Il disagio delle mosche cocchiere

18.11.2014 12:18

Quanto sono patetici quei pensionati che si aggirano come fantasmi nei luoghi che li hanno visti protagonisti per una vita.  

Uscire di scena e ammettere che si è arrivati al capolinea non è facile per nessuno. Ma se un ciclo è terminato e se l’età e la salute lo consentono, ne potrà iniziare un altro, a volte più bello del precedente.

Però qualche volta, anche se lo spirito pugnace tenderebbe a prevalere e lo spirito di rivalsa è in agguato, bisognerebbe fare uno sforzo e convincersi che almeno per un giro sarebbe meglio star fermi.

Un pensiero che evidentemente non trova d’accordo Pier Luigi Bersani, l'ex segretario del Partito Democratico, che non si dà pace e si agita come non mai, e gira il Paese per largo e per lungo a far comizi dicendo che, dopo di lui, tutto è sbagliato e tutto è da rifare.

Incapace di farsene una ragione, colui che alle ultime Politiche voleva smacchiare il giaguaro e ha finito lui per essere smacchiato, non perde occasione per attaccare la nuova dirigenza del partito. Mentre Massimo D'Alema lo fa con interventi mirati dove il suo sarcasmo emerge come un'onda di piena per poi ritirarsi, quello di Bersani è un tarlo continuo.

L'ultima uscita ha avuto per bersaglio il patto del Nazareno, un accordo che secondo l’ex segretario ha favorito spudoratamente Mediaset; da quando è stato siglato, secondo Bersani, il titolo del Biscione avrebbe iniziato una sfrenata corsa in barba al mercato, che invece soffre i morsi della crisi.

Non è così. Persino Il Fatto quotidiano, che certo a Renzi non gliene fa passare una, glielo ha fatto notare. In realtà, dal momento in cui Renzi ha messo piede a Palazzo Chigi, in borsa Mediaset ha perso quasi un terzo del suo valore.

Ma al di là delle statistiche, sarebbe bastata anche una semplice riflessione politica per capire che l'intesa tra Berlusconi e Renzi favorisce di gran lunga il secondo.

Questo avverrà in modo plateale se (lo vedremo nei prossimi giorni) Berlusconi accetterà una riforma elettorale in cui il premio di maggioranza toccherà alla lista e non alla coalizione, proprio nel momento in cui nei sondaggi il centrodestra segue di un soffio lo schieramento opposto.

Bersani, nella sua vis polemica, omette un particolare che non è certo di poco conto, ovvero che il suo partito, quando ancora Renzi era al di là da venire, si è guardato bene di promuovere (ne aveva piena facoltà e soprattutto pieni numeri) quella legge sul conflitto d’interessi che avrebbe impedito la discesa in campo del Cavaliere.

Invece ha preferito agitare lo spauracchio del berlusconismo convinto di poterne ricavare un tornaconto elettorale. Un errore fatale, come la storia ha inoppugnabilmente dimostrato.

Da quando Renzi ha conquistato il Pd, l'ex segretario si è incarnato nel ruolo di mosca cocchiera e fedele garante dell'ortodossia di un partito che il buon Bersani, al par di altri che l’hanno preceduto, ha contribuito a ingessare.

Un ruolo che rischia di diventare patetico, oltre che palesemente inefficace.

Se Renzi sta calando nell'indice di gradimento è perché con la sua «annuncite» si fa male da solo, non certo per merito del lavoro ai fianchi dell'ex segretario, che ha avuto la sua grande occasione quando Napolitano lo incaricò di formare il governo, e per insipienza l'ha sprecata.

A questo punto, anziché fare penosi comizi, sarebbe più conveniente una lunga e silente pausa di riflessione.