I regali inutili

17.12.2019 22:18

Strade illuminate, centri storici e isole pedonali in fibrillazione, zampognari e luminarie, spruzzate di neve e vetrine addobbate: è Natale, l’ultima ricorrenza dell’anno, apoteosi di quel rito un po’ pagano, un po’ mistico, un po’ trash e un po’ kitsch chiamato “scambio di regali”, una tradizione che fa cassa da sempre.

Il regalo, vero e proprio stress psico-fisico ed economico, è una pratica capace di attivare meccanismi creativi e perversi, un duello, una scommessa ma anche un’occasione per vendicarsi di qualche “regalo utile” ricevuto l’anno prima. La genesi di tale costume è un ambiguo prodromo: Gesù nasce in una mangiatoia (stando alle ultime rivelazioni senza neanche il bue e l’asinello), partorito da una madre vergine che lo consegna al mondo per predicare povertà e umiltà ma riceve in dono oro, incenso e mirra. Regali utilissimi.

Tornando ai giorni nostri, negli ultimi anni è esplosa una deprimente corrente di pensiero: il “regalo utile”, idea che fa rabbrividire; in che consiste un “regalo utile”? Una maglia? Uno smartphone? Un paio di scarpe? Tre chili di pane? Un libro di cucina ad uno come me che non sa cuocersi neanche un uovo al tegamino? Un ombrello? Una saponetta? Una pentola? Uno spazzolino da denti? Una confezione di aspirine per chi soffre di emicrania? Un mocio Vileda?

La new generation del “regalo utile” è il voucher: massaggi, sedute in palestra, saune e servizi vari in ambito beauty-farm. Se fossi una donna e mi donassero una dozzina di sedute dall’estetista… beh, un po’ m’incazzerei: «ammazza quanto fai schifo, vatti a dare una sistematina al centro estetico, un po’ di trattamenti te li regalo io».

Il “regalo utile” non è un concetto estendibile a tutte le occasioni, assolutamente no, infatti San Valentino, la festa della donna, l’ufficializzazione di un fidanzamento e vari anniversari amorosi, sono circostanze in cui è d’obbligo il “regalo simbolo”, un presente totalmente privo di utilità, spesso anche molto costoso. I regali sono come le bare, chi le paga non le usa, tanto vale liberare l’estro e scatenare la perfidia. Il fondo si tocca con il riciclaggio, una vera carognata. I regali alimentari meriterebbero un articolo a parte: ok per panettoni, spumanti e dolci tipici… ma i cestini? Vogliamo parlarne? I più fortunati ci trovano datteri, confetture della nonna, vasetti di caviale, funghi porcini e torrone, ma se il mittente è un appassionato di viaggi strani, i cestini possono contenere percorsi gastro-geografici di indubbio fascino: carne in scatola di cammello, lonza di maiale vietnamita, fegatini di capra sudanese, anaconda in gelatina, paté di condor, sanguinaccio di cobra e distillato di erbette delle Ande, vere prelibatezze alle quali non si può rinunciare.

Il regalo, in quanto tale, dovrebbe essere la sublimazione del superfluo, ridurlo a logiche di utilità vuol dire annichilirne l’essenza, snaturarlo, banalizzarlo. Il “regalo utile” l’hanno inventato i taccagni, una necessità impacchettata è squallida, peggio delle vacanze intelligenti di fantozziana memoria.

Il “regalo inutile” è longevo, segna la storia, si imbosca da qualche parte per riprenderlo in mano dopo anni, magari decenni, come le bomboniere e quegli oggetti senza senso acquistati sul lungomare di chissà quale località, in chissà quale anno, durante una passeggiata serale. Invece il “regalo utile” si usa, si consuma e si getta via cancellando ogni traccia del suo passaggio.

Cari genitori, i vostri bambini sono iperattivi e stressati da una miriade di impegni, e allora, almeno a Natale, regalategli giochi semplici, rilassanti, stupendamente inutili e possibilmente rumorosi, perché i “giochi stupidi” hanno un’importante funzione formativa, chi non li fa da bambino tende a farli da adulto.

 

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