Chiagni e fotti

28.12.2015 18:15

Capello biondo perfetto e viso angelico un po’corrucciato, è così che si è presentata la ministra Boschi di fronte alla Camera, chiamata a un’appassionata difesa di se stessa e del proprio babbo. A dir la verità un pro forma, perché non c’erano i numeri, lo sapevano tutti, e così lo show si è trasformato in una nuova sconfitta delle sgangherate forze di opposizione, quelle che di norma dovrebbero esercitare il ruolo di cani da guardia del Parlamento. I forzisti sono usciti prudenzialmente dall’aula lasciando a leghisti e grillini il ruolo di oppositori duri e puri: i “responsabili” da un lato e i “populisti” dall’altro, secondo un vecchio cliché gradito allo stesso Renzi.

Il tutto si è tramutato in uno spot a beneficio della famiglia Boschi; un discorso che alcuni hanno definito “non politico” ma che forse può essere l’unico vero discorso politico praticabile oggi in Italia: la difesa della propria famiglia. La famiglia è tutto. Un argine contro lo Stato, una protezione verso una società sentita come cattiva, mutevole e insidiosa. La famiglia intesa in senso ampio, quasi latino (familia): non certo la famiglia nucleare tipica dell’epoca moderna (e dei fessi), ma quella ben più ampia che può accogliere tutto: amici, compagni di partito e fratelli di loggia. La famiglia sinonimo di trasversalità, occasione di scalata sociale.

Uno spot che avrà rincuorato molti, che si sono rivisti e riconosciuti in quelle parole; tanti altri si saranno viceversa incazzati subodorando proprio nella “trasversalità” familista tipicamente italica le cause di fallimenti esistenziali, lavorativi, professionali. Un discorso tutt’altro che ecumenico, volto anzi a distinguere, a parlare a un elettorato preciso: i “nostri”. Gli altri, i non garantiti o semplicemente gli “sfigati”, secondo una ormai consolidata terminologia ministeriale, si possono anche arrangiare: che votino pure Grillo o Salvini, di loro non ci interessa.

L’appassionata narrazione della ministra è quella di una vicenda familiare che inizia con l’immagine del povero babbo che, ancora in calzoni corti, deve ogni santo giorno coprire a piedi i numerosi chilometri che lo separano dall’aula scolastica; un fulgido esempio di sacrificio contadino, poi piccolo borghese, poi ancora medio borghese, che si conclude con la laurea della futura ministra e poi degli altri due fratelli. Non c’è stato nient’altro, è bastato questo: nessuna carta, nessun complicato ragionamento politico o tecnico-giuridico. Niente. Soprattutto nessuna smentita di quelle voci secondo le quali la ministra sarebbe stata presente alla redazione di almeno uno dei decreti che hanno salvato le banche e probabilmente anche il “povero” babbo, il contadino diventato banchiere.

Nessuna parola è stata spesa per la vicenda che ha mandato sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori: gente umile, modesta, normali lavoratori e padri di famiglia, che non hanno fatto carriera nei consigli di amministrazione di banche o cooperative. Risparmiatori turlupinati, fresconi fregati dalla loro banca, espressione di un’idea e di un territorio. Nessuna parola su un sistema che si distingue per vischiosità, capacità di bruciare ingenti risorse, tendenza a finanziare progetti “imprenditoriali” quantomeno dubbi e sicuramente improduttivi. Perché la vicenda di Banca Etruria è pericolosamente analoga a quella di altri più o meno celebri e più o meno lontani crack che hanno caratterizzato il nostro sistema bancario. Sì, lo abbiamo già visto: la concessione di soldi facili ad amici o amici degli amici, di partito o di loggia, a chi non aveva la capacità di restituire il denaro avuto in prestito, oppure fondi per progetti che di imprenditoriale non hanno nulla. Perché questa è l’unica particolarità italiana, quella della “conoscenza” o dell’affinità politica: basta avere le conoscenze giuste e il gioco è fatto; non sono certo i criteri e le valutazioni di ordine economico a indirizzare il credito. Nelle belle vallate toscane, basta essere un fedele compagno di partito oppure un fratello, o ad abundantiam entrambe le cose, per avere le porte spalancate. Il discorso è tutto qui. Certo, poi viene fuori che Bankitalia sapeva ma si limitava alle letterine di rimprovero, in un gioco delle parti tra gatto e volpe, incomprensibile ai profani e a danno dei risparmiatori.

La mozione di sfiducia non aveva alcuna possibilità di passare; non ha fatto nemmeno il solletico al governo e tantomeno ha preoccupato la ministra che, non a caso, aveva sfidato le opposizioni a presentare i numeri della sfiducia. Disgustoso il siparietto di baci e abbracci andato in onda dopo l’appassionata “autodifesa” della Boschi: c’è chi si è limitato ai canonici due baci di congratulazioni, chi si è allargato a tre, chi addirittura si è lanciato in un ottocentesco baciamano. Un discorso che è stato una sorta di oltraggio al Parlamento, un nuovo «io sono io e voi non siete un cazzo» alla Marchese del Grillo, oppure, semplicemente, un «chiagni e fotti» alla napoletana.

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