Gloria Rosboch c'est moi

26.02.2016 23:50

La vicenda di Gloria Rosboch mi ha fatto venire in mente Madame Bovary, ma la grande letteratura francese di storie molto più simili alla sua ne ha raccontate tante e sicuramente Gloria, che quella lingua amava e insegnava, le aveva lette. 

Eugénie Grandet, Il diavolo in corpo, Chéri, Germinie Lacerteux, tutti romanzi che narrano di donne attempate, o molto sole, nella cui vita irrompe un ragazzo bello e spregiudicato che, dopo averne svuotato il portafoglio e spezzato il cuore, le rigetta nella solitudine, spinto da un'impetuosa sete di vivere. 

Spesso dietro al ragazzo bello c'è una madre senza scrupoli, che prima favorisce cinicamente la matura innamorata per spennarla meglio, poi la prende in giro trattandola da vecchia illusa.

La protagonista può essere appassionata come Marthe, sexy come Léa, pura come Eugénie o generosa come Germinie, ma alla fine perde l’onore, gli averi, la salute e a volte anche la vita. Se la professoressa Rosboch conosceva quei romanzi, e sono sicuro che li conosceva, certamente se ne era dimenticata. Era sicura che il suo romanzo d’amore con Gabriele Defilippi, forse il primo della sua vita, avrebbe avuto un lieto fine, proprio in quella magica Parigi dove gli amori fra donne e ragazzi che potrebbero essere loro figli, a volte funzionano, e non mi riferisco ai romanzi ma alla vita vera: la scrittrice Marguerite Duras aveva quasi settant’anni quando un giovane trentenne s’innamorò di lei; addirittura un’altra scrittrice, la Yourcenar, alle soglie degli ottanta aveva un amatissimo partner di trenta. Alla stessa età di Gloria Rosboch, Colette, l'autrice di Chéri, ebbe una storia d’amore con il figlio diciottenne del suo secondo marito. Tre donne non bellissime che conquistavano gli uomini con il loro genio, ma non avrebbero mai scritto con una penna biro su un foglio a quadretti dialoghi immaginari con futuri clienti in affari sognandosi già in un elegante ufficio nel più bel quartiere di Parigi, in quella ipotetica società finanziaria in cui Gabriele avrebbe messo il suo genio e Gloria tutti i suoi risparmi.

La voglia di iniziare a quarantotto anni una nuova esistenza, tutta lusso e voluttà, s’intona bene con un altro francese, l’autore dei Fiori del male, ma in questo caso il male era il narcisismo patologico di Gabriele, e i suoi fiori erano finti come le ciglia da David Bowie dei poveri che ostentava in alcune foto. Purtroppo è toccato a Gloria, ma chissà a quante altre. Spennare ingenui romantici dev'essere stato un talento di famiglia, se è vero che la mamma di Gabriele si era fatta comprare un appartamento da trecentomila euro da un innamorato molto più anziano di lei, una cifra maggiore di oltre centomila euro rispetto a quella che il figlio aveva spillato a Gloria. Guarda e impara, piccolo mio. Neanche la fantasia di Georges Simenon avrebbe potuto concepire un così sordido intrigo di famiglia.

Una terribile lezione che la povera professoressa Rosboch ha imparato solo quando si è ritrovata un laccio stretto al collo e si è resa conto che il ragazzo che doveva darle una nuova vita le stava togliendo l'unica che aveva. Il caso di Gloria mi ha toccato nel profondo, ma chi di noi, uomini e donne maturi, non si è illuso, magari una volta, magari per poco, che i miracoli possano accadere e che le seconde possibilità si presentino con il viso liscio, la voce fresca e le carni compatte di una persona giovane? Senza far torto a Madame Bovary, sono sicuro che molti potrebbero confessare a se stessi che «Gloria Rosboch c'est moi». 

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