Fatti, non parole

08.03.2016 23:55

Mancano pochi minuti e anche questo 8 marzo verrà archiviato. Mi viene in mente una scena di un film di Nanni Moretti: mi si nota di più se festeggio l'8 marzo o se non me lo filo per niente?

Vogliamo abolire l’8 marzo perché è troppo femminista o perché lo è troppo poco? E se decido di celebrarlo, devo colorarlo a lutto in stile Laura Boldrini, che ha abbassato a mezz'asta le bandiere di Montecitorio per ricordare la piaga del femminicidio, o rappresentarlo come ha fatto la Casa della Cultura di Milano, che ha dedicato una serata alle bambine, cioè alle donne del futuro?

Se fossi donna sarei andata allo spettacolo “Puppetry of the Penis”, in cui due attori nudi abbastanza somiglianti ai Righeira, si esibiscono nell'antica arte degli origami del pene. I loro genitali, opportunamente manipolati, si trasformano in mille cose, da un hamburger a un uccellino che chiede la pappa, dalla Torre di Pisa (vabbè, non esageriamo) al Vesuvio (che non ha un'eruzione da decenni, poveretto). Uno show altamente sconsigliato al pubblico maschile, perché già non abbiamo le idee chiare su come procurarci un orgasmo, figuriamoci se ci chiedono l'origami, potremmo andare in tilt prima di cominciare.

Ma qui rischia di andare in tilt anche l'8 marzo, una festa che mai come quest’anno è stata difficile da gestire, festeggiare e interpretare, perché sia il leader del Paese locomotiva dell'Europa che il candidato più accreditato per la Casa Bianca sono donne, ma c’è anche da dire che in tante altre parti del mondo per le ragazze è già un rischio, spesso mortale, andare a scuola, vestirsi come vogliono e amare chi desiderano.

Voglio citare un altro film che ho visto qualche giorno fa al cinema - Suffragette - che ci mostra le pioniere dei diritti delle donne, che non erano sfaccendate ed eccentriche borghesi come Mary Poppins, e neanche facevano girotondi con i sottanoni come negli Anni 70. Le suffragette erano teppiste che spaccavano vetrine, perché rivendicavano il diritto di voto per le donne (il suffragio, appunto) e non temevano lo scontro fisico con poliziotti più grossi di loro, anzi, li atterravano con le mosse di jujitsu insegnate da una suffragetta alta un metro e trenta. Venivano derise, arrestate, umiliate e seviziate.

L’attivista Emily Davison fu imprigionata nove volte per rottura di vetri, bombe incendiarie contro cassette postali, lesioni e altro ancora, e per sfuggire a un arresto si gettò da una scala rompendosi quasi l'osso del collo. Scarcerata, si presentò in un ippodromo inglese e corse sulla pista per appendere sul cavallo del re uno striscione con scritto «Votes for Women», ma l'animale la travolse. Mentre era in agonia, gli inglesi inondavano i giornali di lettere in cui la chiamavano pazza, criminale, indegna di esistere. Oggi guardiamo con la stessa diffidenza i no-Tav, i gay e in genere tutti quelli che danneggiano la pubblica proprietà o scocciano il prossimo per dare visibilità e notorietà a una causa considerata scomoda.

E in quello che cent'anni fa era il Paese più ricco e progredito del mondo, l'Inghilterra, il voto alle donne era considerato un ideale antisociale come lo sono oggi l'opposizione all'alta velocità o le nozze gay. E se l'Inghilterra, grazie alle suffragette, non avesse aperto la strada al suffragio femminile, con quanto ritardo le donne avrebbero iniziato a conquistare i diritti politici nel resto del mondo? La vera conciliazione impossibile per le donne di oggi non è quella tra famiglia e lavoro, ma quella tra la voglia di autoaffermazione personale e il bisogno di essere sempre approvate, gradite, appetibili, giudicate carine, non solo dagli uomini, ma anche dalle proprie madri, dai figli, dall'opinione pubblica, da papa Francesco e da Dolce&Gabbana. Sono sempre in bilico tra la fame di giustizia e la sete d'amore: per secoli hanno sacrificato la fame alla sete; cent'anni fa hanno invertito la tendenza, da alcuni decenni oscillano fra i due bisogni senza decidersi, e il prezzo che stanno pagando è l'insoddisfazione di chi resta con lo stomaco mezzo vuoto e pure con la bocca secca.

E allora, almeno l'8 marzo, concedetevi di alzarvi da tavola sazie e un po' brille, anche se solo dopo una bella cena con le amiche, magari prima o dopo l'origami del pene. Ma soprattutto, da domani, cominciate a fare vostro il motto inciso sulla tomba della suffragetta Emily Davison: «Fatti, non parole».

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