Il conto di Silvio

12.06.2016 23:16

A sentire il suo medico, pur di non far mancare il suo voto domenica 5 giugno, Silvio Berlusconi ha rischiato di lasciarci le penne, allungando così la lista dei potenti deceduti per futili motivi, come Federico Barbarossa, annegato in un fiume in cui si era immerso per rinfrescarsi senza togliersi l'armatura. Ma se nel 1940 qualcuno dubitava se valesse la pena morire per Danzica, figuriamoci se vale la pena nel 2016 morire per Alfio Marchini.

Il Cavaliere si era già trovato in una situazione simile, quando una ventina di anni fa partecipò a un comizio di Gabriele Albertini a Milano il giorno prima di operarsi per un cancro alla prostata. Lo rivelò molto tempo dopo, dicendo che un leader politico ha degli avversari e questi non devono vedere le sue debolezze. Ecco la chiave dell'improvvisa chiarezza di oggi sulle vere condizioni di salute di Berlusconi: la debolezza c'è ancora - un problema cardiaco a ottant’anni lo è quanto un tumore a sessanta - ma non ci sono più gli avversari.

E sembrano un po' patetici gli opinionisti che tirano ancora fuori le vecchie teorie sul corpo berlusconiano usato come instrumentum regni, che circolano dall'epoca del suo primo trapianto di capelli, o i fervorini moralistici e un tantino compiaciuti sul «corpo reale che chiede il conto al corpo mediatico», come ha scritto un giornalista su Repubblica. Come se non si ammalassero di cuore anche gli ottantenni che non si sono mai truccati in vita loro. Come se i corpi di chi comanda non fossero sempre stati mediatici ben prima dell'avvento della tivù, dai tempi dei faraoni egizi che si mettevano parrucca e kajal (una polvere che serviva per truccarsi gli occhi) e di Giulio Cesare che copriva la pelata con la corona d'alloro, dato che ancora non era stato inventato il metodo del suo quasi omonimo Cesare Ragazzi.

Nell’affermazione «il corpo reale che chiede il conto» c'è qualcosa di ipocrita e falsamente compunto con cui i romanzieri dell'800 descrivevano le sofferenze delle cortigiane impenitenti colpite dal vaiolo, con le pustole che «chiedevano il conto» ai bei visi che avevano fatto dannare tanti uomini perbene; o come le acide frasi delle suore che assistevano le donne in travaglio, tipo: «ti sei divertita, adesso paghi il conto». Ma i conti più grossi che Silvio ha da pagare non sono quelli con il suo corpo, che in fin dei conti sono fatti suoi, ma quelli con il Paese, anche se la sbalorditiva entità di quei debiti dipende tanto da lui quanto dalla pochezza e dalla superficialità di chi avrebbe dovuto riscuoterli.

Eppure quel che i benpensanti si sono legati al dito come il massimo dell'immoralità berlusconiana è la sua sfida alla decadenza fisica, una lotta testarda e alla fin fine perfino autolesionistica. Perché quel mascherone gommoso con gli occhi a fessura non può essere meno gradevole di ciò che sarebbe il suo volto se l'avesse lasciato invecchiare naturalmente, e il ruolo di playboy ostinatamente recitato mette tristezza, quasi quanto l'attuale compagna giovane e arcigna che lo ha obbligato a rimpiazzare le olgettine con i barboncini.

Noi che amiamo le parole difficili, quando sentiamo parlare di nemesi siamo tutti contenti e non ci accorgiamo che la vera nemesi berlusconiana non è l'operazione all'aorta, ma un altro miliardario arricchitosi con gli immobili, imparruccato, puttaniere ed esibizionista, sceso in campo sull'altra sponda dell'Atlantico e rispetto al quale il nostro Berlusconi sembra Churchill. Ma il fatto peggiore è che la nemesi-Trump non la sconterà Silvio ma tutti noi.

 

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