Anche le pecore diventano leoni

Sono bastate poche ore dal ritorno in Italia di Silvia Romano per dimenticarci del Coronavirus, o meglio per mettere in stand-by quel becero chiacchiericcio che dai bar (chiusi) si è spostato sui social (aperti). 

«I contagi sono in diminuzione perché si fanno pochi tamponi», «l'Italia è tra i cinque paesi più contagiati del mondo», «i test sierologici sono inutili perché tanto non ci dicono se siamo malati oppure no», «la cura con il plasma è roba da esaltati», «la gara al vaccino», «e ora i no-vax che fanno?», «il pipistrello di Wuhan», «è tutto un complotto».

Fine, tutto tace. In queste ultime ore tutti i virologi improvvisati hanno miracolosamente trovato il tempo - forse la quarantena ci rende propositivi - di diventare politologi esperti in relazioni internazionali. E allora: «Silvia Romano è atterrata a Ciampino con il jilbab», «non sarà stata tanto male durante la prigionia, guarda che guanciotte», «è incinta», «sai con i 4 milioni del suo riscatto quante casse integrazioni ci pagavano?», «mancava solo il Papa ad accoglierla», «sicuramente tornerà in Africa dal suo amico carceriere», «è tutta una farsa», «se faceva volontariato in Italia non le succedeva». E così via, come una filastrocca stonata.

Se c'è una cosa sicura è che ormai l'informazione dilaga quasi esclusivamente attraverso i social, portando con sé quella pericolosa libertà di poter essere chiunque, di poter mettere bocca su tutto, di poter dare tanta forma ma poco contenuto a quella ripetitiva messa in scena colma di rabbia, perbenismo e luoghi comuni. Accumuliamo notizie che come boomerang afferriamo senza capire da dove arrivano, nemmeno il tempo di fermarci a pensare a cosa abbiamo tra le mani che siamo subito pronti a rilanciare, più forte, più lontano. Nell'era digitale in cui viviamo, i dibattiti, se così si possono chiamare, sono ormai ridotti a una triste gara a chi la spara più grossa, a chi urla più violentemente solo per il gusto di sentirsi protagonista. Ma protagonista di cosa?

C'è sempre questa perversa e inspiegabile ricerca del marcio, quel marcio che troviamo anche senza reali dati di fatto, quel marcio che ci permettiamo di affermare con arroganza e supponenza anche se non siamo nessuno per poterlo dimostrare. Le parole dietro a uno schermo, dove anche le pecore diventano leoni, si sono trasformate in sentenze e i fatti sono ormai solo banalità da criticare senza pietà.

Non è il Coronavirus di ieri o di domani, non è Silvia Romano di oggi, non sono le bottiglie di plastica di Greta Thunberg, sono solo le vere e proprie battaglie sterili che fomentano irragionevolmente odio e cattiveria senza un valido motivo né personale, né tantomeno sociale. Il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti poco coordinati e le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati tra loro. È così che la nostra identità, la nostra credibilità, la nostra integrità, si sgretolano tra episodi di vita che non ci appartengono, dove la nostra personalità può tranquillamente prendere tutte le pieghe che vuole, anche quelle più oscure che probabilmente teniamo gelosamente nascoste nella vita reale.

Domani succederà ancora qualcosa che ci permetterà di parlare di nuovo, quasi sempre a sproposito, alimentando questa fame di onnipotenza alla quale non sappiamo resistere, e allora via al coraggio da tastiera, via alle offese, via alla retorica spicciola. Per molti la coerenza e l'educazione è ancora un miraggio, troppo presi a fare gli sceneggiatori di film che nessuno guarderà mai.