Ecce bombo

03.07.2017 16:16

Alcuni lo hanno denominato “fumoso ed equilibrista”. Persino Nicola Fratoianni, il capo di Sinistra italiana, si dice “perplesso” su Giuliano Pisapia. Forse tutto nasce dal fatto che nel discorso con cui l’ex sindaco di Milano ha chiuso la manifestazione romana di piazza Santi Apostoli non ha mai nominato Matteo Renzi. Quando invece per Pier Luigi Bersani, che lo aveva preceduto sul palco, è stato il bersaglio di tutto l’intervento.

La sinistra è per sua natura frazionista, quindi molto sospettosa dell’altrui pensiero e azione. Il sospetto, in questo caso, è che Pisapia non abbia ancora chiuso col Partito democratico renziano, che in lui vi siano ancora tracce di resilienza che lo portano a non chiudere del tutto la porta all’ex premier. Sia come sia, l’eterogeneo raggruppamento che si va formando a sinistra del Pd parte male e senza slancio. La manifestazione di sabato scorso, almeno a seguire la diretta televisiva, sembrava più un raduno di reduci che non l’accamparsi di un nuovo esercito pronto a dare battaglia. È una sinistra mesta, melanconica, che a dispetto delle intenzioni guarda al passato (Romano Prodi aleggiava sulla piazza come il convitato di pietra) sperando di trovarvi utili indicazioni per un futuro che nemmeno riesce lontanamente a immaginare.

Stessa impressione di déjà vu a Milano, con Renzi che parla ai circoli piddini in una sala che solo grazie a teloni e paraventi che ne circoscrivono lo spazio sembra piena. Lì è ancora e sempre l’eterno monologo dell’uomo solo al comando e l’eterna assuefazione di un gruppo dirigente che, per convenienza o rassegnazione, se ne fa latore. Prima la scissione, poi il fallito tentativo di mediazione di Prodi, poi ancora la discesa in campo di Pisapia, hanno avuto l’effetto di radicalizzare ancora di più il racconto renziano. Ora Matteo comanda, forte dell’aura plebiscitaria che gli è venuta dai due milioni di voti presi alle primarie, dimenticando che il ben più consistente 41% ottenuto alle Europee del 2014 non bastò a garantirgli una vita politica duratura. Mentre la sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre e il risultato delle ultime Amministrative sono stati derubricati come “incidenti di percorso” in quella che il segretario Pd continua a considerare la marcia trionfale che lo riporterà a Palazzo Chigi.

Piccolo psicodramma a margine quello di Andrea Orlando, cui sia dal partito (dove è momentaneamente rimasto) che dal campo scissionista sparano tutti addosso. Orlando rischia di fare la fine del protagonista di Ecce bombo di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente...». Alla fine ha deciso di andare in piazza Santi Apostoli mescolato tra la folla, per sentirsi dire di sbrigarsi a scegliere da che parte stare. Ma anche a Milano, all’assemblea dei circoli Pd, gli hanno detto la stessa cosa. Per tutta risposta il ministro ha lanciato l’idea bislacca di un referendum tra iscritti nel caso il Pd si orientasse a fare un governo con Berlusconi. Come dire prendere la palla che ti hanno passato e scagliarla in tribuna.

 

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