Fragili

A un certo punto siamo diventati tutti fragili. Giovani, vecchi, malati e sani, lavoratori in smart working, lavoratori in presenza, lavoratori senza lavoro. Tutti pronti a spezzarci come calici di cristallo, facili prede degli accidenti del destino. Non sappiamo quando sia successo, forse con l'insorgenza della pandemia o forse prima del lockdown di marzo, perché ho scoperto che la nozione di fragilità come fenomeno sociale circolava già da qualche anno e andava ampliandosi ben oltre le categorie che fino a pochi mesi fa venivano definite "a rischio". Comunque sia, buona parte di noi si è accorta di essere diventata fragile solo durante il 2020, l'anno di grazia che è stato salutato da alcuni con l'immagine ipersessista di un calice di champagne infilato fra due natiche femminili (me ne ha inviato uno via whatsapp perfino un amico cattolicissimo, non credevo ai miei occhi).

Dalla scorsa primavera abbiamo mutato condizione. Non siamo più deboli, poveri, depressi, disoccupati, malati o, Dio ce ne scampi, vecchi: siamo solo fragili. La fragilità è la nuova condizione esistenziale nell'era del Covid e - immagino - delle future pandemie, che tutti i virologi ci agitano davanti continuamente come frati trappisti: ricordati che devi morire! Fragile è un vaso di porcellana, un bicchiere di vetro, il cuore di cristallo delle principesse delle favole. Fragili sono le foglie, a cui secoli di poesia hanno associato la caducità umana. La fragilità evoca immagini leggere, eteree: volete mettere con l'orrore delle rughe d'espressione, con gli acciacchi dell'età, con i problemi di lavoro?

Tutta questa fragilità sbandierata ovunque, nei Dpcm, dal presidente Mattarella nel discorso di fine anno e negli Angelus di Papa Francesco, un po' ci imbarazza, perché sembra una concessione, un modo per non offendere i tanti di noi caduti vittime a diverso titolo della pandemia. Fragili di ogni ordine e grado, in fila e in attesa di tutto: vaccini, permessi per uscire, denari. Una nuova categoria globale e trasversale, una razza delicata, cagionevole e dunque meritevole non di aiuti ma di "ristori".

Leggendo qua e là ho scoperto che i sindacati sono al lavoro da tempo sulla semantica, perché non tutti hanno ben chiaro se il grado della propria fragilità sia sufficiente a garantire il loro ristoro o l'esenzione da qualche balzello. Ma cosa significa essere lavoratori fragili? Che sono malato o che rischio di perdere il lavoro? Un'azienda è fragile perché è fatta di uomini oppure non lo è perché è costruita in cemento armato? Ed ecco che ancora una volta ci siamo incespicati con la lingua italiana, come per i congiunti, termine vago, poetico, interpretabile, correttissimo perché mai offensivo o discriminante, perché congiunti sono tutti quelli a cui ci va di aprire la porta e talvolta anche sollevare le lenzuola. E allora facciamo chiarezza: lavoratori fragili sono coloro che, in caso di positività al Covid, rischiano gravi ripercussioni alla salute se non addirittura la morte. E i cardiopatici che l'hanno sfangata? E i ragazzoni sani che invece ci sono rimasti secchi? Dove inizia la fragilità? Boh. Dunque, nessuno è debole. La debolezza evoca mollezza, torpidità, scarsa fiducia in se stessi, addirittura stupidità nella sua etimologia (in francese, un débile è un idiota), insomma per gli standard della razza umana la debolezza è un'offesa.

Ma quando si arriva al punto di dover definire alcune categorie svantaggiate, bisogna trovare una definizione che accontenti tutti o anche nessuno, purché non offenda. E dunque rieccoci al punto di partenza, a questa fragilità che ci riguarda tutti. Non che non l'avessimo mai incontrata nella nostra vita, ma dato che siamo cresciuti nel mito dell'efficienza, per noi la fragilità equivaleva alla dicitura stampigliata sulle casse di vini pregiati o alla salute di Giacomo Leopardi, uomo di condizione fisica che definiremmo senza esitazioni fragile, e del suo meraviglioso Infinito, massima ode alla fragile e caduca condizione umana.

E' normale e legittimo sentirsi fragili e facili alla commozione: perfino l'astrologo Paolo Fox si è sentito fragile quando gli è stato ricordato che per il 2020 aveva previsto viaggi e spostamenti per un buon numero di segni zodiacali senza avere avuto il minimo sospetto della catastrofe che di lì a poco si sarebbe scatenata. Insomma, la fragilità è un'annessione recente ai territori dell'umano, lo testimonia il fatto che alcuni anni fa era stato lanciato l'Indicatore geopolitico ed economico di stabilità, che dallo scorso anno, guarda caso, è diventato Indicatore dello stato di fragilità.