, tornò a Parigi quasi sconvolto.

Lontanissimo in questo senso da Rimbaud, ragazzaccio dalle suole di vento, che dopo un'adolescenza abbagliante, folgorata, tra i quindici e i diciannove anni, dalla grazia della poesia, ammutolisce e prende a girare il mondo, voltando le spalle a una fama che prepotentemente lo reclamava.

Ma ascoltiamo Bufalino, che tra gemme predate da I fiori del male e fascinazione per l'epistolario baudelairiano, traccia infine un parallelo con un altro poeta sommo, Giacomo Leopardi. Entrambi chini, "precocemente", con gli occhi sgranati e le "guance in fiamme", "su mappe e su mappamondi". Una febbre da viaggio a cui il destino, la vita, tarperà poi le ali e che rimarrà confinata nel regno dell'immaginazione infantile. "Il poeta dell'Invito al viaggio, vangelo d'ogni esotista, è in realtà il più pallido e risoluto dei sedentari. Portami via, vascello! Rapiscimi, vagone!... Non c'è libro, forse, in cui si ascolti come nei Fiori del male il batticuore delle partenze, la felicità delle lontananze. Eppure si tratta - l'epistolario lo ribadisce - di un credito millantato. Come quei tenori del Grand Opéra che, più ripetono Partons, meno si decidono a fare fagotto, Baudelaire si guarda bene dal dare sostanza ai suoi conati di fuga. (...) Verrebbe voglia di pensare che i suoi più avventurosi itinerari siano stati, tutto sommato, quei traslochi da un capo all'altro dell'enorme Parigi, e che sia stata la capitale stessa - coi suoi copiosi rigurgiti umani, gli opifici, i lazzaretti, le soffitte, i Monti di Pietà - la scacchiera elusiva e innamorante delle sue strategie di giramondo in pensione. Non un nomade, dunque, ma un passeggiatore, un rôdeur, come lui stesso si definiva; un Ulisse riluttante che per i suoi cabotaggi preferiva all'altomare la piscina fuligginosa delle periferie. Anche perché in lui l'idea del viaggio non seppe mai scompagnarsi dall'idea di scacco, di reiezione. Mai nella biografia di Baudelaire sentiamo l'agio con cui il borghese dal semplice cuore stacca il biglietto per Poitiers o Lisbona, ma solo la fronte bassa dell'Adamo proscritto, inseguito alle spalle da una spada fiammeggiante. (...) La fantasia che accende i suoi fuochi di gala/ trova solo uno scoglio al lume del mattino... E ancora, nello stesso Voyage, scritto guardando La Manica dalle finestre: Oh come il mondo è grande al chiaro delle lampade! Com'è piccolo il mondo agli occhi del ricordo! Parole preziose, chi le confronti (né so se qualcuno l'abbia già fatto) con altre di un altro turista rinunziatario: Ahi ahi, ma conosciuto il mondo/ non cresce, anzi si scema, e assai più vasto/ l'etra sonante e l'alma terra e il mare/ al fanciullin che non al saggio appare. Sorprendente coincidenza, anche se sui trascorsi balneari e marini di Leopardi, a Pisa o a Mergellina, nessuno punterebbe una lira, mentre Baudelaire col mare dovette discorrere a lungo, sul ponte del Paquebot des Mers du Sud, distraendosene solo quando un albatro catturato gli starnazzava come un'oca fra i piedi. Certo entrambi i poeti si curvarono precocemente, con le stesse guance in fiamme, su mappe e su mappamondi. Ad entrambi fu negato di goderne più oltre".

Le canzoni di Fossati sono popolate, spesso, di piloti, marinai, viaggiatori. Evocano (fin già da Panama, 1981) utopie antiche e vasti orizzonti. Viaggio, anche, soprattutto, come occasione lirica e metaforica, dimensione dell'essere e avventura dell'anima. Come già nel Pilota, nell'album Ventilazione (1984). Un brano seminale, dove già si delinea quel Fossati Volatore, quella grande fascinazione per gli aeroplani, quando alzano il muso da terra (come canterà in Sigonella), che percorre, come la bianca scia di un'elica, tutta la sua produzione, e che culminerà mirabilmente in Lindbergh.

