E se comincia la caccia alle streghe la strega sei tu

14.12.2014 15:43

In questo periodo mi torna spesso in mente una delle più belle canzoni che un uomo abbia dedicato alle donne, il bellissimo brano “La Fata” di Edoardo Bennato.

«Ma da sempre tu sei quella che paga di più, se vuoi volare ti tirano giù, e se comincia la caccia alle streghe la strega sei tu».

Mi torna in mente quando sento la storia di Veronica Panarello, la mamma del piccolo Loris, una sorta di versione 2.0 del giallo di Cogne, una fata che ha deciso di diventare strega.

Per passare da provvida fata a strega da bruciare ci vuole un attimo, un brevissimo e nerissimo oscuramento dell'anima in cui tutto il bene si tramuta in male, la magia buona in orrore e un bambino vivo e sano in un corpo rigido e inanimato come un pezzo di legno.

La pira per bruciare la strega è già pronta, ammucchiata dai vicini, dai compaesani, dai detenuti del carcere in cui è custodita la donna, dai giustizieri del web e dalle tante persone che ascoltano i dettagliatissimi servizi dei tg e talk show.

Una giovane donna fragile e complicata, segnata da esperienze destabilizzanti e in alcuni tratti non dissimile dall'altra strega Annamaria Franzoni e dalle altre streghe degli ultimi anni: la maternità e il matrimonio visti come fuga e salvezza da un ambiente opprimente, mariti distratti o spesso assenti per lavoro.

«La moglie è sempre l'ultima a sapere» quando si tratta delle corna di lui; se si tratta del disagio di lei, del suo male di vivere, l'ultimo a sapere è sempre il marito, per il quale basta una casa pulita, una cena pronta e i bambini a letto per avere la prova inconfutabile della felicità femminile.

Il primo ad aprire gli occhi e a richiuderli subito dopo per sempre, è stata la creatura innocente e indifesa cui entrambi avevano dato la vita.

Psicologi e psichiatri ci ripetono ogni volta che essere genitori non significa diventare automaticamente santi come la Madonna e infallibili come il Papa.

Un uomo o una donna feriti, frustrati, confusi, restano tali e quali anche quando mettono al mondo un figlio; anzi, poiché spesso lo mettono in relazione con le proprie esperienze familiari negative, immaginando il loro bambino come la riparazione di un torto o come la sua ennesima riproposizione, fare il padre o la madre, proprio perché è un'esperienza forte, può disseppellire dal loro inconscio pulsioni violente e selvagge come solo la rabbia e il dolore repressi e negati troppo a lungo possono essere.

Altrettanto violente e selvagge sono le reazioni che scatenano nell'opinione pubblica le madri assassine, le fate divenute streghe, che accendono l'ira popolare molto più dei padri responsabili di delitti analoghi. I duemila anni che ci separano dallo «ius vitae necisque» del paterfamilias sui congiunti, e in particolare sui figli, e i quaranta trascorsi dall'abolizione del «diritto di correzione» (percosse comprese) attribuito ai padri, sono poca cosa.

A parte la tragedia indicibile che è sempre la morte di un piccolo, più atroce se inflitta proprio da chi dovrebbe dargli protezione e amore, un padre che uccide i figli suscita riprovazione e orrore, mentre una madre ispira riprovazione, orrore e odio, risvegliando dai recessi della nostra coscienza concetti arcaici e mai totalmente rimossi a dispetto di secoli di incivilimento.

La madre non ha mai avuto il diritto di vita e di morte sui figli, e ancora oggi, nel linguaggio corrente, i figli non sono mai totalmente suoi, li «dà» al marito, anzi, alla famiglia del marito, almeno finché non passerà la legge sul cognome materno, sancendo che anche dal punto di vista “dinastico” i figli appartengono anche alla famiglia della madre.

Li «dà» allo Stato, che fino a pochi decenni fa vigilava addirittura sulla sua capacità riproduttiva, negandole il diritto all'aborto e che ancora oggi antepone ai suoi diritti quelli dei medici obiettori che glielo rifiutano.

Insomma, se un padre uccide è come se l'omicidio riguardasse soprattutto lui e la sua famiglia; se lo fa una madre diventa una strega cattiva, il suo delitto colpisce tutti e ci trasforma tutti in giudici e vendicatori, forse perché non le possiamo mai perdonare di averci fatto credere, fino al giorno prima, di essere stata una fata.