La Stanza degli Ospiti 3

Lo parlà de 'na ota

RICCHEZZA CULTURALE E SCHIETTEZZA ESPRESSIVA DEL DIALETTO

di Fernando Romagnoli


"Il contadino che parla il mio dialetto è padrone di tutta la realtà". Così scriveva, nel 1951, in "Dialetto e poesia popolare", Pier Paolo Pasolini. In un'Italia che il grande intellettuale, poeta, corsaro, profeta, vedrà, di lì a qualche anno, preda di una vera e propria mutazione antropologica. Assediata da uno sviluppo che non è progresso, dall'omologazione culturale e da un incipiente consumismo, che egli non esiterà a definire "nuovo fascismo". Pasolini, tra le cui mani il dialetto friulano, la lingua della sua terra, diventerà grande poesia, puro canto, vedeva, nelle parlate locali, nell'oralità delle classi subalterne, resistere faticosamente, sopravvivere a stento, qualcosa di prezioso e incontaminato. Una ricchezza inestimabile, un patrimonio culturale da tutelare, proteggere, valorizzare. Il nostro mondo non è più il suo. Viviamo, ora, nell'epoca della globalizzazione e della telematica, "invasi" dai social network, bombardati dall'imperversare di anglicismi e tecnicismi, che stanno addirittura insidiando e "corrodendo" l'edificio millenario della nostra bella lingua nazionale. E parlare di dialetto, lingua inusuale, desueta, radicata nella particolarità del "locale", risuonante all'ombra del Campanile, dentro un mondo "piccolo" che è ormai quello di ieri, potrebbe sembrare "folle", passatista, anacronistico. Come pensare di abitare ancora un mondo contadino e patriarcale, che rivive soltanto in periodiche, folkloristiche rievocazioni. Come andare contromano su una grande arteria autostradale, dove tutti sfrecciano in direzione della modernità.

Il dialetto, invece, sono le nostre radici più genuine e autentiche, affondate nella terra delle nostre colline; nel ciclo eterno delle stagioni, che hanno scandito il duro lavoro dei campi e le feste paesane; tra le pietre secolari dei nostri borghi.

È l'anima di una comunità. Che, come una spugna, si è imbevuta, impregnata, nel corso degli anni, di volti, fatti, momenti, occasioni, riti antichi e antiche consuetudini. Di spicciola, formicolante quotidianità. Sedimentata e riaffiorante in questa lingua familiare, meraviglioso strumento di comunicazione diretta, faccia a faccia, guardandosi negli occhi. Una lingua capace di racchiudere e veicolare un tipo di emozione che l'Italiano, sicuramente più formale, libresco, "ingessato", non sa rendere così efficacemente. E di resuscitare, miracolosamente, un mondo. Il dialetto è la nostra più veritiera carta d'identità, il segno inconfondibile che ci identifica, che ci lega e apparenta a un certo tempo e un certo luogo, a un paese, che ci conferisce un posto nel mondo. Quello e non un altro.

Scriveva Cesare Pavese: "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

E ancora: "E io ce l'avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi, non più per dire "Conoscete quei quattro tetti?", ma per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla".

Attraverso il dialetto, lingua verace, colorita, i suoi suoni schietti e sinceri, naturali, "nostrani", considerati a torto meno nobili, ereditiamo la nostra infanzia, la nostra memoria, la nostra storia, quella dei nostri padri e dei nostri nonni. Al punto che potremmo dire (prendendo a prestito il titolo di una famosa canzone di Francesco De Gregori) che, così come "la storia", anche il dialetto "siamo noi". È esso il filo rosso che ci riconnette alle nostre origini, alle nostre radici. Quel motivo fondamentale nel tappeto, nell'arazzo intessuto della nostra vita che, come nel racconto di un grande scrittore americano, Henry James, ne regge l'intera trama, ne disegna le immagini, le volute, gli ornamenti. E a tirarlo via si distrugge il tappeto stesso, si disfa quasi l'ordito della nostra esistenza.

Le Marche sono una Regione che per la sua particolare morfologia (un mare di dolci colline e tanti fiumi a pettine che si incamminano verso la costa, solcando altrettante vallate, che disegnano anche piccole isole linguistiche e culturali) presenta una varietà incredibile di accenti ed e espressioni. Quasi al limite dell'incomunicabilità, tra l'alta e la bassa Marca, tra la parlata pesarese-urbinate e l'ascolana.

Il dialetto di Belmonte Piceno (inscritto in quello dell'area fermano-maceratese) viene portato in scena e fatto rivivere, insieme a tradizioni e momenti di vita quotidiana, da una compagnia teatrale nata proprio all'interno del borgo, "La Nuova", di Gabriele Mancini. La bravura degli attori, le loro battute brillanti, pungenti divertenti, riescono, meravigliosamente, a ricreare e restituire tutta la sapidità e l'ironia di cui è impregnato.

Di questo dialetto di tipo fermano a Belmonte Piceno, Albino Vesprini e Carlo Tomassini, memorie storiche del borgo, hanno raccolto amorosamente locuzioni e vocaboli, sistemandoli in un vocabolario che è uno scrigno prezioso. E una fantastica macchina del tempo. Soltanto a sfogliarlo, ci precipita dolcemente e felicemente in un tempo lento, animato di senso, il tempo di ieri. Lontano dal ritmo convulso, divorante delle nostre giornate, del nostro frenetico, concitato correre dentro una vita saturata dalla fretta e dall'impazienza. Barricati dietro un vetro opaco, nell'estraneità irriducibile di un acquario elettronico. Spento il dialogo, smarrita la strada di casa.

E a questo prezioso strumento, questo vocabolario, vorrei infine attingere per restituire tutta la magia de lo parlà de 'na ota. Di una lingua che abbiamo tutti ancora addosso, sottopelle, come un'unghia incarnita. Una lingua spirante ancora musica dall'anima.

Pescando qua e là, così, alla rinfusa, a brodolò, a cazzu de cà.

Di espressioni e termini straordinariamente evocativi, esemplificativi, nella loro pregnanza, di quanto detto finora, ce ne sta mutuvè. A occhiu e croce, parecchie jumelle, 'na callara!

E qui, a conclusione del nostro discorso, a ce casca a pennellu, a pippa de coccu. Perchè anche da pochi esempi (questi che ho buttato là e qualche altro che aggiungerò alla fine; esempi, peraltro, limitati alla sola lettera A, e ad alcune colorite locuzioni, ad alcuni ruspanti modi di dire) si può appezzare (un gorbu se sse po'!) tutta l'inimitabile ricchezza della cultura popolare del nostro borgo. Riaffiorante, come per un incantesimo, dal pozzo profondo del passato. Una ricchezza che sgorga e zampilla ancora limpida e fresca, come acqua sorgiva. E pe finì, allora, ve ne vutto llà natra jumella.

Manco ve la faccio pagà!

A me cce facete rremette!

Quantè veru Dio, me pigliesse un gorbu ecco se dico che me cce rmà checcò 'nsaccoccia!

Dopo lamenteteve, sa!

A mmazzacortelli

A paccà

A pettu

A rotò

A pisciarella

Mo vasta, però! Sennò a me mannete a spiantu, a zampe per aria, a me rruinete a pigliavve tutto cuscì, a scroccu!