Forse ci ameremo di più

In ogni passaggio d'epoca c'è un'esplosione. Un improvviso scoppio che pone fine a conflitti che si trascinavano da tempo. Negli ultimi due secoli ci sono state trasformazioni epocali, ora invece è una pandemia, la prima nella storia, ad annunciare la nuova era, che comunque vada e si risolva - sperando ovviamente che si risolva - segna la fine del mondo e della società nella quale abbiamo fin qui vissuto. Ci sarà un nuovo corso sociale, una nuova fase economica e culturale, voglio azzardare "una società post coronavirus".

«Nulla sarà più come prima» si diceva all'indomani della grande crisi partita nel 2008, e questo si è ripetuto allo sfinimento fino all'altro giorno. Ma in realtà, appena la bufera è passata, abbiamo ripreso a fare quello che facevamo prima, cambiando poco o niente, anzi esasperando tutti gli ambiti, non solo quelli finanziari, che erano stati le principali cause di quella grande crisi. Troppa finanza, troppi prodotti, troppi soldi, ma nel momento in cui si denunciava questo e si mettevano in evidenza i grandi rischi che c'erano con questa folle corsa, si proseguiva ancora di più ad alimentare la società del troppo.

Ora invece con il Covid-19, nel giro di un mese, è successo quello che non era mai accaduto: città chiuse, frontiere blindate, voli sospesi, turismo finito e tutti chiusi in casa, nemmeno fosse scoppiata la III Guerra mondiale. Costretti a ripensare e a ripensarci in una società che improvvisamente scopre il senso vero e reale di parole ripetute fino allo sfinimento: flessibilità e resilienza, termini abusati ma da cui può partire un primo sforzo di immaginazione del futuro, che assuma la pandemia come momento di passaggio epocale.

La flessibilità è da anni intesa negativamente e associata a precarietà. Ora però il Covid-19 ci dice che essere flessibili, veloci nell'adattarsi a nuove, impreviste condizioni è, e sarà sempre più, fondamentale, in una fase lunga come quella che ci aspetta. Essere resilienti, in questa prospettiva, diventa la prima regola per essere pronti all'emergenza. Chi è resiliente non esce indenne, esce ammaccato, ma esce vivo. E allora mi chiedo: quanto è flessibile e resiliente il nostro Paese? Anche stavolta l'emergenza ha fatto e sta facendo uscire il meglio degli italiani, un grande popolo anche se a volte se lo dimentica.

La Cina che è riuscita a sigillare milioni di persone e quello che sta facendo l'Italia, mostra che nella società digitale, mobile e virale tutto è concesso, ma non l'indecisione. La velocità delle decisioni e dei provvedimenti è ormai fondamentale, perché la società dell'istante non è solo un'immagine pubblicitaria, e il rischio che qualcosa vada storto è una possibilità che ci fa rabbrividire. Il classico incidente è quasi sempre dietro la porta per la semplice ragione che tutto, dal clima alla finanza, è così tirato, stressato, portato al limite estremo, che basta poco per entrare in crisi, in default. Anche perché paracaduti, uscite di sicurezza e piani B sono quasi sempre teorici.

Tuttavia nel disastro della pandemia ci sono alcune ragioni di ottimismo, perché ci stiamo rendendo conto che quel che stiamo facendo ora in emergenza era da tempo nelle nostre possibilità. Scuole e università stanno scoprendo che possono fare video-lezioni, e che la formazione a distanza è una soluzione praticabile anche in tempi normali. Cosi come lo smart-working, del quale si parla da quando avevo vent'anni.

Siamo un Paese con poche competenze digitali (secondo l'Istat solo il 20% degli italiani le ha), e così nell'epoca dell'home banking, ci troviamo di fronte a lunghe file di persone in strada, con mascherine e guanti, davanti agli sportelli delle banche. Ma anche nell'impossibilità di chiudere pratiche o atti amministrativi perché l'ufficio continua a chiedere documento e presenza personale, mentre potremmo risolvere da casa usando Skype e la firma digitale.

Ma perché #iorestoacasa sia una possibilità effettiva e non contingente, occorre che la tanto invocata sburocratizzazione cominci davvero, e contestualmente si dia avvio su larga scala a corsi formativi in ambito digitale rivolti a tutta la popolazione. Qualcosa di simile al Non è mai troppo tardi di quando ero bambino, trasmissione che insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani.

Tuttavia l'opportunità più grande che ci offre la prima pandemia della storia non è solo il fermo biologico che ci viene imposto, ma soprattutto la riscoperta del nucleo sociale primario, ossia la famiglia, lo spazio domestico come luogo di affetti e relazioni profonde. Sono convinto che quando tutto sarà finito, forse ci ameremo di più.