I nostri piccoli Don Chisciotte

06.02.2016 15:00

Siamo proprio strani noi genitori. Educhiamo i nostri figli alle buone letture, ai grandi ideali, li incoraggiamo a studiare le lingue, a interessarsi di quel che succede fuori dal loro Paese, a immaginare il loro futuro nel grande scenario del mondo e non nel teatrino in cui sono nati; gli insegniamo a non chiudere gli occhi davanti all'ingiustizia e ai soprusi, a difendere i più deboli anche quando non hanno completamente ragione, solo per il fatto di essere più deboli, e lo facciamo perché noi non siamo così e vorremmo esserlo, e se qualcuno di noi lo è diventato, avrebbe voluto esserlo già alla loro età. E non vorremmo meno bene ai nostri figli se facessero scelte diverse dalle nostre, ma se le loro scelte rimangono nello stesso solco, anzi, con ancora più coerenza e coraggio di noi, beh, ne siamo fieri. Che orgoglio avere un figlio cooperante in Siria, o che lavora con Emergency, o ricercatore a Cambridge e collaboratore del Manifesto o volontario in Palestina. Ma che paura. Paura di ricevere una telefonata che ci apre nel cuore crepacci incolmabili di dolore, mentre riempiamo in fretta una valigia che dobbiamo tenere sempre a portata di mano, da quando il nostro piccolo Don Chisciotte è partito per un posto lontano, o pericoloso, o tutt'e due. E quando il viaggio o l'attesa di una mamma e di un papà sfocia nell'esito peggiore, dover riconoscere un essere generato e amato in un corpo straziato e offeso, i cuori di tutti i genitori di figli idealisti e coraggiosi si accartocciano e cominciano a sanguinare.

Fra i corsi che abbiamo fatto frequentare ai nostri figli non c'era quello di immortalità, lo sappiamo bene, e né la cultura, né la sensibilità, né l'apertura mentale sono salvacondotti, anzi. Soprattutto la curiosità, che abbiamo sempre stimolato nei nostri ragazzi, è spesso una fonte di guai, sta scritto anche nel Vangelo. Guai ai curiosi, guai a quelli che non si accontentano di ciò che viene loro detto dai più grandi, a quelli che dei libri leggono anche le note a piè di pagina. Non esiste al mondo un luogo in cui la morte non possa ghermire un figlio anche giovane, anche sano, anche tranquillo. Ma tutto il sapere, tutto il coraggio, tutte le belle idee che abbiamo cercato di trasmettere ai nostri figli, anziché arricchire la loro vita e migliorare quella di altri, possono metterli di fronte al rischio di una morte non solo ingiusta in quanto prematura, ma anche atroce e violenta, come quella di Valeria Solesin, sorpresa al Bataclan dal fuoco dei macellai fondamentalisti, o addirittura lenta, sadica e disumana, come quella inflitta a Giulio Regeni, molto probabilmente da aguzzini di Stato.

È giusto che per le belle idee che abbiamo trasmesso ai nostri ragazzi possa venir scorticata via la vita mentre urlano di dolore, mentre noi vecchi ce ne stiamo a casa al sicuro? È un pensiero così intollerabile, così tormentoso, che non si ha neppure la forza di sputare in un occhio allo sciacallaggio travestito da buonsenso di qualche giornale che ha accusato tutti quei genitori che insegnano colpevolmente ai figli che è meglio fare il cameriere a Londra che l'idraulico a Bergamo. Ed è intollerabile quel che si sente dire quando viene rapito qualche giovane cooperante, specie se femmina e carina, e cioè che è colpa della vittima perché non se ne è stata a casa a guardare in tivù le sofferenze nei campi profughi, come fanno tutte le persone normali e di buon senso, e ora ci tocca pure sborsare dei soldi per riportarla a casa mentre magari flirta anche con i rapitori. In base a questo ragionamento, la famiglia Regeni doveva far pressioni su Giulio perché se ne stesse ad aggiustare rubinetti a Udine, con l'unico rischio di dover emettere qualche fattura, anziché indagare sulla situazione dei lavoratori egiziani.

Per colpa della famiglia Solesin, anche Venezia ha perso un'eccellente idraulica, con tutti i problemi che quella città ha storicamente con l'acqua; e se Vittorio Arrigoni ha creduto che fosse più umano aiutare i palestinesi nella striscia di Gaza che sostituire guarnizioni in Brianza, sicuramente è per qualche errore educativo dei suoi genitori. Oggi il peccato di insubordinazione socioeconomica non è più quello di volere un figlio dottore, ma volerlo cameriere a Parigi o cooperante in Medio Oriente, e soprattutto di non volerlo idraulico al proprio paesello. 

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