Racconti


La cioccolata

Mia moglie se ne accorgerà senz'altro, è inutile che mi ostini a dirle di aver trascorso tutto il pomeriggio al circolo. Anche scuotendo energicamente le scarpe, qualche granello di sabbia resterà sicuramente tra le scanalature della gomma, e nel soggiorno di casa incerato e lucidato, lascerà inesorabilmente il segno di questa mia ennesima passeggiata autunnale in riva al mare. 

Da quando sono in pensione, le preoccupazioni di mia moglie riguardo alla mia salute sono cresciute notevolmente; non che prima non si preoccupasse, ma dal momento che ho lasciato il lavoro le sue attenzioni nei miei confronti sono diventate quasi scientifiche. Arriva persino a seguire le previsioni metereologiche per consigliarmi il vestiario del giorno dopo, e per lei anche una semplice passeggiata sulla spiaggia può diventare motivo di rimprovero. La scusa del circolo qualche volta funziona, ma spesso sono costretto a confessarle questa mia necessaria debolezza.

Fin da quando ero giovane, ho sempre provato un senso di piacere a camminare sulla battigia deserta del litorale. Mi ritorna in mente l'estate e le migliaia di persone che calpestano questa sabbia, rendendola mossa e sconnessa, direi impersonale, fino al punto di non poterne più comprendere i segni lasciati, come se ognuno avesse scritto su un foglio di carta rendendolo infine indecifrabile. Durante le mie passeggiate mi sembra di essere l'unico padrone di questo immenso foglio, di imprimerci la mia impronta, la mia soltanto e subito, con la riservatezza che solo la natura possiede, un'invisibile gomma di leggera schiuma cancella il mio passaggio.

Costeggiando la riva, si scorge la linea perfetta e affusolata della costa, che si perde a vista d'occhio in una lontana foschia. E' come se il mare potesse esprimersi al meglio, senza i trucchi dell'estate, senza abbellimenti, ma soltanto con i legnetti multiformi depositati a riva, che fanno da contorno a vecchie barchette da riverniciare a primavera o a qualche argano di pescatori in pensione che ogni tanto si riaffacciano al loro amore, calzando berretti di lana come bambini, nel deserto dell'autunno, per ascoltare meglio la musica del mare, le sue note perfette e incantevoli.

Nella mia vita ho conosciuto molti vecchi pescatori, e ho sempre notato in ognuno di essi una profonda saggezza, quella di chi ha vissuto l'esistenza circondato da questa perfezione e ne ha misteriosamente assorbito l'essenza. Camminando si possono osservare i lineamenti delle onde che si muovono rumorosamente per poi morire subito dopo, le onde come esseri umani: onde belle e brutte, alte e basse, larghe e strette, onde rumorose e silenziose, che durano tanto o che durano poco. La cosa che più mi affascina è quella di osservarle mentre nascono e poi vederle morire. A volte ne ho notate alcune piccole, insignificanti e silenziose, e poco dopo le ho viste morire risucchiate dal nulla. Ne ho notate altre belle, importanti e rumorose risucchiate dall'identico destino, nell'identico nulla. Ricordo di averne viste altre morire sul nascere, schiantate su uno scoglio, ignare della sua presenza. Le migliaia di persone che d'estate affollano questa riva ora deserta, mi sembra di riconoscerle in autunno nelle onde del mare, che scorrono rinnovandosi continuamente come generazioni umane.

E' da qualche minuto che un fastidioso venticello di tramontana fa scorrere le generazioni più in fretta, e muove sulla spiaggia tutto ciò che la sua forza riesce a trascinare. Mi siedo su una vecchia barchetta e mi godo questo spettacolo tra terra e mare, come se fossi il direttore d'orchestra. Mi passa vicino un sacchetto di plastica orgogliosamente gonfio di tramontana, come se quest'ultima ci giocasse per farmi piacere, come fanno i bambini quando si sentono osservati. Una pagina di giornale ogni tanto si libra in aria maestosamente, quasi con un senso di superiorità. Un pezzettino di carta colorata dalla forma rettangolare corre velocemente, si ferma, riprende a correre e si blocca ai piedi della barchetta su cui sto seduto. E' come se mi sfidasse, se volesse mettersi in evidenza. Mi sporgo fuori e allungando il braccio lo raccolgo. E' l'incarto di una tavoletta di cioccolata, forse abbandonata incurantemente da qualche bambino chissà dove e chissà quando. Spero soltanto che a quel bambino non sia stata regalata, perché la cioccolata regalata ha sempre un prezzo, in genere molto alto.

Per tutta la mia vita ho avuto questa convinzione, una come tante, che speravo di mutare nel corso degli anni, e invece è rimasta sempre più solida nel mio cervello e ormai credo che la porterò con me fino a quando la mia onda non verrà risucchiata dal mare. Osservando attentamente l'incarto colorato tra le mie mani, con le sue scritte e i suoi colori, cerco di immaginare il viso del bambino che ha assaporato la delizia del suo contenuto appagante e rassicurante. Da sempre la cioccolata è stata simbolo di piacere per i bambini, per tutti i bambini, ed è per questo motivo che spesso è stata usata come mezzo illusorio nei loro confronti.

