Cambiare restando umani e post-comunisti

28.08.2017 12:41

Una politica così avara di parole non si vedeva da tempo. Una sinistra così taciturna non l’abbiamo mai conosciuta. Parlano i giornali di destra, non tace mai Matteo Salvini, mentre tutti gli altri sì. Non c’entra l’estate. Non è colpa del caldo o delle vacanze. È che la scelta che hanno di fronte, soprattutto i politici di sinistra, è difficile. Non sanno che cosa dire. Non li apprezzo ma li capisco. Sono riusciti, soprattutto quelli usciti dal Pd e anche molti che lì sono rimasti, a fare propria la bandiera della diseguaglianza. Ma sui temi dell’immigrazione, del modello di società multiculturale e multietnica non sanno che dire. Dopo due mandati di Obama, in America un razzista è tornato alla Casa Bianca. La questione islamica sembra chiusa nel dilemma se favorire e accettare tutte le infamie compreso il silenzio su Giulio Regeni, le dittature militari o lasciar esprimere il popolo islamizzato.

Qui in Occidente le povertà si mescolano, si sovrappongono e si scontrano. Servirebbero parole forti, quelle che segnano un’epoca, che non portano vantaggi immediati ma raccolgono gli eserciti. Servirebbero parole piene di ideali, solidi principi che fanno a cazzotti col vivere quotidiano. Servirebbe il coraggio dei primi riformatori sociali, dei primi fondatori di cooperative, dei primi rivoluzionari del Novecento, di quelli della Resistenza, resi tuttavia esperti anche degli errori commessi in nome del riscatto dei poveri. La destra ha messo in campo tutta se stessa, le sue viscere e le sue idee. La destra politica intendo. La destra reale è tante cose. È anche una borghesia piena di dubbi, gli stessi della sinistra.

Minniti e tutta quella sinistra che vuol fare la destra (la sinistra “à la droite”, come ho scritto in un precedente articolo) vive l’improvvisa popolarità ma sicuramente sente la fragilità del consenso. Dubito, invece, che senta la vergogna. Come sempre bisogna cercare di andare all’origine delle cose. L’origine delle cose è la loro complicatezza, la difficoltà di governare un mondo che bolle e che vive sulla soglia di tante guerre. La difficoltà della sinistra è il suo passato ma, soprattutto, è il modo in cui si è liberata del suo passato. Il “pentimento” sul comunismo ha portato via con sé le ragioni per cui il Novecento si è imbattuto in un’idea così palingenetica e alla fine così intollerante e mostruosa. La sinistra è uscita tardi da quel mondo, anche la sinistra rappresentata dai comunisti italiani che pure tanti tentativi, prevalentemente con Enrico Berlinguer, aveva fatto.

Solo che la rinuncia al nome ne ha anche smarrito la spinta. Non si è litigato su come cambiare e cosa cambiare, ma su come legittimarsi, su come fare la scimmia degli altri. Nasce da qui (è la mia polemica ricorrente) l’idea dannosa della “sinistra di governo” che inventandosi la contrapposizione a una sinistra di testimonianza (la sinistra antagonista non è di testimonianza, anzi) misura i propri passi sull’accettazione di un ceto di moderati che ormai la crisi ha interamente radicalizzato. Esistono tuttora i costruttori di schieramenti politici, ma non esiste più il Centro, non esistono i moderati, non c’è più, politicamente parlando, il ceto medio. La sinistra di governo non sa più che vestito mettersi. Il Papa dice cose misericordiose che scottano la pelle dei reazionari di tutto il mondo. La sinistra di governo sta lì imbambolata, avanza propostine su tutto in una epoca in cui bisogna rovesciare la società come un guanto ma soprattutto in cui la sinistra deve avere una cosa che non ha: la cultura politica.

In situazioni come queste ricordo sempre ciò che disse Ruggero Grieco, esperto di cose contadine dopo essere stato segretario del partito in esilio e autore di una lettera che fece arrabbiare Gramsci; diceva ai compagni che protestavano contro i dirigenti: «Presi uno per uno, sono tutti fetenti, tu pensa alla classe». L’ho scritto altre volte questo aneddoto e lo riscriverò sempre, almeno fino a che non troverò un sinonimo di quella “classe” e un sistema di idee che stia al suo servizio, cioè che aiuti a esprimere la volontà di cambiare radicalmente le cose in modo rigorosamente democratico, restando umani e post-comunisti.

 

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