In hoc signo vinces

Il sostantivo intelligenza deriva da intelligere, intus-legere, leggere dentro, cioè capire. Io capisco quello che mi accade attorno. Esistono tanti tipi di intelligenza e di tutte queste intelligenze quella politica sarebbe la massima espressione. Intelligenza politica come capacità di intercettare le paure e i desideri della gente in un dato momento, da cui l'evidenza che Silvio Berlusconi l'abbia del tutto persa quando ha dichiarato in un incontro a sostegno della candidata in Calabria Jole Santelli che in ventisei anni non gliel'abbia mai data.

Non aver capito che definire una donna per la propria appetibilità sessuale sia divenuto intollerabile è il segno di una sempre minore presa sulla sensibilità dell'elettorato, anche di un elettorato di centro destra, morbido sul sessismo come in questo caso. Lo stesso sta accadendo a Sanremo, dove infuria da giorni la polemica attorno al presunto sessismo di Amadeus per quella infelicissima definizione delle co-conduttrici, che in realtà, probabilmente, è solo espressione di pura ignoranza, quel genere di mancanza di parole, di lessico, di apertura mentale, che deriva dal non aver compiuto un percorso di studi regolari.

L'intelligenza si nutre e si sviluppa nella cultura. L'altro giorno, parlando con un mio amico, mi chiedeva cosa ne pensavo delle scampanellate di Matteo Salvini e sul linguaggio dei dittatori della storia. E mi chiedeva se oggi, nel ventunesimo secolo, c'è modo per riconoscerli, decrittarli, salvarsene, insomma non cascarci. Questi argomenti mi hanno sempre interessato, fin dai tempi in cui studiavo Sociologia. Ad esempio, come si vestono, il classico abbigliamento militare di cui nessuno di loro vi resiste, anche e soprattutto se non hanno mai fatto parte di un corpo e magari sono stati anche riformati alla leva. L'assunzione dei segni dell'autorità altrui pare irresistibile: in hoc signo vinces; e poi la gestualità, la mimica, pensate solo a Mussolini con quella mascella protrusa, quella parodia del maschio tutto d'un pezzo. Ma la domanda di fondo è un'altra: esiste una procedura per farsi duce, un manuale d'uso, una ricetta? Dove ci si prepara, dove si studia?

Poco prima di Natale ho letto un libro (che vi consiglio) di un professore di Sociologia, un certo Frank Dikotter, il quale analizza le figure di Hitler, Stalin, Mussolini, Mao, Ceasescu e Mengistu, evidenziandone i caratteri simili: la nascita oscura, la frustrazione giovanile (guardatevi attorno anche adesso, la maggior parte dei gerarchi minori del momento sono stati degli "sfigati" a scuola, inveleniti e in cerca di rivalsa), l'ascesa al potere per caso, colpo di fortuna, insomma per qualunque accidente ad eccezione del merito.

Fingendo modestia, spirito egualitario (io sono come voi, mi mostro a cavallo dell'aratro, in spiaggia, in maniche di camicia allo sportello del comune), il dittatore coltiva il culto di sé: le donne ma anche gli uomini si sentono attratti e gli scolaretti ne cantano le lodi di padre della nazione. Il dittatore di solito arriva equipaggiato di un'ideologia di facile presa ma, non possedendo alcun principio se non la smania di potere, la trasforma subito in burletta o in pura rappresentazione, che è quanto capisce meglio e meglio sa mettere in scena, essendo imbevuto di cultura popolare, come peraltro tutti noi.

Per quanto si finga filosofo, è raro che possieda un'effettiva validità di pensiero, e i suoi "libretti rossi" sono una congerie di frasi ad effetto e di aforismi colorati. Se dittatore di sinistra, tende a mettere in pratica riforme radicali che portano il paese alla fame; se di destra, porta il paese in guerra, con le stesse conseguenze. È sempre attorniato da adulatori della peggior specie, meglio ancora se ignoranti, caratteristica che il dittatore ritiene una virtù. Privo di amici, subito impaurito dalla stessa macchina mostruosa del consenso che ha creato, diventa presto paranoico. Di solito fa una fine orribile.

Il culto del dittatore del ventunesimo secolo si nutre delle stesse modalità e delle stesse logiche che regolano il mondo dello spettacolo e la creazione degli attori: apparizioni calibrate, abbigliamento studiato nel dettaglio a fini simbolici, uso accortissimo dei social, cioè della "bestia", come la definisce Salvini, e sarebbe bene andare a rileggersi Orwell e il suo 1984 per capirne le dinamiche di controllo e manipolazione.

«La prima volta che vidi Hitler, con quei baffetti, pensai che imitasse me» disse Charlie Chaplin mentre si preparava a girare Il grande dittatore: da grande genio quale era, aveva intuito che la macchina della propaganda hollywoodiana e quella del nazismo nascente agivano nello stesso modo, e che il dittatore del ventesimo secolo non avrebbe dovuto imitare le gesta di Giulio Cesare, ma modellare il proprio sguardo su quello di Clark Gable: diventare seduttivo e misterioso come un divo, calibrare le uscite e saper dosare le parole, proprio come un vero attore.

Dopo l'ingresso dei carrarmati sovietici a Praga, il grande poeta inglese Auden scrisse: «L'orco fa quello che può fare un orco/imprese affatto impossibili per l'Uomo/ma c'è una preda al di là del suo dono/l'orco non può appropriarsi del Discorso: attorno a una pianura soggiogata/in mezzo a gente uccisa e disperata/l'orco cammina e sventaglia il suo brando/tronfio e impettito, ma sproloquio sbavando».

L'orco scrive libri, discorsi, dichiarazioni, talvolta può possedere le case editrici e anche tutte le librerie, e imporre che il proprio ritratto sia pubblicato sul frontespizio di ogni libro, ma il suo discorso suonerà sempre falso. Per questo è fondamentale ascoltare bene cosa dice e cercare di capirlo a fondo. Per questo serve aver letto, aver studiato. Per questo gli orchi odiano le scuole e dicono che «con la cultura non si mangia». Perché vogliono mangiare noi.