Di doman non v'è certezza

Non ci posso far niente: a me il carnevale mette una tristezza infinita. Questo senso di festa, anzi questa intimazione al dover far festa sotto il cielo peggiore dell'anno, mi mette una profonda tristezza. Coriandoli, maschere (con il loro subconscio demoniaco), fischietti, immancabili travestimenti da donna di uomini non particolarmente belli, con gambe non particolarmente lisce, su tacchi non particolarmente saldi. Sarà anche perché, essendo un onnivoro tendente al carnivoro, l'etimologia (vera o presunta) non aiuta: carne, vale! - carne, addio! Che il nome carnevale sia stato inventato, per vendetta, da vegani ante litteram?

Semel in anno licet insanire, diceva Cicerone, ma bisognerebbe spiegare all'ottimista Cicerone che, una volta tanto, è lecito far pazzie se abitualmente si è normali. Poiché nel mondo consumistico globalizzato di oggi ciò non è affatto scontato, il carnevale rischia di essere non già l'unicum del popolo che si rigenera, il preludio alla nuova creazione annuale, ma il fiore all'occhiello di un anno di bagordi.

In molte città universitarie europee ogni giovedì sera è carnevale. Lo scatenarsi della licenza, la violazione dei divieti, la coincidenza dei contrari che mirano alla dissoluzione di sé e alla restaurazione inconscia dell'illud tempus primordiale, il momento mitico del principio, il caos. I bracci armati di questo carnevale perpetuo, che i giovani vivono nel momento in cui sono incorporati in un assetto che non dà loro troppe alternative, sono l'alcool e la droga.

Far festa non vuol dire esser lieti, divertirsi non vuol dire condividere. In tutto questo c'è un alone di tristezza che si riverbera lungamente, la mancanza di un'emozione piena: Bacco va dall'analista e Arianna ha perso il filo. Di doman non v'è certezza.

La voglia irrefrenabile della dissoluzione sembra connessa all'idea che sia meglio non serbare né costruirsi un futuro. La distruzione è, in fin dei conti, una scelta di comodità. Mi spiegava un mio amico che ha vissuto qualche anno a Londra che i londinesi lavorano come pazzi tutta la settimana per poi concedersi, diciamo, una parentesi "carnascialesca" dal venerdì sera alla domenica: bere sodo e altro, come filibustieri, per tre giorni, dopo aver prodotto senza requie. Che vita è?

Ma c'è una ragione di più: lo scioglimento degli obblighi sociali e morali, il rovesciamento dell'ordine, il significato simbolico, rimandano a quella che viene definita da molte religioni "regressione nell'oscuro". E francamente temo l'oscuro, i suoi derivati e la disgregazione del cosmo. Temo il fatto stesso che le cose possano mutare sino a ribaltarsi del tutto.

C'è da dire, però, che il carnevale - in quanto frattura dell'ordine - ha il pregio inqualificabile di rappresentare nei minimi particolari la società italiana, con una chiara predilezione per la politica, sempre sensibile al tema delle divisioni e dei ribaltamenti improvvisi di fronte.

E poi c'è la lotta tra il Carnevale e la Quaresima: il Carnevale, rappresentato nei simbolismi da un uomo grasso con una lancia di polli allo spiedo infilzati, e la Quaresima, una donna smunta con appena due aringhe. Il Carnevale è spinto da uomini in maschera, mentre la Quaresima è trainata da un frate e una monaca. La scena è spaccata in due: da una parte si mangia, si beve e si rappresentano scene burlesche; dall'altra sacrifici e sofferenze. Anche l'architettura entra in gioco per identificare le due squadre in campo: da un parte un'osteria, dall'altra una chiesa.

Per adesso, però, a me il carnevale mette tristezza. A volte anche il mondo di cui faccio parte, ma questo è un altro discorso.