Scritture scriteriate

L'ombra che non cammina


Ho conosciuto due strani tipi. Età, uno sui trenta, l'altro sui quarantacinque. Strani e soprattutto simili. Non tanto perché entrambi pazzi. Ce ne sono tanti. Spesso sentite dire: "e chi non lo è, in qualche modo", pazzo s'intende, ma questi erano proprio particolari e soprattutto innocui, come spesso lo sono i pazzi, salvo quelli pericolosi per se stessi. Questi due erano simili perché entrambi avevano un rapporto particolare con la propria ombra. O meglio, il trentenne aveva paura dichiaratamente della propria, mentre l'altro era ossessionato dall'idea di averla persa. La cercava ovunque. Andava al bagno del bar e guardava nel water, magari gli era caduta lì, si presentava alla mensa Charitas e scrupolosamente alzava il piatto, svolgeva il tovagliolo di carta per controllare se si annidasse lì, si guardava intorno come perso perché... aveva perso... la propria ombra. L'ombra era (o meglio spero è) per lui come una coscienza, o un alter ego di cui fidarsi, un'amica che gli recava (finché ce l'aveva) la morbida carezza della mamma e nel suo estremo desiderio di amore e di sconsolata assenza gli era venuto a mancare (diceva lui) anche questo sostituto della madre, del padre no, perché ne serbava cattivi ricordi, ma la madre finché c'era stata lo aveva accudito, vezzeggiato, lo viziava, lo accarezzava, lo avvolgeva teneramente nella nube del suo amore e gli stava sempre dietro, come un'ombra appunto. Ogni suo movimento era seguito da quello della madre e, morta questa, il suo posto era stato preso dall'ombra. Ma ora anche questa non c'era più, non si manifestava, o almeno lui non la vedeva e quindi la cercava accanitamente. Una volta addirittura credeva di averla ritrovata in un libro che gli piaceva leggere e rileggere. Quando l'ho conosciuto me ne ha rivelato il titolo che poi è uno di quelli che io stesso amo a dismisura: L'isola del tesoro di Stevenson e che anch'io periodicamente rileggo. Forse che vi aveva trovato, sia pure per qualche ora di rilettura, il suo unico tesoro? La propria ombra? Chissà! Certo, ho pensato, deve essere dura vivere così, alla ricerca costante della propria ombra. Voltarsi a ogni pie' sospinto a controllare di esserne seguito e scoprire (o meglio esserne convinti) che la tua ombra è sparita. Forse migliore la condizione del trentenne che aveva paura anche della propria... ombra. Certo, vita dura anche questa. Aver paura di tutto, persino della propria ombra che ti segue come a insidiarti in qualsiasi momento, pronta ad assalirti, colpirti, metterti a terra e farti urlare uno strazio tutto tuo e incomprensibile agli altri. Ma almeno lui può sempre chiudersi in una stanza senza luce, e quindi senza ombre, ascoltare musica, farsi leggere un libro da un amico, persino avere rapporti intimi con l'amata o l'amato. Ma! È sera, salgono le prime ombre che annunciano la fine della giornata ed io né mangio alla Charitas né mi chiudo in una stanza al buio e se mi chiedete il senso di queste parole, non so cosa rispondere e lascio tutto al lettore.