Il nostro destino è il destino del mondo

19.11.2015 21:22

Il simbolo di Parigi è tornato a brillare. La Tour Eiffel, dopo due giorni di lutto, si è riaccesa con i colori della bandiera francese. Ma le domande che mi faccio da qualche giorno sono forse le stesse domande che vi fate anche voi: l'Europa è sotto assedio? È veramente guerra? Parigi è diventata il detonatore di una futura guerra a cui non siamo preparati? Come fare a individuare un kamikaze, a fermarlo prima che sia troppo tardi, noi che abbiamo lasciato correre, che tanto mica capita qui? E invece è capitato proprio qui, qui vicino, in quella Parigi che amiamo come patria di libertà, della vita lieve e frizzante, luogo privilegiato di vacanze d'amore, d'arte e di letteratura, la Parigi del suo centro, delle sue periferie e dei film.

Erano giovani i componenti dei commando, giovani come tutti quelli innocenti che hanno ucciso senza alcuna pietà, come si spara agli uccelli nella stagione di caccia. Uso la ragione come un sentimento, e non va bene, ma non ho altri strumenti se non la razionalità illuminista per tentare una distanza dallo sconcerto e dall'inquietudine. Nessuno è più al sicuro, a quanto pare. E io che ero convinto che la troppa sicurezza potesse limitare la libertà, mi trovo adesso a tifare per una sicurezza totale, efficace, spietata. Oriana Fallaci aveva ragione? Una domanda aperta, dite ciò che volete. Però non abbiamo forse esagerato in sottovalutazione, in buonismo, direbbe qualcuno? Non ho mai pensato che il laicismo neutrale possa tenerci al riparo dai fondamentalismi, e ritengo una sciocchezza dibattere sul fatto di tenere o meno il crocifisso nelle aule delle nostre scuole, e altrettanto sciocco non far vedere un quadro di Chagall col crocifisso per non offendere la sensibilità religiosa dei non cristiani.

Ritengo una barbarie non fare il presepe a scuola perché ci sono bambini di altre religioni. È la nostra storia, sono le nostre pacifiche tradizioni. Abbiamo tutti bisogno di una cultura del rispetto e della reciprocità, indipendentemente da etnie, religioni o ideologie. Questa è l'Italia, un Paese in cui il rispetto non si misura dall'assenza di simboli nei luoghi pubblici. Non siamo neutrali, non possiamo permetterci un multiculturalismo che esalta la società come somma di minoranze che non comunicano fra di loro, se non per esternare conflitto e contrapposizione. La laicità è un valore essenziale dei nostri tempi, mentre non lo è l'indifferenza. E allora mi chiedo perché le comunità islamiche non prendono pubblicamente e in modo definitivo le distanze dal terrorismo, se è vero come è vero che il tema non è se esista un islam moderato, ma come e se l'islam intenda collocarsi come religione capace di convivere nella contemporaneità. Sono domande difficili, aspre, scomode, ma inevitabili.  

Sappiamo tutto, ma non il perché, quello profondo, quello che porta gli uomini a diventare come bestie, che annientano i propri simili nascondendosi dietro la fede, fino a prendersela con le vignette, con chi ama la musica, con chi va allo stadio, con chi cammina per strada. Con tutti noi, in buona sostanza.

Non sopporto chi specula sui rischi del mondo per farci tornare indietro, non mi va di tenere bordone alla sociologia della miseria. Il terrorismo è terrorismo, e non ammette relativismi e giustificazioni. La libertà è libertà, non sono ammesse gradazioni. Chi sa fare deve fare, non ci è concesso restare alla finestra contro il terrorismo, perché la storia non aspetta i ritardatari del dubbio. Il nostro destino è il destino del mondo.

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