Almeno portatele un po' d'arance

19.10.2015 20:59

Come fai a rimproverare i familiari del piccolo Loris Stival, il bambino ucciso lo scorso anno in provincia di Ragusa, per aver accettato i compensi per le comparsate sulle reti Mediaset

«Ci stavamo facendo uno stipendio» hanno detto ai giornalisti.

Effettivamente non è che in Sicilia i posti di lavoro abbondino, e tutto sommato, in una regione storicamente nota per la riluttanza dei suoi abitanti a dire quel che pensano, che qualcuno decida di farlo, anche se dietro pagamento, è un segno incoraggiante.

Per la famiglia della madre (quella Veronica Panarello che per ora è l’unica accusata dell’omicidio) la morte del piccolo sta diventando un business economico, ma questo lo dicono quei moralisti degli inquirenti, secondo i quali i congiunti del bambino avrebbero dovuto parlare solo con i magistrati. Altro che ospitate a 3.500 euro l'una, magari pilotate da Barbara D'Urso per accontentare sia gli innocentisti che i colpevolisti, sennò poi nelle case di riposo i vecchietti litigano.

E si capisce, perché se la mamma del piccolo dovesse apparire innocente, il pubblico perderebbe interesse e addio stipendio per la famiglia. La notizia dovrebbe rassicurare tutti quelli che credono che la televisione non conti più nulla e che tutto corra attraverso la rete: il piccolo schermo per la maggior parte degli italiani è ancora un termine di eterno consiglio, perfino per quelli che sono sempre con il tablet in una mano e lo smartphone nell'altra. Come il nostro premier, che dopo aver parlato male dei talk-show, sta sempre in televisione, consapevole che è il social network che traccia il solco ma è il telecomando che lo difende.

Eppure lo zoccolo duro della televisione non sono i talk-show, bensì quelle trasmissioni del mattino e del pomeriggio a base di attualità, onnipresenti nei bar, nelle tavole calde, nelle portinerie e negli ospizi, guardate da un pubblico la cui ala più giovane ha già cominciato a prendere le pillole per la pressione e avverte i primi problemi alla prostata. E lì le storiacce “alla Loris” sono come l'acciaio per l'industria pesante.

Le aziende comprano spazi pubblicitari a bizzeffe in quelle trasmissioni, e vendono pasta per dentiere, farmaci anticolesterolo e pannolini a prova di risata, e le reti pagano a loro volta profumatamente i fornitori di miserie umane, di cui va pazza la gente.

È un circolo virtuoso. Non si capisce perché i familiari del piccolo Loris dovrebbero sbottonarsi gratis con Barbara D'Urso, visto che non possono avere altri tipi di ritorno, come punti nei sondaggi, voti alle elezioni o pubblicità per il proprio libro.

Chissenefrega di andare in televisione con viaggio e soggiorno pagato e un'ora di visibilità nella fascia pomeridiana, mica sono scrittori, attori o politici. Eppoi i protagonisti dei fattacci di cronaca sono gli unici che danno al grande pubblico ciò che il grande pubblico vuole veramente, e cioè il senso di superiorità (per quanto abbia una vita di merda, sono sempre meglio di questi qua). E allora perché negare ai familiari del povero Loris quel che non si nega ai figuranti di Forum?

Ciò che ti permette di “farti uno stipendio” è semplicemente essere interessante, qualità che non c'entra né con la bellezza né con la bravura. Se l'ultima Miss Italia non avesse dato quella risposta sulla Seconda guerra mondiale, nessuno se la sarebbe più filata un minuto dopo l'elezione; e invece è riuscita a trattenere l'attenzione del pubblico per ben una settimana e fare perfino un'ospitata nel tempio di Fazio, dove nessuna donna sotto i vent’anni ha mai messo piede.

Se hai l'«interessanza» (scritta così sembra la «luccicanza» di Shining) è giusto farsela pagare.

Cari Panarello, non fate sconti a una tivù-pannolone che senza di voi è condannata a bassi ascolti. Ma lasciate qualcosa anche a quella povera disgraziata in galera, a cui dovete la vostra fortuna. D’altronde siete in Sicilia, portarle un po’ d'arance non è un grande sforzo. Magari infilatele nella borsa di Prada.

© Riproduzione riservata