Excusatio non petita

24.09.2015 21:30

Il linguaggio di Matteo Renzi assomiglia sempre di più a quello postmoderno di Twitter, lo abbiamo appurato per l’ennesima volta dopo la vicenda del Colosseo: «Non lasceremo la cultura ostaggio dei sindacalisti contro l'Italia».

Il messaggio, come sempre, è quello coerente con il nuovo ordine neoliberista ovunque imperante. La strategia, come sempre, è facile e immediata, per lo meno per quelli che sono in grado di avventurarsi al di là del vitreo teatro della manipolazione mediatica: guadagnare il consenso dell’opinione pubblica, prepararla ad accettare i nuovi tagli che si stanno per effettuare e che già da tempo si è deciso di effettuare, prepararla ad accettare con favore la nuova ondata di rimozione di diritti e dunque il rinsaldarsi del potere neoliberista.

«Non facciamo nessun attentato al diritto di sciopero» ha spiegato Renzi: excusatio non petita. L’obiettivo, nemmeno troppo segreto, è invece proprio quello di andare a rimuovere, dopo l’articolo 18, anche il diritto di sciopero e, perché no? il sindacato. Togliere tutto in una volta sarebbe troppo, darebbe nell'occhio, e stai a vedere che tutti capirebbero la gravità della situazione. Ci tolgono invece un diritto alla volta, un pezzo dopo l'altro, con lenta e solerte continuità, e passo dopo passo ci fanno arretrare di chilometri e chilometri: ci tolgono lentamente tutto quello che ci eravamo conquistati. E fanno apparire plausibile l’inimmaginabile, senza che mai nasca il dissenso, ecco il punto. Stanno cercando di farci amare le nostre catene: riescono a far sì che ci battiamo anche per difenderle. Riescono a far sì che noi, servi volontari, amiamo la nostra schiavitù come se fosse la sola libertà possibile.

La gente continua a tifare, a fare i tifosi della politica, a usare terminologie desuete, a parlare di fascismo e comunismo, mentre qui il problema è molto più profondo, stiamo assistendo a un processo di «desindacalizzazione». Permettetemi una frase un po’ romantica ma sempre vera: distruggere i sindacati è fondamentale per il capitale, perché senza sindacato resta solo il capitale. Il fatto che oggi anche gli ultimi nella scala sociale odino ideologicamente il sindacato la dice lunga sul grado di “subalternità”, in senso gramsciano, a cui sono sottoposti i “dominati” di oggi.

Quando c’è il sindacato, i dati e le analisi fornite dalle aziende possono essere verificate, trovare un’analisi contrastante e magari essere rivisti: senza il sindacato, resta solo la visione del capitale. Il lavoratore è solo, senza rappresentanza, manca un punto di vista del lavoro, che non sia quello del profitto.

Certo, il sindacato ha le sue colpe, lo sappiamo, ma il suo estinguersi graduale risponde a una strategia del potere. Il capitale sta vincendo e gli ultimi nella scala sociale lo stanno aiutando. Questo il dato inquietante. Dopo l’abolizione dell’articolo 18, il circo mediatico sta da tempo attaccando all'unisono i «fannulloni del pubblico impiego», facendo, come sempre, di ogni erba un fascio; e allora dal popolo si levano richieste audaci di colpire duro il lavoro nell'ambito pubblico e il rottamatore postmoderno si trova la strada spianata e annuncia trionfalmente che è giunta l’ora del cambio delle regole. Et voilà, il gioco è fatto. Che bisogno c'è di manganelli, lager e gulag se si può ottenere lo stesso agendo sulle coscienze e non suoi corpi?

Via l’articolo 18, tagli lineari nel pubblico impiego, desindacalizzazione completa, divieto di sciopero: ecco le prossime frontiere della "libertà neoliberale”.