A mollo per ventiquattr'ore, il doppio dei fagioli secchi

03.12.2016 19:36

Il Silenzio, la suggestiva melodia che si suona nelle caserme, nacque in America durante la Guerra di secessione, inventato da un ufficiale nordista e adottato in seguito da mezzo mondo. Il Silenzio elettorale, invece, ovvero la sacra vigilia del voto in cui si tace ogni forma di propaganda politica, vige in parecchi Paesi ma non negli Stati Uniti, dov'è considerato una violazione della libertà d'espressione e un segno di scarsa considerazione per la maturità dei cittadini che, votando ormai da molti anni, non hanno bisogno di un giorno di apnea mentale per decidere dove fare la croce sulla scheda. Dove la democrazia è più recente, invece, si ritiene che le opinioni vadano tenute a mollo nel cervello per ventiquattr'ore, il doppio dei fagioli secchi. In questo lasso di tempo, nelle intenzioni della legge varata nel 1956, dovremmo “riflettere” restandocene seduti a reggerci il mento come il Pensatore di Rodin, a pensare cosa scegliere il giorno dopo nel silenzio della cabina elettorale, dove Dio ci vede e Grillo e Renzi no. Questa pausa ricorda un po' l'esame di coscienza che i vecchi manuali ecclesiastici prescrivevano prima della confessione, per presentarsi nel silenzio del confessionale con le idee chiare e ottimizzare i tempi del sacramento, perché con una confessione malfatta potevi giocarti la vita eterna; il voto sbagliato può rovinarti una fetta significativa di quella terrena. Come dicevo, la legge è del 1956, nel pieno della guerra fredda, anno in cui le truppe d'occupazione sovietiche avevano appena lasciato l'Austria e pochi mesi dopo avrebbero soffocato la rivolta in Ungheria, mentre in Italia l'alleanza Pci-Psi tallonava la Dc. Era un'epoca di passioni politiche intense e potenzialmente gravide di conseguenze, specie per un Paese come il nostro. Era giusto “pensarci bene” prima di votare, rituale nuovo per tanti italiani. Non che adesso si debba votare alla leggera, specie in materie delicate come le riforme costituzionali, ma almeno non corriamo il rischio di svegliarci con i carri armati sotto casa o un tizio in divisa che si proclama capo del governo.

Il “silenzio elettorale”, com'è giusto che sia in un Paese ormai saldamente democratico, è poco più che una convenzione. Come nei vecchi collegi, quando la sera scattava l'obbligo del buio e del silenzio nelle camerate e iniziavano i messaggi in codice, i generi proibiti passati di straforo e i libri letti di nascosto con torce mimetizzate sotto le coperte, nel giorno di tregua elettorale è tutto un girare di messaggini e appelli semiclandestini. Per non parlare di Internet. Un piddino ha proposto addirittura un'estensione della legge ai siti internet e ai social network. Forse per una volta si può dare ragione a Matteo Salvini, che definisce la norma «fuori dal mondo e dal tempo». 

 

© Riproduzione riservata