E' difficile invecchiare in un Paese di vecchi

23.02.2016 23:37

Sono cose che succedono, soprattutto in uno dei Paesi più longevi del mondo. Mi riferisco al battibecco tra il Premio Nobel Dario Fo e il Premio Oscar Roberto Benigni: si potrebbe dire padre contro figlio ma, data la loro età, preferisco dire bisnonno contro nonno.

Un conflitto generazionale nato fra un novantenne e un ultrasessantenne, le ultime due generazioni divise da un vissuto non condivisibile, un muro biografico non valicabile (il fascismo, la guerra, le miserie del dopoguerra); una generazione che nel 1968 varcava la mezza età e una che si affacciava alla vita con grande casino.

Artisticamente Roberto Benigni è davvero figlio di Dario Fo e della sua indimenticata compagna Franca Rame, come lo sono la maggior parte degli attori italiani fioriti dagli Anni 70 in poi, nel culto dell'improvvisazione, dell'affabulazione, della fisicità, della satira acre e sovversiva, del richiamo alle radici nobilissime e plebee della Commedia dell'Arte. Anzi, di quella discendenza Benigni è il più alto e fortunato rappresentante, ma non l'erede al trono, o per lo meno non più. Un po' perché il trono è ancora saldamente occupato dal re, vedovo e venerando ma più pimpante che mai, un po' perché l'erede è stato pubblicamente ripudiato, ancorché con parole pacate e gentili, proprio dal re: «Per lui ho sempre avuto un grosso affetto, ma ultimamente non riesco più a seguirlo, dice e stradice, ti mette in imbarazzo, è molto cambiato rispetto alle origini, è diventato un abile camaleonte». E allora mi chiedo: forse Benigni non è più un ribelle? Non sa fare più satira? Ma non diciamo fesserie, è solo diventato più opportunista, uno buono per tutte le stagioni, purché in prima serata su RaiUno. L'eroe di Berlinguer ti voglio bene ha sostituito al nome del leader comunista uno spazio vuoto da riempire a seconda delle epoche e delle occasioni: Craxi, Baudo, Carrà, Berlusconi, Dante Alighieri, Renzi, vi voglio bene. Sono tutti da baciare, prendere in braccio, palpeggiare con l'entusiasmo festoso di un cagnolino sterilizzato, perché l'esuberanza sboccata e provocatoria degli anni verdi ha lasciato il posto a una perpetua giovialità asessuata, un po' da prete di campagna, tanto più che, sarà l'età che avanza, sarà il sovradosaggio di Divina Commedia, qualche accenno al Padreterno non manca mai. Ma credo che non sia facile per nessuno invecchiare in un Paese in cui ci sono tanti vecchi. Interpretare il ruolo del saggio patriarca era molto più facile quando Sorella Morte ci dava dentro già con gli “over settanta” e gli ottuagenari venivano considerati depositari di profondo sapere solo per il fatto di essere miracolosamente arrivati a quell'età. I novantenni, poi, nemmeno parlavano, guardavano già il mondo dall'altra riva, con gli occhi ottenebrati dalla cataratta e l'elusivo sorriso di una bocca ormai senza più labbra né denti.

Nell'Italia dei centenari che fanno il salto in lungo e vanno a Sanremo, un novantenne illustre come Dario Fo può tranquillamente permettersi qualche malignità contro un collega più giovane di quasi trent'anni, per altro già intrombonito e che da tempo sa solo recitare «amor ch'a nullo amato amar perdona», possibilmente davanti a una telecamera di RaiUno.

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