Aiutiamoli a casa loro

C'è qualcosa nella gioia per la liberazione di Silvia Romano che va al di là del sollievo per la fine di un incubo durato un anno e mezzo. Incubo per lei, per la sua famiglia, per i suoi amici e per tutti gli italiani (tanti, per fortuna) che non credono che farsi gli affari propri sia la migliore regola di vita.

Forse ricorderete quegli inqualificabili rutti cartacei emessi dai soliti "opinionisti" dei social all'epoca del sequestro (se l'è andata a cercare, se voleva fare del bene non c'era bisogno di andare in Africa, le piacevano i negretti e via farneticando), per non parlare delle solite porcherie che si dice in rete ogni volta che succede qualcosa a un cooperante, cioè a qualcuno che va realmente ad aiutare a casa loro quelli di cui i sovranisti dicono «aiutiamoli a casa loro». Se poi si tratta di una cooperante, il livello precipita a tre metri sotto il letamaio.

Chissà se la pandemia ha insegnato qualcosa a questi "signori", soprattutto a quelli residenti nella regione di Silvia, la Lombardia, quella più colpita dal coronavirus, che si sono visti soccorrere da medici e infermieri arrivati dalla Cina e da Cuba per rimediare alle falle della sanità "migliore d'Italia". Uomini e donne che hanno lasciato le loro case dall'altra parte del mondo, che hanno accettato di vivere in sistemazioni di fortuna, lontani dai propri affetti, per curare i sostenitori del "facciamoci i cazzi nostri" specie quando chi ha bisogno d'aiuto ha la pelle un po' più scura.

Non è una sindrome solo italiana, né tantomeno lombarda: anche Boris Johnson, il premier inglese alfiere della Brexit, del "prima gli inglesi" e dell'immunità di gregge, quando si è ammalato di Covid-19 è stato curato da un infermiere portoghese, uno dei tanti stranieri su cui si regge il servizio sanitario britannico. Dimesso dalla clinica, ha ringraziato l'infermiere, anche se fra i tanti nomi che ha dato al suo ultimo figlio (nato quando era ricoverato in ospedale) non c'è il suo, perché troppo poco british, ma quello del medico inglese che dirigeva il reparto.

Speriamo che la pandemia ci abbia reso anche solo un pochino migliori rispetto a quando bofonchiavamo «se l'è andata a cercare» tutte le volte che un volontario, un giornalista o un reporter venivano rapiti o uccisi in uno scenario di guerra o di povertà. Perché con il coronavirus ci siamo sentiti tutti precipitati all'improvviso in uno stato di guerra e povertà. Ci siamo scoperti bisognosi, senza sufficienti presidi sanitari, in difficoltà per procurarci le medicine e perfino il cibo, dipendenti dall'aiuto di volontari per tante necessità quotidiane. Se lo abbiamo capito, anche solo un po', saremo in grado di riabbracciare con più calore Silvia Romano che torna a casa - anzi, no, niente abbracci, non sia mai che la povera ragazza si sia salvata dalle grinfie dei banditi per cadere in quelle di un terrorista invisibile che ha al suo attivo migliaia di vittime.

Il suo rientro a casa sana e salva è la buona notizia che ci voleva in questo momento: il lieto fine di una storia di generosità e coraggio conclusa positivamente grazie al lavoro paziente, ininterrotto e silenzioso. Tutte cose che anche noi abbiamo sperimentato in prima persona nell'emergenza coronavirus, e che dovremo tenerci strette anche nel prossimo futuro. Insieme a Silvia Romano.