Il pilota non porta mai pensieri pesanti

Che sarebbero già da soli tutto carico in più

Né sciarpe, occhiali e ricordi lasciati distanti

Che la bestia è pesante da tirare su

Il viaggio come ricerca, poetica e interiore, come metafora esistenziale, che ci rende solitari e ci tocca.

Come cambia le cose

La luce della luna

(...)

E non è rosa che cerchiamo non è rosa

E non è rosa o denaro, non è rosa

E non è amore o fortuna

E non è amore

Che la fortuna è appesa al cielo

E non è amore

Chi si guarda nel cuore

Sa bene quello che vuole

E prende quello che c'è

Ha ben piccole foglie

La pianta del tè

La pianta del tè (tra i solchi dell'album omonimo, del 1988), un autentico capolavoro, dove suoni e parole danno vita ad un'atmosfera arcana, lunare, misteriosa, straordinariamente suggestiva. Il vellutato flauto andino a canne verticali del musicista indio Uña Ramos ci trasporta sui picchi delle Ande, spalanca davanti ai nostri occhi orizzonti altri, esotici, sconfinati. "Uña Ramos, quello che i più ricordano solo per El Condor Pasa di Simon & Garfunkel, ma che alle spalle ha una lunga carriera di meraviglie. (...) Mi imbattei in lui, o meglio in un suo cd, in un negozio di dischi di Montreux. In copertina un volto andino che pareva scolpito nella pietra (...) Lo acquistai. Rimasi folgorato al primo ascolto. Il suono era rivoluzionario, non vecchia musica andina".

Il cantautore genovese si inoltra sull'antica Via della seta, sulle leggendarie piste di polvere carovaniere, che attraversavano l'Asia e l'altopiano barocco d'Oriente. Viaggia insieme a quegli uomini, genovesi, veneziani, che trasportavano merci preziose, che "si scannavano", regalavano otto anni delle loro vite per delle spezie", quando "lo zafferano valeva più di quanto oggi può valere un metallo prezioso".

Il retro-copertina dell'album raffigura una vecchia carta geografica del 1571: "Mediterraneo orientale e Mar Nero", che segnava l'inizio della Via della seta. La pianta del tè, un pungo di versi altissimi e ispiratissimi, che sposano geografia, storia e interiorità. La dimensione storica e spaziale, la rievocazione della feroce concorrenza tra genovesi e veneziani, per accaparrarsi per primi il pregiatissimo zafferano, sfuma e trascolora in una più profonda, evocativa, dimensione simbolica, esistenziale. Con un'idea di felicità da rintracciare non più, come quegli uomini, allora, nel denaro o nella fortuna, nel mettere a repentaglio la vita per far bottino di preziosissime foglie, sperando nella buona sorte (che la fortuna è appesa al cielo). Ma in ben piccole foglie: nelle piccole cose, nei piccoli gesti e momenti della quotidianità: "Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi", scriveva Pavese nel Mestiere di vivere. E aggiungeva: "Immortale è chi accetta l'istante".

Ed ecco che Pavese (grande amore, come detto, di Fossati) ci riconduce a un altro tema fondamentale della poetica del Volatore. Quello del tempo, il tempo che ci inchioda, diavoli al culo e cani alla catena.

Cosa volete che sia, signori

È tutto tempo che passa

Cosa volete che sia

È un abito che si indossa

(L'abito della sposa, 1996)

E allora il "trucco", il miracolo, la "salvezza", è nel provare a fermarlo, a inchiodarlo noi, il tempo.

È il meccanismo ottuso

Di un orologio falso americano

Che misura il tempo e tempo non c'è più

Ma fermava il tempo se passavi tu

(L'orologio americano, 1996)

L'unico barlume di eterno, l'unica possibile immortalità è nell'abitare l'istante, nell'essere qui e ora, cuore e sguardo, dentro un tempo lento e glorioso: Come posso dire come passa il tempo, come posso dire come passalento. Intatti, incolumi, compiuti, dentro un tempo raccolto, decapitato, che slarga il respiro, offerti alla bellezza che galleggia radiosa nell'aria, nell'anima che si fa dimora. Perché C'è tempo, come canta nella meravigliosa, omonima canzone (2003).

