La cultura dell'insignificanza

Una cultura derelitta, che ha poco o nulla da dire. Una cultura che non produce idee né nuovi fermenti. Una cultura insignificante, appunto, che s'adatta perfettamente al presente ma risale a più di vent'anni fa, quando è iniziato l'arretramento della cultura (politica) e lo svilimento di parole fondamentali come ideologia, sinistra e destra, libertà.

L'attualità è la riprova che negli ultimi vent'anni si è fatta molta strada restando sostanzialmente fermi, a tutta velocità con lo sguardo e il cuore girati indietro. Tanto movimento apparente. Tant'è che se pensiamo sia all'alta che alla bassa cultura, ossia alla filosofia e alla letteratura da un lato, e dall'altro ai generi culturali popolari, in primo luogo la musica, ma anche il teatro e il cinema, vediamo un orizzonte piuttosto piatto, dove mancano i grandi maestri. Di abili parlatori ce ne sono molti, ma di intellettuali scomodi come fu Pier Paolo Pasolini - che curiosamente oggi rimpiangono tutti - non se ne vedono. E nemmeno si vedono e ascoltano da un bel pezzo cantautori come Fabrizio De André o Giorgio Gaber, tant'è che ci troviamo ancora a fare entusiasticamente i conti con i Beatles, i Pink Floyd e il rock geriatrico dei Rolling Stones e Vasco Rossi.

Sono più di vent'anni che apatia, cinismo e indifferenza avvolgono il discorso politico. Con il risultato che passione e partecipazione sono quasi morte, lasciando un vuoto impressionante. Ma ciò che va sottolineato è come questo processo distruttivo sia stato innescato dalla pretesa abolizione di sinistra e destra. Dall'idea ampiamente propagandata che queste siano due categorie di pensiero e di azione anacronistiche.

Tra Berlusconi e il duo Salvini-Di Maio esiste una sostanziale coincidenza di pensiero, che nega le ideologie e l'esistenza delle categorie destra e sinistra viste come retaggio di un secolo finito. Anzi morto. Il fondatore di Forza Italia, contro i politicanti e le categorie politiche tradizionali, invocava la forza del buon padre di famiglia e del bravo imprenditore. Invece i due esponenti del governo del cambiamento evocano continuamente la "concretezza" e il "contratto di governo", che non ha idee profonde, progetti di cambiamento sostenuti da forti convincimenti ideali e valoriali, ma solo clausole contrattuali. Cose da fare, appunto. E che si possono fare (ma davvero si faranno?) anche se si hanno visioni molto diverse. E non su temi secondari, di contorno, ma su questioni che dovrebbero essere, e probabilmente sono, dirimenti, come la famiglia, il ruolo della donna, il concetto e il valore della democrazia.

Naturalmente si può obiettare che l'essere né di sinistra né di destra, né con le Br né con lo Stato, è una ideologia a tutti gli effetti. Una super ideologia mascherata. Con la doppia negazione di due contrari si cerca infatti di accreditare una terza via che quasi sempre è fantomatica, come ogni ideologia confusa. Uno dei risultati più tragici o comici di questo confuso di idee e valori, è la comparsa nel dibattito pubblico di affermazioni che non stanno in piedi ma vengono comunque sostenute e accreditate. Memorabile è la dichiarazione di Luigi Di Maio: «I nostri valori sono quelli di Berlinguer e Almirante», che conferma come i responsabili politici, che oggi fatichiamo assai a chiamare leader, non sanno bene di cosa parlano.

Ma la politica è una professione bizzarra, perché presuppone due abilità che non hanno una relazione intrinseca. La prima è ottenere il potere, perché se non sali al potere puoi avere le migliori idee del mondo, ma è inutile. La seconda abilità è che una volta al potere devi sapere come governare. Però non ci sono garanzie che chi sa o saprebbe governare possa accedere al potere. Ma allo stesso modo non è scontato che chi accede al potere sappia governare. Ora ognuno può pensarla come crede, resta però il fatto che una buona classe politica di governo dovrebbe avere una buona cultura politica. Ora siamo nel pieno di un non pensiero politico che si manifesta nell'insignificanza.

Se i politici non sono più ispirati dalle ideologie, dalle visioni di società nuove e da grandi progetti di cambiamento ma dal "buon senso" e dalla "concretezza", la cosa non è per niente consolatoria, perché (per dirla con André Gide) «se con i buoni sentimenti si fa della cattiva letteratura, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno».