Duci della ribalta

02.12.2019 21:49

«Quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta, unita ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto».

A chi corrisponde questo ritratto? Che domande, è evidente che si parla di Salvini. Ma va’, è Renzi spiccicato. Ma no, io ci vedo più Di Maio. Chi ha qualche anno sul groppone come il sottoscritto conosce la risposta esatta. Anzi, forse può citare il passaggio successivo del brano: «In lui lo spettatore vede glorificato di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.» Il «lui» è la buonanima di Mike Bongiorno nel celeberrimo libro Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco del 1961, che dopo cinquantotto anni è applicabile a quasi tutti i leader politici.

È come se dal re dei telequiz fossero scaturite due discendenze, una ufficiale, quella dei conduttori televisivi (Fazio, Frizzi, Conti, ecc.) e una spuria, i politici: la prima, frutto del matrimonio di Mike Bongiorno con la Rai, ha prodotto veri purosangue dell’intrattenimento per famiglie, l’altra, quella nata dal successivo concubinaggio con Silvio Berlusconi, ha prodotto gli intrattenitori della politica. Tutti risultati di quel connubio fatale, che oltre ad appesantire il corredo genetico dei rampolli di un narcisismo e un autocompiacimento che in Mike erano meno sviluppati, ha inoculato in loro la tara fatale della megalomania. Ma il genitore A e il genitore B erano di ben altra pasta rispetto ai figli. Mike aveva fatto la Resistenza come staffetta porta messaggi (probabilmente furono i partigiani i primi a sentirsi porre la domanda: busta numero uno, due o tre?) e si era salvato dalle grinfie della Gestapo solo grazie al suo passaporto americano.

Quanto a Silvio, era ed è ancora Silvio, il genio che tutti conosciamo, mano di ferro in guanto di velluto, con tutta la vitalità dell’italiano del boom. Apparentemente è il suo Dna a trionfare nella prole: i giovani Renzi e Salvini hanno debuttato in tivù sotto il segno del Biscione, come concorrenti dei telequiz Mediaset, e sono stati accuditi dal Cavaliere anche in politica, seppure in forme diverse.

Eppure non è la sua eredità quella che vagheggiano. Basta guardare Renzi, che solo ora sembra aver trovato la sua vera dimensione: «voglio fare quello che fai tu, Floris» ha ammesso candidamente a Dimartedì prima di farlo dal palco della Leopolda. Basta guardare Salvini e il suo show quotidianamente declinato sui vari social, con gli hashtag al posto dei tormentoni alla Drive-in. Basta guardare Di Maio, che nei video che posta sembra un bambino che gioca alla televisione nella sua cameretta imitando l’anchorman che piace alla nonna.

Che se ne rendano conto o no, in fondo non gliene importa un fico secco del potere politico. Quella che vogliono è l’eredità di Mike, l’altare di amato idolo delle masse che si specchiano nella sua mediocrità. Il problema è che nell’era dei mille canali e del web quello scettro non si conquista più presentando i telequiz o gli show del sabato sera, come ai tempi di Lascia o raddoppia?, e poi oggi se il programma non funziona te lo chiudono dopo due settimane.

E anche per diventare influencer di successo non basta l’egolatria, bisogna interessarsi seriamente a qualche cosa e magari parlarne in modo originale. Oggi la via più facile per rendere carismatica la propria mediocrità attraverso i media è la politica nazionale, i cui casting sono meno selettivi di quelli di Affari tuoi, e una volta arrivato in cima l’Auditel ti fa un baffo, perché è come negli anni Sessanta quando c’era un solo canale.

Etimologicamente Duce significa Conduttore, ma se da ragazzo non hai partecipato alla Grande Guerra come Mussolini ma alla Ruota della Fortuna e a Il pranzo è servito, l’unica conquista che ti esalta davvero è quella del pubblico, in studio e a casa. È lo smartphone che traccia il solco, ma è il telecomando che lo difende. Se sforo seguitemi, se vi annoio uccidetemi.

Ed è sempre dal Bongiorno secondo Eco che possiamo capire quando tramonteranno i politici-conduttori mediocratici: se è vero che incarnano «un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque è già al suo livello», la loro fascinazione cadrà solo quando gli italiani non si identificheranno più nelle loro maniglie dell’amore, felpe, giubbotti di pelle e battutine. Per fortuna la fine dei duci della ribalta si profila meno truculenta di quella riservata a quelli del secolo scorso, perché per loro ci sarà sempre una tribuna da conferenziere in Cina o una televendita di poltrone reclinabili nella fascia pomeridiana.

 

© Riproduzione riservata