Dicono che c'è un tempo per seminare

E uno che hai voglia ad aspettare

Un tempo sognato che viene di notte

E un altro di giorno teso

Come un lino a sventolare

(...)

C'è un giorno che ci siamo perduti

Come smarrire un anello in un prato

E c'era tutto un programma futuro

Che non abbiamo avverato

È tempo che sfugge, niente paura

Che prima o poi ci riprende

Perché c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo

Per questo mare infinito di gente

"Saramago non parlava mai di un solo aspetto del viaggio, ma di due viaggi paralleli: perché dentro ogni viaggio si muove un viaggiatore, che non rimane uguale a se stesso ma cambia a mano a mano che il viaggio procede. C'è un viaggio reale e un viaggio dell'anima, fuori nel mondo e dentro se stesso. Il viaggio che mi ha cambiato la vita è stato quello da fermo in cui ho compreso realmente che il tempo scorre. Quando hai vent'anni pensi che sarai giovane in eterno, respingi l'idea di vederti vecchio e di cambiare nel fisico e nella mente. Ti credi davvero immortale. Quando capisci che il tempo si sta muovendo a ritmi suoi e che sempre ti contemplano, allora sai che stai viaggiando nel più terribile dei luoghi. Terribile, ma al tempo stesso meraviglioso, perché prendere coscienza che non sei eterno significa imparare a sfruttare il tuo tempo: gli anni e i mesi, e i giorni e i minuti".

E a questo tema del tempo che, inesorabile, ci frana addosso, mentre il futuro galoppa furioso verso di noi, recando con sé la nostra morte, un tempo da abitare lentamente, stringendosi alla luce randagia del giorno, l'anima "in ascolto", aperta, spalancata, in attesa di "ricevere segnali", si lega fortemente quello, cui ho già accennato, del "Viaggiatore Millimetrico". Curiosa espressione coniata dallo stesso Fossati, che cita, qui, un suo brano dall'album Ventilazione. "Le grandi destinazioni è la capacità di capire le piccole cose: il Viaggiatore Millimetrico. Il grande Viaggiatore è colui che è capace di osservare i propri movimenti come fossero carta millimetrata (...) è quello che va in una terra e fa di tutto per conoscerla, per impararla, perché una terra si può imparare. Si mette umilmente in ascolto, con la giusta apertura d'animo e attende di ricevere segnali. E impara la lingua (anche poco), la cucina, come si legge, come si scrive, come si vive. Odio la figura del turista, di quello cha va all'estero con gli spaghetti nella borsa e la macchina fotografica a tracolla, che sbarca a Pechino e va subito a cercare il grande albergo dalla cucina internazionale, che non organizza mai il suo viaggio ma si affida sempre e solo alle agenzie turistiche".

E un "Viaggiatore Millimetrico" (immobile, addirittura) è anche Paolo Rumiz, grande giornalista e grande viaggiatore che, nel triste 2020 infestato dal coronavirus, costretto nella clausura e nel vuoto della pandemia, sale, un mattino, attraverso "una botola", sul tetto del condominio, nella sua Trieste, dove una "bora leggera" lava il cielo e lucida l'aria. E, mentre il suo "sguardo" si fa aeronautico, il tetto della casa diventa un veliero: "Che colpo di fortuna. Ho scoperto di avere un veliero per uscire in mare quando voglio, in barba alla quarantena. Ha una tolda ampia e articolata, irta di cavi, camini e antenne, ma libera e impercettibilmente convessa come la coperta di un galeone, da cui si gode una grandiosa vista sul mare. È il tetto del mio condominio. Non ci sale quasi mai nessuno, perché per raggiungerlo bisogna issarsi per una botola. Oggi, Domenica delle Palme, ne ho approfittato per farne il mio boccaporto d'accesso al ponte. Col bel tempo, è lì che può iniziare la navigazione nella giornata, specialmente quando soffia una bora leggera che pettina il mare con raffiche blu di Prussia e fa del cielo una festa di gabbiani che veleggiano a grande altezza, controvento. Come oggi".

