Custos ventris

21.03.2016 20:28

Il diritto romano chiamava la donna incinta «venter», cioè pancia. La donna incinta non era una persona ma una pancia con dentro un feto. Se un uomo lasciava sua moglie mentre era incinta, restava comunque il responsabile di quel ventre, e diventava il «custos ventris», cioè il custode della pancia; questo fino a quando non nasceva il bambino, per assicurarsi che lei non abortisse. Se restava vedova, il «custos ventris» veniva nominato dal giudice, perché nell'antica Roma la gravidanza non era una questione privata ma un affare di Stato, e come tale doveva essere trattato.

La vicenda di Giorgia Meloni ci dimostra che l'antica figura del «custos ventris» sussiste ancora oggi nella Roma contemporanea. Da quando ha annunciato la sua gravidanza, non è più la leader di Fratelli d'Italia ma è diventata innanzitutto un «venter», l’unica differenza è che la custodia non è affidata al suo compagno o a una figura nominata da un giudice ma è stata assunta da una variopinta platea di soggetti: Bertolaso, Berlusconi, Salvini, i giornalisti, gli opinionisti e, nel mio piccolo, anche a me che sto scrivendo un articolo su di lei. Tutti ci arroghiamo il diritto di decidere cos'è meglio per il bambino di Giorgia Meloni, e se è opportuno o meno che la gestante corra per il Campidoglio (si sa che correre in certe condizioni è sconsigliabile) e se, nel caso dovesse vincere, riuscirà a prendersi cura sia dell'Urbe che del bambino.

I «custos ventris» sono più o meno apprensivi. Ci sono i mammisti all'antica come Bertolaso e il Cavaliere (che sicuramente preferiva Giorgia quando applaudiva raggiante le sue battute su Hitler e sulle ragazze che devono sposare i ricchi come lui), o quelli sbrigativi tipo Salvini e Santanché, che sostengono che ormai fare le ministre con i pancioni e la montata lattea è ordinaria amministrazione, per non parlare delle donne incinte che fanno la maratona, il sollevamento pesi e perfino i film porno. E ci sono i «custodes» perplessi come me, che non mi pongo la domanda se la gestione della gestazione è prima di tutto un affare della gestante (in Italia si è capito che è una battaglia persa, l'utero delle italiane è solo in comodato d'uso, dato che possono utilizzarlo unicamente nelle forme pattuite con Stato e Chiesa), ma se questo bimbo in arrivo Giorgia l'ha concepito col dio Marte, come successe a Rea Silvia, la vestale che partorì Romolo e Remo, oppure con il suo compagno. Non si può pretendere che il dio della guerra, super-impegnato oggi come tremila anni fa, si prenda un lungo congedo parentale, anche se sarebbe una bellissima cosa per l'umanità; ma per un autore televisivo come Andrea Giambruno (il compagno di Giorgia Meloni) non dovrebbe essere un problema accantonare per qualche tempo imprese essenziali come Mattino5 per occuparsi di suo figlio, qualora gli elettori affidassero Roma alla sua volitiva fidanzata.

La storia degli ormoni non vale solo per le mamme, anche nei papà si riscontrano cambiamenti ormonali durante l'attesa, e infatti all'arrivo del piccolo va giù il testosterone e sale la prolattina, non tanto da trasformare un uomo in una balia ma abbastanza da fargli sentire un forte bisogno di nutrire, accudire e proteggere la sua creatura. Tutte cose che quando Bertolaso e Berlusconi sono diventati padri erano ancora pazzesche e indimostrabili come le onde gravitazionali, ma che tanti papà di oggi stanno sperimentando senza sentirsi minimamente svirilizzati, anzi, con gioia e benefici per loro, per i loro bambini e per le loro compagne. 

Sono sicuro che Andrea Giambruno sta già pregustando i faticosi ma dolcissimi momenti padre-figlio che gli regalerebbe un'eventuale vittoria di Giorgia Meloni alle amministrative di Roma, anzi, probabilmente prova una certa irritazione se i vari «custos ventris» pensano che non si accollerà volentieri questo impegnativo privilegio. E se non dovesse fare il suo dovere, Giorgia lo metterebbe subito in riga, anche perché se non ci riesce col fidanzato, figuriamoci con i romani.

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