Vedo ancora davanti ai miei occhi le camionette grigioverdi degli americani che distribuivano cioccolata a noi bambini; ragazzoni sorridenti che allungavano le loro braccia forti attorniate da un nugolo di manine sofferenti e desiderose di procacciare un dolce sapore a un piccolo palato avvizzito dagli stenti della fame. E non potrò mai dimenticare il viso di Peppino Marazzi, un bambino poco più piccolo di me, che correva più veloce di tutti e che riusciva in un baleno ad arrampicarsi sul muretto della chiesa e scavalcarlo, per poi farci gli sberleffi dalla cima dell'albero, e la rabbia impressa sulle nostre faccine imperlate di sudore. Anche con la cioccolata era stato più svelto di tutti noi, riuscendo a sgusciare tra la folla e ad allungarsi più volte fino a toccare ripetutamente le grandi mani dei ragazzoni americani e riempirsi le tasche dei suoi calzoncini corti sgualciti.

Quella sera non riuscii a prendere sonno ripensando alle tasche di Peppino gonfie di cioccolata, al suo viso imbrattato di marrone scuro e alla sua risata canzonatoria, che metteva in evidenza i piccoli dentini impastati di scura delizia, e quella tenera boccuccia che non riusciva a trattenere i rivoli laterali di saliva che mi dava un fastidioso senso di eccesso. Peppino aspettava che tornasse suo padre dal fronte e sua madre, una giovane e bella ragazza che ogni tanto veniva a casa nostra a fare il pane, era scura di carnagione e aveva due onde di capelli neri come il carbone bagnato che le coprivano quasi tutta la schiena.

Un giorno, di nascosto, l'avevo sentita mentre parlava con mia madre di suo marito, del padre di Peppino, e poco dopo l'avevo vista piangere. Per colpa della cioccolata, di quella cioccolata, arrivai persino, singhiozzando, a godere del fatto che mio padre era tornato mentre quello di Peppino ancora no: lo reputavo il giusto pegno per la sua ingordigia.

Dopo qualche giorno Peppino fu portato da un suo zio che abitava in un paese vicino; non ne avevo compreso il motivo, ma ascoltando alcuni discorsi di mia madre con le donne del vicinato, capii che quelle loro frasi a bassa voce celavano qualcosa di molto grave che soltanto alcuni anni dopo compresi, durante i quali non rividi più Peppino e sua madre, e nemmeno in seguito seppi più che fine avessero fatto.

La sera prima che Peppino fosse portato dagli zii, erano entrati in casa sua alcuni soldati americani ubriachi, e avevano malmenato e violentato la giovane madre davanti ai suoi occhi, lasciandola quasi in fin di vita sul letto dove il padre non avrebbe più dormito. Quelle grandi mani che avevano riempito di cioccolata le tasche dei calzoncini corti sgualciti di Peppino, forse quelle stesse mani, avevano poi chiesto un prezzo alto, ingiusto, assurdo. Avevo quasi quindici anni quando capii ciò che era avvenuto quella sera, e ricordo che andai a inginocchiarmi davanti al crocifisso della camera dei miei genitori per chiedere perdono di aver gioito quel maledetto giorno di molti anni prima, per colpa della cioccolata, della mancanza del padre di Peppino.

Non seppi più niente di lui, di quel bambino più agile di tutti noi che era riuscito ad avere più cioccolata, una cioccolata regalata che pagò molto cara, troppo cara, esageratamente cara. Credo di averlo riconosciuto qualche giorno fa durante un notiziario televisivo, quando ho visto un dittatore, uno dei tanti che ancora esistono nel mondo, circondato da una schiera di bambini ai quali distribuiva cioccolata. Il dittatore, sorridente, regalava cioccolata a decine di bambini con i visi identici a quello di Peppino ma poi, osservando meglio, mi sono accorto che assomigliavano anche ai bambini che insieme a me protendevano le loro piccole mani sopra le camionette grigioverdi degli americani. Quelle stesse mani forti e amiche che fecero gioire Peppino per poi prendersi ciò che lui aveva di più caro, erano le stesse mani rassicuranti che ancora oggi donavano cioccolata e che domani avrebbero consegnato kalashnikov per assurdi giochi di morte. Anche a mio figlio ho insegnato che la cioccolata regalata ha sempre un prezzo, spesso molto più alto della gioia di gustarla.

Come per dimenticare, lascio cadere l'incarto colorato della cioccolata e subito il venticello di tramontana lo fa volteggiare giocosamente per poi farlo librare e portarselo lontano, con la stessa agilità del piccolo Peppino.

Incomincia a fare freddo e decido di tornarmene a casa, anche perché certamente troverò mio nipote che mi allieterà qualche ora e non farà accorgere mia moglie dei granelli di sabbia che sicuramente lasceranno il segno sulla perfezione della cera. Mentre assaporo l'ultimo sorso di aria salmastra, resa più intensa per via del vento pungente, mi viene in mente che anche a mio nipote non ho mai regalato cioccolata. Un giorno anche a lui racconterò la storia di Peppino Marazzi, e mi farò promettere di raccontarla a suo figlio e al figlio di suo figlio, e tramandarla fino a quando più nessuno avrà bisogno di regalarla, la cioccolata.