L'ultima parola

a cura di Fernando Romagnoli

Una piccola rubrica, un piccolo spazio in coda alla Home Page, come l'ultima pagina di una rivista, affidata in genere dal Direttore a voci autorevoli, a firme prestigiose. Una piccola oasi abitata dal silenzio, fertile di stimoli e suggestioni, per offrire sollievo e ristoro al pensiero e alla meditazione.
Una rubrica in cui riportare, semplicemente, una citazione, alcune frasi, un frammento di testo, una pagina, una poesia... Qualcosa di bello, intenso, luminoso, significativo, partorito dalla penna di uno scrittore, un poeta, un intellettuale... Parole che possano toccare, emozionare, scuotere, spiazzare, da proporre all'attenzione e alla riflessione. Così, liberamente, senza caricarle e appesantirle di note, spiegazioni, commenti.
Il titolo della rubrica è L'ULTIMA PAROLA. Ultima perché appunto autorevole, non banale, non risaputa, non scontata, non effimera, come tante che invece ci ronzano fastidiosamente intorno. Come lo sciame delle parole stantie, precotte, preconfezionate dalla stupidità delittuosa della televisione (l'espressione è di Pasolini) o usurate, manomesse, rapinate, dalle infinite piazzate e menzogne della politica o, ancora, triturate e consumate nel pulviscolo del bla bla bla dilagante, nella chiacchiera sterminata e ottundente di un mondo vociante.
E autorevole, quest'ULTIMA PAROLA, perché inchiodata sulla carta da chi scrive non per "apparire", o per una gloria da quattro soldi, ma perché ha qualcosa di importante e urgente da dire, da comunicare. Perché è "necessario". C'è molta poesia a stare zitti/se non si ha niente da dire, cantava Lucio Dalla.
Parole, dunque, che sfidano il tempo, gli anni, le stagioni, e si candidano a durare. Afferma Elias Canetti: Pronunciate ogni parola come se fosse l'ultima. Una nobile e solenne definizione della scrittura, che ha suggerito il titolo di questa rubrica. E un ammonimento a cui gli autori che verranno qui convocati terranno sicuramente fede.

Sono i maestri che non scordiamo, quelli che hanno lasciato un'impronta indelebile dentro di noi. E' l'etimo del verbo insegnare: lasciare un'impronta, un segno, nell'allievo. Non li scordiamo non solo per quello che ci hanno insegnato, per il contenuto dei loro enunciati, ma innanzitutto per come ce lo hanno insegnato, per l'enigma irrisolvibile della loro enunciazione, per la loro forza carismatica e misteriosa. E' quello che più conta nella formazione di un bambino o di un giovane. Non il contenuto del sapere, ma la trasmissione dell'amore per il sapere.

Gli insegnanti che non abbiamo dimenticato e di cui ricordiamo bene i nomi, i volti, il timbro della voce, la figura, coi quali abbiamo una relazione di debito e di riconoscenza, sono quelli che ci hanno insegnato innanzitutto che non si può sapere senza amore per il sapere, che il sapere raggiunto senza desiderio è sapere morto, sapere separato dalla verità, sapere falso. Diciamolo meglio: questi insegnanti hanno incarnato ai nostri occhi uno «stile». Lacan lo diceva a suo modo, riprendendo un celebre detto di Buffon: «Lo stile è l'uomo». (...)

L'effetto di una lezione non è forse l'effetto dell'apertura di un mondo? Di un «vento di primavera», come direbbe il Nietzsche di La gaia scienza? (...)

I veri insegnanti non sono quelli che ci hanno riempito la testa con un sapere già costituito, dunque già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi al fine di animare un nuovo desiderio di sapere. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte precostituite. (...)

Per questo si può dire che ogni bravo insegnante non è tanto colui che sa, ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy in La strada, sa «portare il fuoco». Non è qualcuno che istruisce raddrizzando la pianta storta, né qualcuno che sistematicamente trasferisce i contenuti da un contenitore all'altro, secondo schemi o mappature cognitive più o meno raffinate, ma colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della Comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire un'immagine di «allievo ideale». (...)

Piuttosto, esalta i difetti, persino i sintomi, le storture di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. E', insomma, qualcuno che, innanzitutto, sa amare chi impara, il che significa che sa amare la vite storta

       Massimo Recalcati


BAMBINI E SINISTRA

Chi dice ai bambini

dovete pensare a destra

è di destra

chi dice ai bambini

dovete pensare a sinistra

è di destra

Chi dice ai bambini

non dovete pensare affatto

è di destra

chi dice ai bambini

quel che pensate è indifferente

è di destra

Chi dice ai bambini

quello che lui pensa

e dice loro anche

che vi potrebbe essere qualcosa di

sbagliato

è forse

di sinistra.

Erich Fried


Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l'istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.

Italo Calvino