Il Movimento 5 stelle non esiste più

14.06.2017 15:24

C'è chi scherzando, ma nemmeno troppo, ha ipotizzato che tra gli elettori si sia diffusa una sorta di sindrome di Ninby: va bene i grillini, ma non nel mio giardino. Difficile dire se la performance non esaltante del primo turno delle Comunali avrà qualche ricaduta sui sondaggi nazionali. Era già accaduto alle Europee del 2014. Anche in quel caso si parlò di flop, di débâcle del Movimento 5 stelle, eppure non solo si è rialzato ma si è attestato come forza decisiva del Paese conquistando Roma e Torino, città in cui però i sindaci Virginia Raggi e Chiara Appendino non stanno brillando per buona amministrazione. La prima è passata rapidamente dalle stelle alle contestazioni, stritolata tra polizze a sua insaputa, avvisi di garanzia, faide interne e l'annosa questione dei rifiuti. La seconda, accreditata come il volto della rivoluzione gentile (forse anche un po' troppo), è stata costretta a riportare i piedi sulla terra dopo la tragedia sfiorata in Piazza San Carlo. Oltre a questo, il Movimento ha pagato lo scotto dell'inchiesta firme false a Palermo, costata la sospensione dei deputati nazionali cosiddetti monaci. E poi c’è Genova, con la scomunica di Marika Cassimatis, vincitrice delle comunarie e poi ripudiata dal capo al grido di "fidatevi di me".

Va però detto che a Sant'Ilario e alla Casaleggio Associati nessuno credeva di bissare il successo dell’anno scorso, e infatti hanno ben poco da brindare. Grillo del resto lo aveva previsto chiudendo la campagna elettorale nella sua Genova, davanti a una piazza non certo piena, dove il leader aveva provato a esorcizzare una possibile sconfitta: «Spero vivamente che non vinca lui», aveva scherzato indicando Luca Pirondini, «perché se dovesse vincere lui sarete tutti davanti al mio cancello a rompere i coglioni». Tranquillo Beppe, pericolo scampato.

Nelle parole di un comico, però, c'è sempre nascosta una piccola verità. E la verità questa volta è che a Grillo e ai vertici pentastellati i territori, la gestione dal basso, le piccole rivoluzioni concrete sembrano non interessare più. O meglio non sono più uno slogan funzionale al Movimento. Il vero obiettivo è arrivare a governare il Paese, passando per la Sicilia dove si voterà in autunno. I meetup, cuore e motore dell'attivismo pentastellato da cui nacquero le prime liste civiche, sono stati esautorati da tempo. Basta rileggere ciò che dicevano l’anno scorso Roberto Fico e Alessandro Di Battista, il tutto riassumibile in una riga: «I meetup da soli non sono il Movimento 5 Stelle».

I territori, le città, la “ggente” sono diventati la scenografia per i tour in scooter, richiamo irrinunciabile per media e televisione, basta ricordare la campagna elettorale del 2013, quella dello “tsunami tour”: rifiutando di andare in tivù, Grillo obbligò la tivù ad andare da lui, a seguirlo nelle piazze evitando contradittori e domande. E non è che la strategia sia cambiata di molto.

Il Movimento 5 stelle non esiste più. Il garantismo a targhe alterne, gli interventi di Di Maio negli Usa funzionali alla costruzione della leadership in patria, le frenate fumose sui diritti civili sono lì a dimostrarlo. L'ultimo dogma che sta per essere infranto è il divieto del doppio mandato, una delle regole costitutive del Movimento delle origini. Il Vaffa e la politica intesa come impegno civile, a questo punto possono andare in pensione. La politica è diventata una professione. Anche per un grillino.

 

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