La colpa non è più nostra

Se viene da fuori fa più paura. Qualcuno che non parla la nostra lingua, che varca i confini e viene a contaminare la nostra terra. Non importa se l'untore è il lanzichenecco, il tunisino, il pakistano, il somalo... è comunque colpevole in quanto straniero. E la storia come sempre si ripete e come sempre ci insegna poco. Oggi la guerra è contro l'infinitamente piccolo, un virus, con un prefisso persino regale, ma se l'indice di contagio torna a salire abbiamo finalmente i colpevoli: i migranti che stanno sbarcando sulle nostre coste.

Noi no, noi sempre ligi da quando ce lo hanno imposto a suon di ordinanze e di morti, sempre con la nostra mascherina penzolante sotto il collo o legata attorno al braccio, pronti a pantagrueliche cene purché tra congiunti. Noi no, sempre ligi, purché non ci tolgano il mare, l'aperitivo, la discoteca, lo shopping al centro commerciale ecc. ecc. Noi siamo puliti, siamo belli, nessun virus né batterio abita in noi, ne siamo certi. Invece là, su quel barcone di sporchi e affamati, con la speranza aggrappata allo scafo di una nave scalcinata, là ci immaginiamo che abitino le peggiori nefandezze: virus, malattie, sporcizia. E allora non portatecele in casa nostra.

Ci siamo scannati per un pacco di pasta, o ancora peggio per un rotolo di carta igienica; con la bocca tappata dalle mascherine con le scritte più assurde abbiamo negato un sorriso persino a noi stessi, abbiamo schivato il "fratello" italiano al supermercato come il peggiore degli appestati, ma dopo la spesa settimanale tornavamo a sdraiarci nei nostri comodi divani, ad abbuffarci di pizze fatte in casa e dolci di ogni sorta, piangendo con le ultime lacrime rimaste la nostra libertà perduta. Avremmo dovuto uscirne migliori: già, come sempre il condizionale ci salva dai fallimenti.

Da questa brutta esperienza, forse una cosa avremmo dovuto capirla: che la morte, quando il suo odore si fa più vicino, fa paura anche al più coraggioso dei soldati e pur di schivarla siamo pronti a tutto, anche a rinchiuderci per mesi nella tana come formichine impaurite o a saltare su un barcone ammassati come topi affidandoci al destino.

Ma in fondo era questo che volevamo: tirare un sospiro di sollievo perché abbiamo di nuovo dei colpevoli contro cui dirigere il nostro dito censore se il Covid torna a circolare, e così possiamo continuare liberamente a sorseggiare spritz e a sbaciucchiare l'amante conosciuto la sera prima, perché la colpa finalmente non è più nostra.