Culo di tenebra

02.05.2016 19:11

Se fosse un romanzo, si intitolerebbe «Culo di tenebra», con tutto il rispetto per Joseph Conrad; ovvero l'Africa come uscita di sicurezza dopo una figuraccia nel teatro politico romano. Uscita non in senso letterale, cioè il passaggio attraverso cui si esce, ma nel senso di battuta inattesa. Com'è successo puntualmente a Guido Bertolaso, che liquidato da Berlusconi come candidato sindaco, ha pronunciato davanti alle telecamere l'immancabile frase «vado in Africa». Una frase che dovrebbe essere tabù anche per il politico più sinceramente filo-africano, vista la fortuna che in passato ha portato a Walter Veltroni, che se potesse tornare indietro, quando sulla poltrona di Fazio, in overdose di buonismo, annunciò l'intenzione di trasferirsi nel continente nero al termine del suo secondo quinquennio da sindaco di Roma, si cucirebbe la bocca, oppure prometterebbe qualcosa di meno audace, come ad esempio chiamare Pizzaballa il suo primo nipote. Perché non sarà stata colpa sua bensì dell'incalzare degli eventi ma, uscito dal Campidoglio, Veltroni in Africa a costruire ospedali non c'è andato. Era più urgente restare in Italia per costruire il nuovo partito della sinistra, il Pd, che effettivamente, a otto anni di distanza, un po’ lo ricorda un ospedale, non tanto il lebbrosario di Adzopé quanto l'indimenticabile clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue del film di Alberto Sordi. L'attuale primario non è il prof. dott. Guido Tersilli, ma un dottorino di Firenze che nei metodi gli assomiglia parecchio, poiché viene accusato di favorire i pazienti ricchi a scapito di quelli poveri.

A farne le spese, oltre a milioni di italiani, è stata la reputazione del povero e tutto sommato incolpevole fondatore del Pd, il cui nome completo ormai da anni è Walter-ma-non-dovevi-andare-in-Africa-Veltroni, che dell'Africa continua a interessarsi, nei suoi film, nei libri, nelle lettere scambiate con padre Zanotelli, e qualche volta c'è perfino andato, anche se come permanenza Flavio Briatore lo batte alla grande. Ma chi sperava di vederlo romanticamente seduto in camicione bianco davanti a una capanna, circondato da una famiglia africana, è rimasto crudelmente deluso.

Anche il Cavaliere un paio di anni fa ha avuto il suo momento «culo di tenebra», ma poi disse: «Volevo costruire un ospedale in Africa, anzi due ospedali per i bambini, ma poi mi hanno richiamato in politica». Anche per lui, come per Veltroni, le sofferenze dell’Italia meritavano soccorsi molto più urgenti che quelle dei bambini africani. Eppure si dice che molti bambini africani siano stati battezzati con il nome «Silvio», mentre di piccoli Walter dalla pelle scura, niente. Possiamo aspettarci una nidiata di baby-Bertolaso sudanesi? In fondo l'ex padreterno della Protezione civile a lavorare in Africa c'è stato veramente e di ospedali effettivamente ne ha aperti. Ma attenzione, quando un politico è in modalità «culo di tenebra», il «vado in Africa» significa «in questo momento ce l'ho a morte con il mio partito», e nel caso di Bertolaso il risentimento non sarebbe ingiustificato.

Eppure sono convinto che l’umile Guido, se gli verrà offerto un assessorato da Alfio Marchini o da Virginia Raggi o perfino da Giachetti (della serie “basta che respiri”) sia disposto a rinunciare a tutto e tenersi il mal d'Africa. Tanto l'Africa mica scappa. Chi scappa sono gli africani, a milioni, verso l'Italia, e finalmente si capisce il perché: sono stufi di aspettare l'arrivo dei nostri politici e visto che la montagna non va da Maometto, ecc. ecc.

A Ignazio Marino si può rimproverare tutto, ma anche nei momenti peggiori non ha mai ventilato l'uscita strategica africana. Se cambierà di nuovo idea e deciderà di ricandidarsi al Campidoglio, per la campagna elettorale potrebbe usare lo slogan: «Mai detto “vado in Africa”». Farebbe il pieno di voti.

 

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