A una moglie l'istruzione non serve

10.04.2017 12:29

Un grazie di cuore all’insegnante che ha segnalato il caso della sua allieva rapata a zero dalla famiglia perché si rifiutava di indossare l’hijab, attivando l’accoglienza della ragazzina in una comunità. Grazie agli assistenti sociali che hanno tolto alla famiglia una quattordicenne marocchina presa a frustate da padre e fratello perché vestiva all’occidentale (la storiella delle cinghiate per il basso rendimento scolastico non ce la beviamo). Grazie alla coraggiosa compagna di classe della quindicenne egiziana promessa sposa a un uomo molto più grande di lei nella patria di origine, per averle consigliato di telefonare al numero del Servizio Emergenza Infanzia, invece di tentare per la seconda volta il suicidio, e che ora è alloggiata in una struttura e pare finalmente serena. Grazie alla polizia, al Tribunale dei Minori, agli assistenti sociali che sanno intervenire quando tanti voltano il capo perché le comunità islamiche “si offendono”, mentre altre comunità religiose devono tacere in nome dell’insindacabile diritto alla satira.

In questi giorni di Salone del Mobile si sono fatte dotte dissertazioni sui recuperi urbanistici e sociali delle periferie, e allora mi sono chiesto se oltre a discutere di verde e di recupero di zone abbandonate, qualcuno si sia domandato come si vive in quelle zone dove trovano rifugio decine di migliaia di immigrati. Per noi abitanti felici del mondo rarefatto, la realtà di queste storie appare lontanissima, un fastidioso e per molti versi incredibile accidente nelle nostre esistenze illuminate dagli studi, dall’opportunità di poter scegliere lavoro, amicizie, compagni di vita. E quando parliamo di quartieri da riqualificare pensiamo subito agli edifici e non a chi questi edifici ospitano.

Non è la prima volta che tratto questi argomenti, me ne occupo da quando ho scoperto che il tasso di abbandono scolastico nelle scuole medie inferiori e superiori in Italia (fra i più elevati in Europa), deriva in maniera non trascurabile dalle studentesse di religione islamica. I dati che cito risalgono a un anno fa, ma non credo siano cambiati: meno della metà delle bambine egiziane arriva alla scuola media e solo il trenta per cento alle superiori. Le ragazzine vengono ritirate dalla scuola al primo menarca, oppure quando vengono promesse spose nel loro paese di origine, con la complicità e addirittura la spinta delle madri. «A una moglie l’istruzione non serve» è stato detto alla quindicenne dalla stessa donna che l’aveva messa al mondo, assoggettata dall’ignoranza, incapace perfino di immaginare per la propria figlia un destino diverso dal suo. Non dobbiamo dimenticare che la spirale della sopraffazione e della violenza nasce dall’educazione femminile ben prima che da quella maschile.

Per quel poco che ho studiato di Sociologia, posso dirvi che lo sviluppo di una società dipende in buona parte dal grado di istruzione delle donne che ne fanno parte, per il loro ruolo fondamentale, insostituibile, nella formazione del carattere e del pensiero dei figli, della loro percezione del mondo che li circonda. Una madre poco istruita, succube del marito economicamente, psicologicamente e quasi per fatale conseguenza anche fisicamente, diventa per il figlio maschio l’esempio primigenio della sudditanza femminile all’uomo e la prova della sua inferiorità, ma anche la prima voce e la prima interprete di una visione limitata e predatoria del mondo.

Nelle vicende di questi giorni, non dobbiamo dimenticare anche un secondo aspetto, che riguarda la nostra storia. In Italia l’affrancamento delle donne dal potere e dal volere maschile è un dato talmente recente e ancora così fragile da essere all’origine di molti fra gli assassinii che impropriamente chiamiamo femminicidi, invocando poi la formula stolta e ipocrita dell’"amore malato" per giustificarne il movente. Dietro i femminicidi non c’è solo la rottura di una relazione, c’è sempre la volontà di indipendenza. Cito due date per rinfrescare la memoria: in Italia la legge sul delitto d’onore è stata abrogata nel 1981, il referendum sul divorzio nel 1974. Trentasei e quarantatré anni sono pochissimi per incidere su una mentalità radicata da millenni e sostenuta dalla Chiesa. Ecco perché le “nostre” ragazze dell’Islam hanno iniziato a salvarsi da sole. 

 

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