Rumiz che nel Ciclope racconta un altro viaggio immobile, alla ricerca di sé stessi. Un viaggio dell'anima, un'esperienza (tre settimane) vissuta su un faro, in una piccola isola deserta del Mediterraneo. Nella solitudine e nel silenzio di una "casa di luce", una sentinella solitaria abbarbicata su uno scoglio impervio, spazzato dal vento e dalle tempeste, lontano dagli uomini, dal telefono, dalla rete. In un'atmosfera magica e soprannaturale, mitica e poetica, in un rapporto simbiotico con i ritmi di una natura marina atavica e solitaria, che, insieme alla volta celeste, si impara a decrittare. Rumiz, infine, che in una bellissima pagina di È Oriente, racconta, con pennellate magistrali, la "febbre da viaggio", la sua felice ossessione dell'andare: "I tedeschi la chiamavano Reisefieber, febbre da viaggio. La riconoscono subito: arriva a notte fonda, con vampate di calore, ansia e acciacchi vari. Fa caldo, mi rigiro nel letto e penso che sono matto. Parto senza allenamento, non so nemmeno cosa sia un rapporto 17x42. (...) C'era la luna, la notte della vigilia. Una notte inquieta di cani e pipistrelli. Ho attraversato la città in scooter, l'aria era immobile e umida, lasciava sospesa una rugiada argentata. (...) Accanto al comodino tengo sempre pile di atlanti, carte, guide, romanzi di viaggio, diari di bordo, relazioni con fotografie di paesi lontani, storie di antichi pellegrinaggi. In cima, il libro dei libri, Moby Dick di Hermann Melville. Talvolta sono così tanti che formano un muretto; al mattino devo scavalcarlo per alzarmi. Ai piedi del letto una piccola valigia, con l'indispensabile per le partenze improvvise, frequenti nel mio mestiere. Ecco, ogni mio viaggio comincia già lì. Prima con i sogni più trasgressivi, spesso sul far dell'alba. Poi con quel metro e mezzo di percorso impervio ingombro di libri accatastati. Passate quelle Forche Caudine, tutto diventa facile. Esci di casa ed è fatta. Filiamo all'alba come contrabbandieri. Odore di bosco: è pulita a quell'ora l'aria di città. Ultimo dubbio, prendere o non prendere il telefonino. Poi tagliamo corto: siamo uomini o commercialisti? Così lasciamo il grillo infernale, molliamo gli ormeggi, e già al primo colpo di pedali si insinua in noi una leggerezza nuova. Siamo liberi, irreperibili. Chi ha detto che partire è un po' morire? Qui la partenza è un'evasione, la strada una via di fuga. E noi siamo degli imboscati, dei banditi allegri. L'ansia evapora, la fretta pure. (...) Trieste scompare dopo sei chilometri di salita e subito finiscono le ombre crude. Mediterraneo addio, già si sente il fresco continentale, nebbioline danubiane si acquattano nelle doline con largo anticipo sullo spartiacque. Puntiamo a oriente, verso il sole che nasce. Verso le terre dove i treni rallentano, gli spazi si allungano, il tempo e la memoria sono diversi. È domenica, si va veloci nelle strade vuote del mattino. Dopo cinquanta chilometri il paesaggio è già boemo. Boschi magnifici, campanili a cipolla, saliscendi".

E questa "febbre da viaggio" richiama, ancora sui sentieri della letteratura, la "febbre vagabonda", che è anche febbre di vivere, del giovane André Gide.

