Gli invisibili

23.05.2017 10:16

Ci sono persone che lavorano, che si danno da fare, persone che vivono una vita apparentemente tranquilla. E ci sono anche tante persone invisibili: spesso noi le vediamo e le scansiamo per non affrontare la nostra coscienza. Ci sono i migranti, che ormai sono diventati pasto di pesci a cui la carne umana è diventata più familiare delle onde del mare. Ci sono i diversamente abili che ogni giorno affrontano la resilienza senza che nessuno se ne accorga. Ci sono le giovani di colore che diventano prostitute per un miraggio di vita, illuse, sedotte e violentate. Ci sono anziani che parlano con la solitudine asciugandosi gli occhi, povere stelle cadenti accompagnate da badanti, manichini imbalsamati nei loro sarcofaghi eretti da una dignità diluita nei pensieri del passato. Ci sono ragazzi drogati, quelli che la vita li ha minacciati, li ha sconfitti, li ha illusi nelle loro camerette scure. Persone che esistono nelle periferie delle nostre anime, nei punti più oscuri delle nostre ordinarie follie. I clochard che ti danno fastidio per quel loro senso di libertà ostinato, incuranti dei giudizi della gente “per bene”, quella gente che si rivolge a loro come ci si rivolge alle deiezioni dei loro cani. Tutte persone invisibili, come quei ragazzi bullizzati, indifesi; quei ragazzi che per un oscuro gioco della mente diventano anoressici, bulimici, ragazzi che si tagliano il corpo per sentire il loro dolore uscire, ragazzi che bevono per scordare già la loro vita. Invisibili alla nostra comprensione, ma che noi vediamo benissimo. Sono invisibili per chi parla senza nessun nesso intellettivo, quelli che li hanno già etichettati come ragazzi “choosy”. Questi ragazzi invisibili molto spesso hanno anche famiglie invisibili, ma c’è anche un’invisibilità che tanti non vedono, l’invisibilità del bene, quell’operare l’empatia, quella che ti guarda negli occhi e ti fa sorridere. Ma potrei narrare tante storie bellissime, di condivisione, di aiuto, di com-passione, di inclusione. Storie che accadono ogni giorno ma non abbastanza da far emergere il bene dal male. Perché come dice Primo Levi:

«Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione».

Ragazzi che vanno a scuola, che siedono in classe, quel tempio di emozioni, di ricordi, di immagini legate ad ognuno di loro; nei banchi di scuola raccontano la loro storia, i momenti delle risate e i momenti in cui sognano guardando dalla finestra le strie degli aerei che compongono disegni in cui rincorrono con la mente il loro divenire. Ci sono ragazzi invisibili a cui dobbiamo sempre prestare ascolto, trovare il momento di una parola sommessa e creare le occasioni dove le parole, gli assensi, i silenzi e le lacrime raccontano le loro storie. Anche a me è capitato nell’adolescenza di sentirmi invisibile, di vivere l’invisibilità, farla mia e giorno dopo giorno, insieme ad uno sguardo, a un incoraggiamento, a delle risate nate dalla bellezza della gioventù, il freddo è diventato tepore, il distacco una mano sulla spalla, il viso rivolto a terra nel bacio di una ragazza capace di leggerti dentro. Sto parlando di ragazzi che soffrono ma che non sono morti, sono lì per affermare che la loro vita conta, che non vogliono diventare invisibili. E lo sanno, perché toccandosi il petto sentono il battito del loro cuore.

 

© Riproduzione riservata