Coglione ma non disonesto

30.05.2017 17:20

Fa davvero impressione leggere come colui che fu il traghettatore della destra da ghetto infrequentabile a partito di governo sia stato, almeno a sentire i magistrati, una sorta di regista occulto del riciclaggio al servizio del latitante re del gioco d’azzardo Francesco Corallo. E’ vero che fino al terzo grado di giudizio nessuno è colpevole, ma la difesa dell’ex segretario di Alleanza Nazionale – «è successo tutto a mia insaputa» – lascia un tantino sconcertati. Anche perché di mezzo c’erano i suoi cari: la moglie Elisabetta Tulliani e suo fratello Giancarlo, quello della famosa casa a Montecarlo da cui partì tutto, e uno dei suoi fedelissimi, il deputato Laboccetta, famoso perché durante una perquisizione della Guardia di Finanza negli uffici di Corallo non esitò a spacciare per suo un computer del medesimo onde evitare che gli inquirenti ci guardassero dentro.

Un altro deputato a suo tempo della cerchia, Francesco Storace, di fronte all’emergere sempre più evidente del coinvolgimento del suo ex leader gli ha consigliato di spararsi. Invito speriamo solo metaforico, visto che non sta bene augurare la morte a nessuno, forse istintivo debitore di quel sentimento di amicizia tradita che per i camerati è sempre stata un punto d’onore.

Ma in questo caso la pistola non serve, perché Fini si è suicidato da solo al termine di una lunghissima carriera non priva di successi e di estimatori anche tra chi militava su sponde opposte. L’apice lo raggiunse in un epico scontro con Berlusconi, ovvero colui che lo aveva politicamente sdoganato. Al grido di «Che fai, mi cacci?» rivolto al Cavaliere che mal ne tollerava l’autonomia di pensiero e azione, Fini fu eletto a idolo degli anti berlusconiani che all’epoca non esitavano a sposare chiunque si opponesse all’odiato nemico (qualcuno era addirittura arrivato a pensare di candidare l’ex moglie Veronica). Fini non fu cacciato ma se ne andò da solo, fondando Futuro e libertà, di cui si persero quasi subito le tracce.

Da allora fu un inesorabile precipitare, fino alla scandalo della casa di Montecarlo che mise il sigillo tombale alla sua carriera. Molto più velenoso dell’invito a suicidarsi un altro commento di Storace, perché nel momento della disgrazia sono sempre gli ex amici a fare più male: «Gianfranco è uno che ha sempre sbagliato a scegliere gli uomini, e anche le donne». Ma è proprio sul tema donne dove il «coglione ma non disonesto» Fini (questa la sua autodefinizione) ha dato il meglio di sé, non scaricando la compagna e madre dei suoi figli come molti avrebbero voluto facesse, ma condividendone fino in fondo le vicissitudini, mettendo in pratica la vagamente scespiriana idea che una coppia deve affrontare unita i rovesci del destino.

 

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