Stanco dell'opprimente puritanesimo e dell'ambiente morale domestico, che avevano soffocato la sua adolescenza, come anche del mondo artificiale e mediocre dei salotti parigini, di una letteratura disabitata ed esiliata dalla vita, spinto da "un ideale d'equilibrio, di pienezza, di salute", André Gide, a 24 anni, il 18 ottobre del 1893, si imbarca per l'Algeria. Nel contatto esaltante con una natura violenta e favolosa, un regno di pietre, mare e sole, sotto cieli di un blu crudo, un baccanale di colori, di profumi, di soavità tattili (che anche l' "africano"Albert Camus aveva magnificamente "cantato", nei suoi saggi giovanili), Gide inizia a scrivere I nutrimenti terresti. Inno alla bellezza della natura, manuale di evasione e liberazione, di abbandono panico al piacere dei sensi. Libro che esalta la dionisiaca sovranità del corpo, la gioia di vivere. Il capolavoro della sua giovinezza. Un panteismo individualistico, che tenta una conciliazione tra i sensi e lo spirito. Un cantico appassionato, una prosa poetica modulata sapientemente d'intensità, la cui ricca orchestrazione sembra quasi una partitura musicale. Una scrittura che gronda lirismo da ogni pagina e che riproduce il libero movimento dei sensi glorificati. Un'esortazione (che lo scrittore francese offre a Natanaele, il suo ipotetico lettore) ad attingere una nuova sensibilità, ad assaporare la purezza originaria, non artefatta, delle sensazioni e delle emozioni. Ad abbandonarsi al "fervore", alla ricchezza dalla natura e della vita. A costruire, infine, una libera, consapevole morale. Apertura, infinita disponibilità, curiosità attenta e tenace, tensione all'ascolto, "fino a non avere più un solo pensiero personale". Il viaggio del giovane Gide si inscrive tra queste coordinate emozionali. "Blidah! Blidah! Fiore del Sahel! Piccola rosa! Ti ho veduta tiepida e profumata, piena di foglie e di fiori. La neve dell'inverno se n'era andata! Nel tuo Ward sacro brillava mistica la tua moschea bianca e la liana si piegava sotto i fiori. Un ulivo scompariva sotto le ghirlande che un glicine gli intrecciava. L'aria soave recava il profumo che esalava dai fiori d'arancio e persino i gracili mandarini profumavano. Dalla sommità dei loro alti rami, liberati, gli eucaliptus lasciavano cadere la loro vecchia scorza; essa pendeva, protezione consunta, come un abito che il sole rende inutile, come la mia vecchia morale valida soltanto per l'inverno". "Ogni giorno, d'ora in ora, più nulla cercavo se non una penetrazione sempre più semplice della natura. Possedevo il dono prezioso di non sentirmi impedito da me stesso. Il ricordo del passato non aveva altra forza su di me se non quella necessaria per donare unità alla mia vita. (...) Mi sono fatto duttile, conciliante, disponibile in tutti i miei sensi, attento, ascoltatore fino a non avere più un solo pensiero personale, pronto a captare al suo passaggio ogni emozione e capace di così piccola reazione da non ritenere più nulla un male piuttosto che protestare dinanzi a qualche cosa".

Nelle pagine gidiane dei Nutrimenti riecheggiano le sue letture di quegli anni: Rimbaud, che gli aveva insegnato lo "sregolamento di tutti i sensi"; Nietzsche, per il tono enfatico e solenne della sua prosa poetica, per quel lirismo febbricitante e oracolare; ma anche per un pensiero dionisiaco e "terrestre"; l'amato Virgilio, che gli suggerisce squarci naturali e momenti bucolici; e poi Le mille e una notte, il Cantico dei cantici... I nutrimenti terresti: celebrazione di una riconquistata libertà, inno alla spontaneità e all'ebbrezza del viaggiare, a un'irriducibile giovinezza. E ad abitare intensamente il presente, l'istante, l'"attimo fuggente". Et nunc, fin d'ora. "È nell'eternità che fin d'ora bisogna vivere. Ed è fin d'ora che bisogna vivere nell'eternità". "Assumere quanta più umanità è possibile, ecco la formula giusta. (...) E la nostra vita sarà stata dinanzi a noi come questo bicchiere colmo d'acqua gelata, questo bicchiere appannato fra le mani d'un febbricitante, che vuol bere, e che beve d'un sorso, ben sapendo che dovrebbe aspettare; ma non può respingere dalle labbra questo bicchiere delizioso, tanto fresca è quell'acqua, tanto lo asseta l'arsura della febbre".

Ivano Fossati, il Volatore, non ha mai smarrito l'equilibrio tra lirismo e musicalità, tra fine gusto letterario, perizia artigiana e inesausta ricerca, di altri ritmi, altri suoni, da altre latitudini. La sua enorme passione per il viaggio e per il volo, quella passione che muoveva già i sogni del Pilota, abita anche Gli amanti d'Irlanda. Dove, al ritmo di un trascinante, irresistibile folk celtico, compare ancora la figura (ennesima) di un aviatore.

