Dì qualcosa di sinistra

15.12.2016 13:38

Gli ultimi sondaggi dicono che se il Pd dovesse spaccarsi, Matteo Renzi prenderebbe il 21% e la minoranza il 12%, e questo farebbe pensare che una scissione sarebbe una tragedia per chiunque, sia per chi la fa sia per chi la subisce. Ma i sondaggi, sicuramente fatti da professionisti seri, hanno però un sapore di artefatto. Perché si rivolge questa domanda agli elettori Pd? Che cosa si vuole dimostrare con questi numeri? Si vuole dimostrare che c’è una prevalenza di Renzi su tutti gli altri candidati alla segreteria del Partito Democratico. Ripeto, pur essendo fatta in buona fede, questa campagna sembra la classica “disinformazione”, e come tutte le azioni tese a rovesciare un sentimento prevalente si basa su basi immobili e spesso artefatte.

Proviamo a rimettere le cose con i piedi per terra. Lo stato attuale che fa riferimento al Pd e alla sinistra, che sono due mondi confinanti e spesso ostili, dice che Renzi può vedere smontate dai referendum tutte le sue “riforme”. Il primo referendum perso l’ha messo in campo il governo, il prossimo, quello sul Jobs act, il sindacato. L’opinione pubblica è di fronte a un centrosinistra stretto fra suicidio e fratricidio. Hanno fatto tutto da soli. Movimento 5 stelle e destre stanno solo raccogliendo i frutti delle stupidaggini del centrosinistra. I due referendum, il balletto sulle dimissioni di Renzi, il governo guidato dal suo amico più caro, l’arrogante fame di potere di Maria Elena Boschi e di Luca Lotti non hanno fatto crescere nel pubblico una nuova ondata di simpatia per Renzi. Guardando ad altri leader del passato si può dire che su di lui si scarica l’intera rabbia sociale e che Renzi diventerà il capro espiatorio per punire tutta quanta la sinistra.

Accanto a Renzi resterà solo quell’area del Pd che ha votato «Sì», che generalmente è propensa a parteggiare per il segretario, che ha vissuto come un tradimento i comitati del «No» e i festeggiamenti post-referendari. Un’area emotiva che non è tuttavia di proprietà dell'ex premier. Una parte di essa vivrà questa nuova sconfitta come un incoraggiamento a lasciare la politica o a lasciare la sinistra, un’altra cercherà soluzioni alternative a Renzi. Non voglio dire che Renzi sia destinato a perdere le primarie, ci mancherebbe altro, sto solo affermando che la sua non sarà una passeggiata se le opposizioni non gli faranno il regalo di personalizzare lo scontro e lo costringeranno a una battaglia sull’identità, sul sogno, sul futuro e sul partito che rifiuta i leader prepotenti. Se questa area del centrosinistra capirà che con l'attuale segretario Pd non vincerà mai più le elezioni, il consenso di Renzi non potrà che assottigliarsi, fino a diventare magro, altro che i sondaggi che lo danno in testa col partito personale.

Renzi è il classico “cane che annega va bastonato”, secondo la terribile immagine maoista che ovviamente non condivido. La uso solo per dire che in questo momento la percezione dell'ex premier è quella di un uomo in difficoltà, che non ha un disegno, che ha fallito con l’unica idea che ha messo in campo (la rottamazione) e che ha poco da rimproverare la modestia di Virginia Raggi e Luigi Di Maio avendo Maria Elena Boschi e Luca Lotti. L’area non renziana, che comprende sia gli anti-renziani sia chi a Renzi riconosce alcuni meriti, dovrebbe ora cercare di porre il renzismo di fronte al progetto-Paese. Solo così possono battere Grillo e cercare di scavare una trincea per difendersi e contrattaccare. Il «Renzi sì, Renzi no» giova a Renzi ma giova anche a Grillo. Oggi all'ex premier potrebbero essere rivolte le frasi di Nanni Moretti «con questi dirigenti non vinceremo mai» e «dì qualcosa di sinistra» che, tradotte nell’attualità, significa che i leader perdenti producono altre sconfitte e che i leader di sinistra che odiano la sinistra sono perdenti. 

 

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