Il coraggio delle opinioni altrui

29.10.2016 15:01

I fatti di Goro non possono costituire una notizia da consumare in fretta con la frenesia che di solito si riserva agli argomenti di breve attualità. Non devono rappresentare un motivo per scatenare la solita solfa dell’opportunismo buonista, dell’odio subculturale di un razzismo dilagante o materiale a uso e consumo della speculazione politica. L’ostinata Goro, così come l’accogliente Lampedusa, non dovrebbero essere considerate simbolicamente focolai di ideologie diverse, dove il male e il bene si contrappongono, ma proiezioni di un Paese reale, di un pensiero popolare contrastante, di una contraddizione ancora irrisolta. Non sono, rispettivamente, vergogna e orgoglio nazionale, ma esprimono pregi e difetti dell’atteggiamento eterogeneo di una popolazione che fatica a diventare un popolo amalgamato da un’etica comune, tanto da identificarsi in una classe dirigente e in una nazione.

Goro non è il posto peggiore d’Italia, non ha colpe proprie e riflette quelle che hanno evidenziato centri ben più rinomati, dove l’intelligenza, la conoscenza e la coscienza dovrebbero essere di casa. Non so se ricordate i cinquanta profughi di Capalbio, capitale della sinistra radical chic, che pochi mesi fa furono rifiutati, respinti, ripudiati, come quelli di Goro. Eppure quella sinistra applaude a scena aperta al grande cuore di Lampedusa, ma ha dato di matto al solo pensiero di condividere l’aria con dei poveracci che, disperati, affrontano il pericolo del viaggio in mare per non rinunciare all’unica speranza di sopravvivere. Segnati come sono da tragedie immani, avrebbero attentato all’armonia del centro maremmano, dove l’intellettualità ha bisogno del giusto contorno per oziare in pace. Con quella gente tra i piedi, come pensare al prossimo sbiadito editoriale o alle pagine insignificanti del prossimo romanzo? Come avrebbero potuto, ordinari discorsi da spiaggia, infarciti di erre mosce e imbiancati dalla cipria inscatolata della riflessione corta, diventare gemme del  prêt-à-penser che si riversa sui giornali o nei talk-show? 

Quanta pezzenteria intellettuale, sant’Iddio, a dileggio della miseria di una condizione umana mille volte più dignitosa e sintomatica dei sederi tronfi al sole che pretendono sistematico spazio e ricreativa quiete. Chi si è permesso di mandare tra quella tranquillità arida e sterile, cinquanta disturbatori dell’esistenza elitaria di pensatori dell’ovvio celebrativo? Solo un dispettoso sprovveduto poteva pensare a Capalbio, culla di cultura, come a un centro adeguato per accogliere profughi. E a nessuno è venuto in mente che Capalbio, in quel frangente, avrebbe potuto dare una prova di grande integrità, mostrando l’umiltà e la generosità tipiche dell’intellettualità autentica, e diventare nobile, amichevole e ospitale, come un semplice borgo di pescatori. Vestendosi di umanità, il centro vacanziero dei colti e dei raffinati radical chic avrebbe potuto impreziosirsi davvero, guadagnandosi una stima internazionale e la considerazione di chi tra quegli ombrelloni tanto ambiti non ci andrà mai. Invece, la nevrastenia del pensiero debole è andata su tutte le furie, dando il cattivo esempio a un Paese intero. La più eloquente propaganda contro gli immigrati è partita proprio da lì, dal luogo di riposo dell’intelligenza balneare, i cui esponenti di spicco sono abituati a guardare la realtà dall’alto, senza mai affondarci le mani. Senza sporcarsi. Non esiste un luogo più adeguato di un altro per accogliere chi ha bisogno di conforto, perché il luogo prediletto dell’accoglienza e della solidarietà prima di essere in qualche luogo è nella nostra anima, e quella dei nostri bagnanti intellettuali è chiusa al mondo, alla pietà e alla sofferenza. Non vorrei urtare la suscettibilità di questi signori o rovinare la vernice di rispettabilità che li cosparge e li protegge, ma credo intimamente e fermamente che Goro abbia avuto il coraggio delle opinioni altrui, facendo semplicemente ciò che Capalbio lasciò intendere.

 

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