Sovrappose i suoi occhi al mare

E le labbra al motore ansante

Lei mi guardava le mani e il volante girava pronto

Per il buio di Londra. Aviatore sopra il mare

Dimmi che cosa vedi

Aviatore al di là dal mare

Dimmi c'è niente che corre come noi

Noi che imparammo ad amarci d'amore

Al buio, al vento, al mare

Aspettando i rari aviatori dai vetri di una stanza

In un albergo d'Irlanda

Una figura, l'aviatore, mitica, leggendaria, che fa irresistibilmente pensare a un altro scrittore: Antoine de Saint-Exupéry.

L'aviatore è anche il titolo del racconto omonimo che segna, nel 1926, l'esordio letterario del Piccolo principe.

"Di lassù, la terra sembra nuda e morta. L'aeroplano discende: essa si veste. I boschi la imbottiscono di nuovo, i clivi dei colli le imprimono il moto di un'onda: essa respira. Una montagna che egli (il protagonista) sorvola, torso di gigante sdraiato, si gonfia quasi sino a lui". L'appassionante ebbrezza della libertà. Librarsi nella poesia del volo, per fuggire la banalità del quotidiano e il grigiore monotono della provincia. Staccando l'ombra da terra: come il titolo di un libro, denso e delicato, sospeso e a tratti struggente, di Daniele del Giudice. Il volo come metafora dell'esistenza. Il racconto di una personale iniziazione al volo che diventa iniziazione alla vita.

Il mestiere del cielo, nelle pagine di Saint-Exupéry, come un sogno metodico. L'azione entusiastica e ardimentosa, la pattuita prossimità con la morte, come misura di autenticità e ricerca di una più alta identità. La sua intrepida vicenda di poeta-aviatore, di pilota civile e militare si concluderà bruscamente nel 1944. Per un attacco tedesco durante una ricognizione aerea, il suo cielo si capovolse ed egli si inabissò nel nulla, al largo della Francia. Il mistero della sua morte, lungo più di mezzo secolo, si risolverà solo nel 2004, quando sulla Costa Azzurra un pescatore ritroverà, nelle sue reti, rottami dell'aereo (un Lightnight, "Luce della notte") e un braccialetto argenteo con le iniziali dello scrittore.

La passione per l'avventura, il rischio, il pericolo, inseguiti fino al sacrificio estremo. Lontano tuttavia da ogni facile esotismo, come anche da ogni retorica dell'eroicità. Per arrivare, invece, al compimento ultimo di sé stessi e forgiare una virile "poetica della fraternità". "Aveva troppo bisogno di un possesso totale dell'umano per accontentarsi di quello che conferiva l'azione". "La grandezza d'un mestiere sta forse, in primo luogo, nel vincolo che esso crea fra gli uomini: un solo lusso vero esiste, ed è quello dei rapporti umani". E come dimenticare le parole pure, incontaminate del Piccolo principe: "Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi".

Saint-Exupéry, "scrittore aereo e pacifista-soldato". Così lo ha definito Francesco De Gregori che in una canzone, Pilota di guerra, tratta dalle pagine assorte e vibranti di un suo omonimo libro, sparge il sale sopra le ferite delle città, nel grande orfanatrofio della terra.

Una scrittura, quella di Saint-Exupéry, limpida, tersa, incisiva, che si nutre di avventurosi voli intercontinentali. Uno stile che riesce a coniugare, con maestria, il nudo, freddo linguaggio tecnico, con una prosa lirica, ampia, fluida. In opere che si intitolano anche Corriere del Sud, Volo di notte, Terra degli uomini. Alla ricerca di un compiuto umanesimo, un "umanesimo integrale". "L'aereo non è un fine, è un attrezzo. Un attrezzo come l'aratro". "Di là dall'attrezzo, e per il suo tramite, ritroviamo invece la vecchia natura, la stessa di cui si occupa il giardiniere, il navigatore o il poeta. (...) Egli sente che l'idrovolante, di secondo in secondo, via via che acquista velocità, si carica di potenza. Egli sente che nelle quindici tonnellate di materia si prepara quella maturità che consente il volo. Il pilota serra le mani sui comandi e, a poco a poco, nel cavo delle palme, riceve quella potenza, come un dono".

Questa la tensione morale ed emozionale che solca l'esistenza del Piccolo principe, in cui la lettura di Nietzsche si sposa, nei primi decenni del secolo, al fascino dell'epoca d'oro dell'aviazione, dei coraggiosi, temerari pionieri dell'aria.

Quando la suggestiva poesia e l'eroica epopea di fragili aeroplani nutriva l'immaginazione di poeti e scrittori: Proust, Apollinaire, l'"aligero" D'Annunzio. Che preferiva ad aeroplano il termine "velivolo"; "parola leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fonica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti".

E, naturalmente, nutriva e alimentava la poetica del Futurismo. Con Ardengo Soffici, uno dei suoi maggiori esponenti, che dedica all'Aeroplano versi appassionati ed "esaltati":

Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica della morte

Crivello d'oro girandola di vetri venti e colori

Si respira il peso grasso del sole

Con l'ala aperta W Spezia 37 sulla libertà

La terra ah! case parole città

Agricoltura e commercio amori lacrime suoni

Fiori bevande di fuoco e zucchero

Vita sparsa in giro come un bucato

Non c'è più che una sfera di cristallo carica di silenzio esplosivo enfin

Oggi si vola!

Lo spazio sconfinato come un mare eternamente, conradianamente, da solcare: "Aveva dunque dissodato sabbia, montagna, notte e mare. E in sabbie, montagna, notte e mare era naufragato più volte. Era tornato, ogni volta, soltanto per ripartire".

Saint-Exupéry è stato accostato, relativamente al tema dell'azione, oltre che a Conrad (che per vent'anni, spinto da un'irresistibile, divorante passione, viaggiò per quasi tutti i mari), a scrittori e poeti come Lawrence D'Arabia, Hemingway e Baudelaire. Ma proprio quanto detto marca un'enorme distanza, umana, spirituale, con gli autori citati. In Thomas Edward Lawrence, più noto come Lawrence D'Arabia (eroe leggendario del sogno di unificazione delle tribù arabe), si ha infatti un parossismo dell'azione che, spia di una sensibilità spaccata e contraddittoria, si incaglia in insanabili ambiguità e contraddizioni. In Hemingway l'azione diventa filosofia della violenza, sacrificio delle armi o dei tori nella corrida. Un modello di uomo in perenne sfida con se stesso. Una vita impetuosa e suicida, vissuta all'insegna di un virile vitalismo e di una smania potente, narcisistica dell'azione. Abitata da un tracotante sogno di grandezza. Alcuni personaggi di Saint-Exupéry potrebbero piuttosto essere accostati a L'albatros di Baudelaire. Ad esempio Jacques Bernis in Corriere del Sud. Come l'albatrosche si libera superbo, maestoso nell'aria, ma che appena arenatosi sulla tolda di una nave è soltanto un povero relitto abbandonato all'indifferenza e alla derisione dei marinai, così gli eroi delle sue pagine denunciano, non appena scendono a terra, un'improvvisa goffaggine, un subitaneo sgomento.

Una figura archetipica, un'icona, l'aviatore. Che si sublima in una canzone memorabile, Lindbergh, che dà anche il titolo a un album superbo, del 1992. Lindbergh, che Philip Roth, il grande scrittore americano, nel suo fantapolitico Complotto contro l'America, immaginerà come vincitore delle elezioni presidenziali del 1940, per poi allearsi con la Germania nazista. L'"Aquila solitaria", il "Trasvolatore pazzo" (così veniva soprannominato) come emblema, prototipo d'uomo, e come messaggio, per usare un'espressione pure data e usurata. Sulle ali della sua epica impresa si libra in volo Fossati, nella scia luminosa di questo eroe-angelo (così, ancora, nella fantasia popolare) umile e positivo, cortese gentiluomo e intrepido pioniere, che tra il 20 e il 21 maggio 1927 (quando la civiltà degli uomini era ancora una civiltà di uomini, non governata e schiacciata dalla macchina) realizza, in solitaria e senza scalo, la prima trasvolata atlantica nella storia dell'aeronautica. Volando, col suo piccolo monoplano, Spirit of Saint Louis (un aeroplano monomotore ad ala alta) da New York a Parigi, in 33 ore, 30 minuti e 29.8 secondi. Pagandosi anche la benzina. Per dar fiato, semplicemente, ad un imperativo del cuore. "Lindbergh è un bel richiamo: l'idea del grande coraggio unito a una buona dose di realismo, in quasi totale assenza di presunzione. Al momento di partire, Lindbergh non era assolutamente certo della riuscita dell'impresa, ma credeva nelle possibilità di riuscire e nella forza del coraggio. Non era un superuomo, non era un eroe. Lui sapeva di essere piccolo, di essere solo il contabile dell'ombra di se stesso. Ha trasvolato su un trabiccolo, su un piccolo aereo e ha saputo di aver compiuto una grande ed eroica impresa solo all'arrivo. Era un postino alato, che dall'Illinois distribuiva lettere col suo piccolo velivolo. È quasi un peccato che sia esistito veramente, perché sarebbe stato un fantastico personaggio letterario".

Non sono che il contabile

Dell'ombra di me stesso

Se mi vedete qui a volare

È che so staccarmi da terra

E alzarmi in volo

Come voialtri stare su un piede solo

Lindbergh che, con tono intrepido, elegiaco e commosso, così rievoca la sua esperienza (dieci anni prima) di pilota postale, sulla linea St. Louis-Chicago: "L'inizio del trasporto della posta per aereo non era forse una pietra miliare della storia di una città? Noi altri piloti, meccanici, funzionari postali e uomini d'affari, a St. Louis, a Springfield, a Peoria, a Chicago, sentivamo tutti di essere i protagonisti di un evento che indicava la strada verso un'era nuova e meravigliosa. (...) I piloti postali debbono creare una tradizione dalla quale dipenderà il futuro di tutta l'aviazione civile. Sono già morti degli uomini in nome di questa tradizione. Ogni tratto delle rotte postali ha i suoi punti consacrati da un incidente dove un pilota, in una notte di bufera, o smarrito, o accecato nella nebbia, ha immolato la sua vita sull'altare del lavoro. Ogni pilota postale è conscio di quell'altare, e consapevolmente o no, l'onora a suo modo, sapendo che il suo prossimo volo può finire con un simile sacrificio".

Dal suo piccolo aereo oltre le nuvole, dalla sua cortese, appartata riservatezza, Fossati-Lindbergh, volatore controvento, osserva il mondo, le cose, col suo occhio dolente, elegiaco. Capace anche, tuttavia, dopo il pessimismo doloroso, straziante, di Discanto e pur tra presagi di guerra e inquietudini assortite, di accensioni d'amore, di fiduciose attese, di relative speranze nell'avvenire (come canta in Ci sarà). Il disco ha un sottotitolo eloquente e suggestivo, Lettere da sopra la pioggia, quasi a suggerire una prospettiva privilegiata di osservazione, una distanza che consenta la necessaria chiarezza dello sguardo, oltre e al di là delle miserie del quotidiano e delle tragedie del vivere (su tutte la guerra, uno dei temi fondamentali dell'album, a cui sono dedicate tre delle dieci canzoni). Lindbergh, l'ultimo brano è forse il più suggestivo ed emozionante. Una struggente poesia che si libra in un'aerea, vagante leggerezza, dentro una musica (tastiere e chitarra classica) atmosferica, fasciante, avvolgente, rarefatta, che dà quasi la sensazione fisica e visiva del volo, della vastità dei cieli e degli orizzonti. Le ultime parole, bellissime della canzone, sono insieme una scommessa con sé stessi e un richiamo che ci coinvolge tutti, in quanto uomini, nel cerchio stesso della nostra destinata avventura. Un invito, come Fossati cantava nei primi solchi dell'album, in apertura, ne La canzone popolare, a prenderla fra le braccia questa vita danzante, questi pezzi di amore caro, quest'esistenza tremante. E ora, dunque, in chiusura, al termine del percorso musicale, ma ancora nel cuore del viaggio, della trasvolata (che ognuno di noi deve realizzare):

Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo

Seguo i loro segnali e mostro le mie insegne

La voglio fare tutta questa strada

Fino al punto esatto in cui si spegne